Il Fiorone di Terlizzi: tra memoria contadina e antichi nomi di frutti preziosi

Il Fiorone di Terlizzi: tra memoria contadina e antichi nomi di frutti preziosi

Il Fiorone di Terlizzi: tra memoria contadina e antichi nomi di frutti preziosi

C’è un momento, tra la fine di giugno e i primi giorni di luglio, in cui le campagne di Terlizzi cambiano colore.

Tra il verde intenso delle foglie compaiono i primi fioroni maturi: frutti generosi, dalla buccia scura e dalla polpa dolcissima, che da secoli accompagnano l’estate di questo lembo di Puglia.

Ma insieme ai frutti maturano anche le storie. Perché, qui, ogni cultivar porta con sé un nome che custodisce un pezzo di memoria collettiva.

A Terlizzi, nel cuore della Puglia agricola, alcuni frutti non sono semplicemente prodotti della terra: sono frammenti di storia, custoditi nei gesti dei contadini e nelle parole del dialetto.

Tra questi spiccano i sontuosi fioroni locali, frutti antichi che ancora oggi raccontano un legame profondo tra territorio, biodiversità e cultura rurale.

Tra i più curiosi c’è il fiorone dell’uccello, una varietà il cui nome continua ad alimentare racconti e interpretazioni tramandate nel tempo.

FIORONE DELL'UCCELLO
FIORONE DELL’UCCELLO
DELL'UCCELLO
DELL’UCCELLO

Secondo la tradizione popolare, l’origine del nome sarebbe legata a due caratteristiche del frutto.

La prima riguarda il suo aspetto: quando il fiorone raggiunge la piena maturazione, la buccia nero-violacea può aprirsi naturalmente in sottili screpolature chiare, quasi fossero piccoli segni lasciati dagli artigli degli uccelli.

La seconda richiama invece il suo sapore: la polpa morbida, fondente e ricca di zuccheri è così invitante da attirare spesso storni, rigogoli e altri volatili, che scelgono proprio i frutti più maturi.

Non esistono, tuttavia, documenti storici che confermino in modo definitivo questa origine del nome.

Si tratta di una spiegazione appartenente alla memoria orale, una di quelle storie contadine in cui il frutto e il paesaggio si intrecciano in un racconto tramandato di generazione in generazione.

Una narrazione plausibile, ma da leggere come espressione della cultura popolare più che come certezza storica.

Il fiorone dell’uccello arriva sui banchi e sulle tavole tra la fine di giugno e le prime settimane di luglio, spesso nello stesso periodo o subito dopo un’altra eccellenza di Terlizzi: il celebre Fiorone Nero Domenico Tauro.

Se nel primo caso il nome sembra nascere dall’immaginario legato al frutto, nel secondo il legame è invece con una persona.

Il Domenico Tauro, conosciuto in dialetto come Menghtàur o Mingo Tauro, porta infatti il nome di colui a cui la tradizione locale attribuisce la selezione o la diffusione della cultivar.

MINGO TAURO
MINGO TAURO

È un fenomeno tutt’altro che raro nel mondo agricolo: molte varietà antiche prendono il nome dal contadino, dal proprietario del fondo o dal vivaista che le ha individuate, conservate e propagate, come i 100 nomi dei vari tipi di mandorla di Puglia.

I nomi delle cultivar diventano così una sorta di archivio vivente della comunità.

Nel caso del Fiorone Nero Domenico Tauro, il legame con il territorio di Terlizzi è particolarmente forte.

Il Registro Regionale delle Risorse Genetiche Autoctone della Puglia, dedicato al Fico nero di Terlizzi, riporta una storia locale che fa risalire la nascita della varietà al XVIII secolo.

Secondo questa tradizione, Domenico Tauro avrebbe intuito l’incrocio tra un fiorone spagnolo della varietà “Suar” e una pregiata varietà locale, dando origine al frutto poi conosciuto con il suo nome.

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La documentazione istituzionale riconosce il valore storico e identitario di questa cultivar, tanto che il Comune di Terlizzi ne ha valorizzato il legame con il territorio nel percorso di riconoscimento del Fiorone Nero Domenico Tauro di Terlizzi.

Anche qui, però, è importante distinguere tra ciò che è documentato e ciò che appartiene alla tradizione.

È documentata l’associazione del nome Domenico Tauro alla cultivar; appartiene invece alla memoria locale la narrazione secondo cui sia stato proprio lui, nel Settecento, a realizzare quell’incrocio da cui sarebbe nato il fiorone.

Resta comunque affascinante il dettaglio linguistico: “Mingo” è l’antica forma dialettale di Domenico, e quindi Menghtàur significa letteralmente “Domenico Tauro”.

Un piccolo indizio che racconta come, nella civiltà contadina, anche un frutto potesse diventare il modo per conservare il ricordo di una persona.

Ma il patrimonio dei fioroni terlizzesi non si esaurisce qui. Altre cultivar locali – come Petrelli, San Michele, Sant’Antonio e l’Uccello – custodiscono storie ancora tutte da raccontare.

Sono nomi che arrivano dai campi, dalle famiglie agricole e dalle generazioni che hanno saputo preservare varietà preziose, spesso lontane dalle logiche della produzione standardizzata.

