Close

Login

Close

Register

Close

Lost Password

Il Nuovo Mondo dei ”diversi”, i vitigni controcorrente

I vini rossi di moda oggi, quelli che impressionano maggiormente alle degustazioni (quanto a berli con soddisfazione, poi, è un altro discorso…), sono quelli più concentrati, impenetrabili, muscolari e potenti e il mercato internazionale di conseguenza tracima letteralmente di Cabernet Sauvignon e Merlot provenienti dal Nuovo Mondo, dove se ne moltiplicano i vigneti. Ma in bocca devono pur rimanere delle sensazioni piacevoli e comprensibili, dopo aver bevuto un vino, e non dei residui aciduli e pastosi. Sul palato deve pur dominare il vino nel suo complesso, non una soltanto delle sue componenti, com’è il tannino e magari proprio quello pompato dai legni delle barriques quando in vigna la maturazione polifenolica è stata insufficiente, quello che copre tutto con vaniglia, cuoio e tabacco, quello che appiattisce il ruolo della natura, del sole, della terra e del genio del vignaiolo. Un grande vino non è soltanto frutto del cantiniere, così come per fare un grande vino non bastano soltanto le grandi annate. A monte ci vuole una profonda conoscenza del territorio per una scelta appropriata dei vitigni e dei sistemi di conduzione del vigneto. Ma anche il coraggio di andare controcorrente, di sfidare l’andazzo comune, di proporre aromi e gusti che sanno di freschezza, di pulizia e di novità, come anche nel Nuovo Mondo ha sempre fatto la famiglia Carrau delle Bodegas Carrau di Montevideo in Uruguay.

Sono rimasto scioccato dal loro vino Cabernet Franc fin dall’annata 2001, tra l’altro uno dei loro vini più economici, tratto in purezza da un vitigno che è capace di appassionare veramente chi ama il vino, ma che non è di moda, specialmente nell’America del Sud. Un vitigno che è molto sensibile alla zona e che alle giuste rese dà un vino che non è erbaceo né verde, ma pulito, vinoso, equilibrato, molto gradevole, al punto che le sue uve sanno trasmettere alle loro cugine del cabernet sauvignon una raffinatezza e un’eleganza notevoli, anche apportato in piccole quantità, quelle che personalizzano un assemblaggio. Questo Cabernet Franc di colore limpidissimo, profumo di ciliegia e melagrana, in bocca suadente e armonico, con un finale delicato di confetto di mandorla, non vede legno, ma soltanto acciaio inox ed è veramente sorprendente per il suo fruttato. Ma sono viti importate dall’Europa una quarantina d’anni fa senza virus e senza malattie e piantumate a Las Violetas, una terra dal clima marino, però distante quel che basta dal Rio della Plata e dalle sue nebbie, ormai un territorio d’elezione per questa varietà.

Poco più in là c’è ancora un ettaro della vigna Vilasar, dai suoli argillosi e fertili di media profondità e ben drenati, piantata nel 1931 a spalliera bassa con viti di Nebbiolo provenienti dal Nordest del Piemonte e dalla Valtellina. In questo caso si tratta di piante vecchie, mantenute a scopo di patrimonio genetico e selezione massale, perché la qualità delle odierne viti di nebbiolo importate non è, secondo Javier Carrau, certamente migliore.

