Il cliente è un cafone

Il cliente è un cafone

Il cliente è un cafone al buffet quando scambia l’abbondanza per un diritto allo spreco.

Nei grandi alberghi come negli eventi, la scena è sempre la stessa.

Piatti stracolmi, montagne di brioche, salumi, formaggi, mini burger, pasta e dolci, che dopo pochi bocconi finiscono nel cestino, invisibile ma ben presente dietro le quinte.

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Un gesto di maleducazione, prima ancora che di ignoranza ambientale.

Un sondaggio di Jetcost, citato da testate di settore, indica proprio il «riempirsi il piatto fino all’orlo e poi lasciare il cibo» come il peggior comportamento tenuto dagli ospiti in hotel.

Non è solo una questione di stile.

Ma è una pratica che contribuisce direttamente allo spreco alimentare.

E questo in un paese dove, nel 2024, il cibo sprecato è aumentato del 45% rispetto all’anno precedente, secondo l’Osservatorio Waste Watcher International.

In media, oltre 6,8 kg di cibo a testa finiscono ogni settimana nella spazzatura, e i buffet – soprattutto quelli delle colazioni – hanno la loro parte di responsabilità.

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Il copione si ripete ovunque in egual maniera.

Si arriva al buffet come se fosse una gara, si accatasta il cibo «tanto è tutto compreso», si fanno tre, quattro, cinque giri, si assaggia di tutto e si finisce per lasciare nel piatto un misto informe di dolce e salato che nessuno potrà più recuperare.

I manuali di galateo dell’aperitivo lo ripetono da anni.

Non riempire troppo il piatto, non fare “mischioni” immangiabili, non fissare il tavolo delle pietanze come fosse un campo di battaglia.

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Eppure la “sindrome del buffet” resiste, alimentata dall’idea distorta che pagare dia licenza di sprecare.

Intanto il settore alberghiero cerca di correre ai ripari.

Alcuni hotel stanno riducendo la portata dei buffet, altri introducono porzioni più piccole e sistemi di recupero delle eccedenze tramite Banco Alimentare e progetti “save the food”.

Altri ancora mettono incaricati all’impiattamento. Quest’ultima pratica suscita vergogna nel chiedere di più.

Ma nessuna strategia reggerà se il problema culturale non viene affrontato.

Prendere solo ciò che si mangia, alzarsi più volte se si ha ancora fame, considerare il buffet non come un assalto alla diligenza ma come un servizio condiviso sono gesti minimi di responsabilità e di buona educazione.

Il punto è semplice.

Al buffet la vera eleganza non è l’abito mentre riempi il piatto, ma quanto poco fai finire nel cestino.

In tempi di crisi climatica, crisi economica e povertà alimentare, continuare a riempirsi il piatto per poi lasciarlo mezzo pieno forse non è solo da cafoni: è da fuori tempo massimo.

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Di formazione classica sono approdato al cibo per testa e per gola sin dall’infanzia. Un giorno, poi, a diciannove anni è scattata una molla improvvisa e mi sono ritrovato sempre con maggior impegno a provare prodotti, ad approfondire argomenti e categorie merceologiche, a conoscere produttori e ristoratori. Da questo mondo ho appreso molte cose ma più di ogni altra che esiste il cibo di qualità e il cibo spazzatura e che il secondo spesso si mistifica fin troppo bene nel primo. Infinitamente curioso cerco sempre qualcosa che mi dia quell’emozione che il cibo dovrebbe dare ad ognuno di noi, quel concetto o idea che dovrebbe essere ben leggibile dietro ogni piatto, quella produzione ormai dimenticata o sconosciuta. Quando ho immaginato questo sito non l’ho pensato per soddisfare un mio desiderio di visibilità ma per creare un contenitore di idee dove tutti coloro che avevano piacere di parteciparvi potessero apportare, secondo le proprie possibilità e conoscenze, un contributo alla conoscenza del cibo. Spero di esservi riuscito. Il mio è un viaggio continuo che ho consapevolezza non terminerà mai. Ma è il viaggio più bello che potessi fare.
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