Riscoprire questi frutti significa dunque riscoprire un paesaggio, una lingua e una comunità.

Perché ogni fico antico non è soltanto un sapore: è una pagina di storia rurale che continua a maturare, stagione dopo stagione.

Terlizzi e le su ceramiche ispirate al frutto

È da questa consapevolezza che prende forma il lavoro di Tiziana Veneto, architetta terlizzese che ha scelto di affidare alla ceramica il racconto di una Puglia diversa: una Puglia del lavoro, della ricerca, dell’artigianato e della memoria.

Tiziana Veneto
Tiziana Veneto

Una terra che non può essere raccontata soltanto attraverso il fascino della gastronomia o il successo dell’offerta turistica, ma anche attraverso il patrimonio storico e culturale che custodisce.

Viene spontaneo richiamare una riflessione del procuratore Nicola Gratteri, che in più occasioni ha invitato il Mezzogiorno a investire nella cultura, nella conoscenza e nella valorizzazione delle proprie risorse più autentiche, ricordando che lo sviluppo di un territorio non può prescindere dalla tutela della sua identità e del suo patrimonio e non accontentarsi o pavoneggiarsi nel ruolo di vivandieri e locandieri di successo per quel turismo nuovo affare dei clan.

In questa prospettiva si inserisce anche il progetto di Tiziana Veneto, che rende omaggio al frutto simbolo di Terlizzi: il Fiorone Nero Domenico Tauro, conosciuto nel dialetto locale come Menghtàur.

Forte di una raffinata sensibilità progettuale e di una profonda conoscenza della tradizione ceramica locale, l’architetta interpreta il fiorone attraverso il linguaggio della ceramica artistica, trasformando un frutto effimero in un’opera destinata a durare nel tempo.

Realizzato nelle storiche fornaci cittadine in collaborazione con maestri artigiani, il progetto rappresenta un felice incontro tra progettazione contemporanea e sapere manifatturiero.

Natura e artigianato dialogano così in un unico racconto, nel quale biodiversità agricola, identità territoriale e cultura materiale si fondono armoniosamente.

Più che una semplice rappresentazione, l’opera restituisce valore a una memoria collettiva.

Il fiorone non è più soltanto un prodotto della terra, ma diventa il simbolo di una storia che continua a vivere attraverso il paesaggio, il dialetto, i saperi contadini e l’arte ceramica.

Conoscere l’origine di questi nomi significa imparare a leggere il territorio con occhi diversi.

Perché, a Terlizzi, ogni fiorone racconta molto più di un frutto: racconta la storia di una comunità che ha saputo custodire la biodiversità, il lavoro e la propria identità, trasformandoli in un patrimonio da trasmettere alle generazioni future.

Tutte le foto dell’articolo sono su gentile concessione di Tiziana Veneto che ne è l’autrice e qui ringraziamo.
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Nato in Calabria nel marzo del 58 da genitori pugliesi, esercita la professione di Medico Veterinario Igienista (Qualità e Sicurezza Alimentare) presso la ASL BARI come Dirigente Medico Veterinario Area Ispezione e Controllo degli Alimenti di Origine Animale. Laureatosi in Medicina Veterinaria nel 1985,  consegue la seconda Laurea in Scienze della Maricoltura ed Igiene dei Prodotti Ittici presso l'UNIBA nel 2007. Esercita per quanto previsto per i medici e veterinari del Servizio Sanitario Nazionale, la libera professione intra moenia ad Altamura a favore di animali d’affezione.  Si occupa da sempre di produzione agro alimentare, è stato curatore/relatore per corsi sui formaggi, sulle carni e  salumi, oltre  referente regionale in Puglia, dal 2007 al 2014, del progetto educativo e di formazione per i docenti del MIUR "Orto in Condotta". Fonda nel 2007 l’Associazione “Il Sogno di Arlecchino_Ricerca e tutela della Biodiversità” che candida alla gestione del progetto pilota “CENTRO STUDI PER LA TUTELA DELLA BIODIVERSITA’ E DEL TURISMO SOSTENIBILE” ed all’utilizzo di terapie “altre” nel contesto del disagio mentale. Sommelier con diploma AIS , ha collaborato al progetto editoriale dell’A.I.S. Puglia “Messaggi in Bottiglia” e di Slow Food Editore "Extravergine". E’ Iscritto dal 2011, presso il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, all’Albo Nazionale degli Assaggiatori di Olii di Oliva Vergine ed Extravergine ed è   membro effettivo del Gruppo Panel di assaggio olio DOP Terre di Bari, presso la Camera di Commercio di Bari.  Impegna la propria competenza istituzionale, per declinare al meglio le tematiche inerenti la produzione agro zootecnica e la valorizzazione dei prodotti di qualità sanitaria, etica e nutrizionale anche in attività extra professionali, attraverso l'organizzazione in ambito Universitario di eventi a carattere scientifico e di aggiornamento professionale; nel 2015 consegue il Master Universitario in Cultura dell'Alimentazione e delle Tradizioni eno gastronomiche, presso l'Università degli Studi UNIROMA 2 di Tor Vergata.Ha governato la Condotta Slow Food delle Murge dal 2010 al 2018
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