Ma soprattutto c’è il Tannat, importato laggiù dal basco Harriague e sopravvissuto malamente per molti anni in Uruguay finché nel 1933 Juan Carrau Sust non sostenne che ”bisogna democratizzare l’enologia” e che ”non c’è un ceppo più rispettoso della classe di vino richiesta dal consumatore quanto il radicato Tannat, basta cambiare qualche clone e il metodo di vinificazione per farne dei vini memorabili, senza nessuna asperità e molto gradevoli”. Da quell’intuizione, frutto di gran rispetto del consumatore e non della ricerca di facile consenso, si sono concentrati gli sforzi su questo vitigno che oggi dà dei vini di colore rosso granato carico con riflessi di rubino, dall’aroma molto intenso e fruttato, con una piacevole e netta prevalenza di frutti rossi e, in bell’armonia, delicate note appena percettibili di pelle conciata, spezie fini e tabacco. Il sapore è molto rotondo, amalgamato, di lunga permanenza. E il Tannat è diventato così l’emblema della vitivinicoltura in Uruguay, un Paese fino ad allora affogato in Chardonnay, Merlot e Cabernet Sauvignon, proprio grazie alla tenacia dei Carrau, che hanno stabilito di fare dei vini esclusivamente di qualità che differenzino il territorio di provenienza, da scegliere con estrema cura, come quello dell’eccellente vino da uve Tannat di Cerro Chapeu, l’Amat.

L’Uruguay ha circa 10.000 ettari di vigneti in produzione in 9 regioni vinicole, si stima che ci lavorino almeno 4.000 vignaioli, le cantine sono poco meno di 370, tra le più famose delle quali ci sono anche quelle degli emigrati italiani Ariano e Toscanini, per una produzione di 950.000 ettolitri. La storia dei Carru è iniziata in Catalogna nel 1752, quando Don Francisco Carrau Vehlis aveva comprato la prima vigna di famiglia. Nel 1840 Juan Carrau Ferrés si era dedicato al commercio di vino in tutta la Spagna e aveva aperto per 15 anni anche un piccolo magazzino di vini spagnoli a Montevideo, ma è stata la settima generazione di questi vitivinicoltori, con suo nipote Juan Carrau Sust, quarantenne enologo a Villa Franca del Penades, a emigrare in pianta stabile in Uruguay con la moglie Catalina Pujol e la famiglia nel 1930. A Montevideo si era associato con Passadore e Mutio e insieme ai cinque figli aveva fondato a Las Violetas, a 39 km da Montevideo, Bodega Santa Rosa, che in dieci anni aveva visto i risultati moltiplicarsi per 25 volte fino a diventare la numero uno dell’intero Paese nel 1940. Ma Juan Carrau Sust non si era accontentato, era un enologo del Vecchio Continente che si trovava tra le mani un vero Eldorado, era venuto per rivoluzionare la vitivinicoltura e la tecnologia e oltre al vino rosso cominciò a fare vini tipo Jerez, Porto, Moscato, Trebbiano, spumanti metodo champenoise e perfino una Manzanilla speciale che oggi non si produce più. E i figli lo hanno seguito.

Nel 1949 il giovanissimo Juan Francisco Carrau Pujol aveva cominciato a dirigere con successo l’azienda del padre, seguendo la tradizione innovativa della famiglia. Si era sposato con l’italiana Elena Bonomi da cui aveva avuto otto figli e nel 1968 aveva iniziato la riconversione vitivinicola nel Rio Grande del Sud, dove poi sono rimasti due dei suoi figli e i suoi nipoti, che a Caxias oggi elaborano i primi vini organici certificati del Brasile. In quegli anni aveva preso corpo il progetto Castel Pujol per il quale era riuscito a rilevare l’azienda dagli antichi soci, di altra mentalità, e così aveva potuto rifare da capo a fondo i vigneti, importando e diffondendo in Uruguay delle viti selezionate e prive di quei virus e di quelle malattie che stavano ricominciando di nuovo a distruggere la viticoltura dell’Uruguay.

In quel periodo è stata acquistata la cantina Pablo Varzi, che era stata fondata nel 1887 da pionieri italiani, proprio per produrre vini imbottigliati di qualità, e nel 1979 è iniziata così la vinificazione strategica dell’uva Tannat che proseguirà poi insieme ad altri produttori figli di oriundi italiani come Toscanini e Ariano. Così questo ceppo è riuscito a rivoluzionare l’enologia uruguaiana e oggi rappresenta la varietà di uva rossa più coltivata del Paese, dando un vino particolarmente adatto alla cucina tipica locale, a base di carne bovina, tre diversi tipi di pepe e origano fresco.

