“Il brindisi del Poeta astemio”, libro svela il buon bere di D’Annunzio

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Per la prima volta un volume esplora e studia le consuetudini enologiche di Gabriele D’Annunzio

I vini del poeta, scoperti dopo la lettura accurata delle sue opere, dei carteggi intrattenuti con amanti, amici, politici, personalità dell’epoca, i menu storici delle cene a cui partecipò e uno studio approfondito sull’inventario della cantina del Vittoriale che alla fine degli anni ’30 compilò Luisa Baccara, fedele musa di D’Annunzio. Un giacimento di etichette maiuscole che una volta per tutte fugano il dubbio che il poeta abruzzese fosse astemio.

Il volume “Il brindisi del Poeta astemio”, dedicato a Gabriele d’Annunzio, verrà presentato a Roma, martedì 27 settembre, presso la Sala Cavour del Ministero dell’Agricoltura, in via Venti Settembre 20. Gli autori Enrico Di Carlo e Luca Bonacini dialogheranno con Giuseppe Ambrosio, Direttore Generale Mipaaf. Sono previsti i saluti di Salvatore Pruneddu, Direttore Generale Agret, e l’introduzione di Oreste Gerini, Direttore Generale Pqai.

D’Annunzio non fu astemio come invece volle sempre far credere pur di rimanere coerente alla sua immagine di esteta. Il poeta fu, al contrario, un raffinato conoscitore di vini e di liquori come raccontano i due autori nella recente pubblicazione edita da Verdone editore, con la postfazione firmata da Andrea Grignaffini.

La ricerca ha dato i suoi frutti anche nella Capitale d’Italia, dove il poeta ha trascorso un periodo significativo della sua vita. Il giovane d’Annunzio nel periodo romano era assiduo frequentatore del Caffè Greco di Via Condotti. Dopo aver discusso delle novità editoriali e degli avvenimenti politici e mondani, era solito trasferirsi in compagnia di Sartorio, Morani, de Maria, Conti, “fino ai barconi ancorati nel porto di Ripetta, per la buona ragione che vi era dato bere un ottimo vino di Marsala, direttamente importato dal luogo d’origine”.

Compaiono vini e champagne anche nei carteggi con “la bella romana”, l’amata Barbara Leoni, alla quale ricorderà di aver bevuto Falerno “alla piccola tavola dell’intimità e della confidenza”. Mentre è lontano da Roma per impegni militari, rammenterà le cene romantiche con il Capri bianco, confessandole di bere quel vino, immaginandosi la sua bocca umida. Un vino che in quegli anni era decisamente à la page e che ritroveremo anche nella colazione in onore di d’Annunzio, del 26 aprile 1908 a Venezia.

Il lavoro mette in luce un rapporto quanto mai contraddittorio tra lo scrittore e l’alcol. Bevitore di acqua purissima (prediligeva quella minerale) in banchetti ufficiali, mostrava familiarità con vini e champagne in occasioni mondane e private, magari in compagnia di qualche donna. I vini li decanta, li storicizza, li contestualizza, li rende protagonisti di vicende personali e di famose pagine letterarie. I vini italiani raccontati e forse bevuti da d’Annunzio, comprendono dodici regioni, sicuramente il meglio della produzione enologica del tempo. Si va dal Barolo al Moscato, dal Chianti al Soave, dal Nepente d’Oliena al Capri Bianco, passando naturalmente per il Montepulciano del suo Abruzzo. Per la prima volta vengono studiate le marche conservate nella cantina del Vittoriale, poco prima della morte avvenuta il primo marzo del 1938. Sono 295 bottiglie di qualità elevatissima e con costi che anche allora erano proibitivi; un vero e proprio tesoretto a conferma dell’elevato tenore di vita dell’anziano scrittore. Tra le altre curiosità del libro, si segnalano la denominazione acquarzente, in sostituzione del francese cognac, la scelta di chiamare molovin un liquore da lui inventato, e i carteggi con celebri produttori e ristoratori dai quali si faceva inviare casse di vino pregiato, magari in cambio di una sua fotografia con dedica.

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