Alla sua morte, cinque degli otto figli ((Javier, Francisco e Ignacio, che sono oggi responsabili della ditta fondata nel 1976, e Gabriela e Margarita che ne sono azioniste) si sono impegnati in azienda e hanno cominciato anche a esportare, dapprima in Finlandia e poi in Inghilterra, dove avevano ottenuto un lodevole giudizio da Oz Clarke. Come le precedenti otto generazioni, non sono proprio tipi da farsi condire dalle chiacchiere né farsi condizionare dalle mode e vanno avanti con i piani stabiliti decenni fa dal nonno e dal padre, senza dimenticare le donne della famiglia (i figli in Uruguay portano i cognomi dei due genitori), cui sono dedicati i vini importanti e il nome della cantina. I Carrau sono un punto di riferimento per tutta la vitivinicoltura dell’Uruguay e le mode, semmai, le stabiliscono loro, ma sulla base dello studio dei suoli e dei microclimi, piantumando il ceppo e il clone più adatto alle varie specifiche condizioni della natura e non quello che fa il furore di turno nei salotti dei buyers dell’emisfero boreale.

Infatti nei loro vigneti, oltre alle varietà già citate, c’è spazio anche per altri vitigni come moscato d’Amburgo per un ottimo rosato, moscato miel per un bianco floreale e fruttato, trebbiano per un bianco leggero, sauvignon blanc per un bianco aromatico e fresco, chardonnay per un bianco secco in armonia col rovere e poi pinot nero, merlot e cabernet sauvignon, tutti trattati per esprimere il massimo della propria potenzialità nei terreni a loro più consoni. I bianchi sono potenti e hanno tutti dei vivaci riflessi verdolini mentre i rossi sono sapidi e caldi, come vuole il gusto uruguaiano, un Paese dove si consumano ben 32 litri/anno pro capite.

Oggi Bodegas Carrau possiede diverse tenute, tra cui Castel Pujol nella regione di Canelones, dalle terre nere, argillose e fertili, Cava de Varzi acquistata dagli oriundi italiani e Cerro Chapeu, dai suoli sabbiosi fino in profondità, terre rosse dal drenaggio eccellente, un tipo di terreno a lungo ricercato con un progetto dell’Università californiana di Davis e che ha immediatamente entusiasmato, il vigneto più alto dell’Uruguay con i suoi 350 metri s.l.m. e una modernissima cantina. I vini in gamma sono tanti, ma tutti di un livello notevole, perfino i meno impegnativi sono veramente ben curati, molto più di quanto ci si aspetti. Si sente una mano diversa da quella della gran parte delle coltivazioni di vite del Sud America, un’impronta spagnola e anche italiana che si è affermata con grandi sacrifici, mantenendo però sempre stabili le strategie dell’azienda attraverso le generazioni, di cui un esempio molto significativo viene anche dall’acquisto delle botti, che provengono, non certo per affezione, dalle stesse aziende di due secoli e mezzo fa.

Fa molto piacere scoprire che il Nuovo Mondo non è come ce lo dipingono i commercianti, cioè un monoblocco di vinificazioni di stile californiano, spinte per accontentare i palati necrofili della borsa londinese o i Parker di turno nelle varie riviste specializzate, ma è un mondo vivo, con le sue contraddizioni ma anche con i suoi caratteri calienti. I diversi, insomma, quelli che non mirano ai premi e alla televisione, ma che tirano dritti per la loro strada, curando al massimo livello la soddisfazione del cliente, che rimane, per i Carrau come per me, l’unica ragione per fare il vino.



Condividi

Like

0

Ti potrebbe interessare

0
0

    Leave a Reply

    Your email address will not be published. Required fields are marked *

    Thanks for submitting your rating!
    Please give a rating.

    Thanks for submitting your comment!

    Commenti recenti

    Scelte dell'editore