- Cos’è l’antispecismo?
- Però non è una visione monolitica, esistono diverse correnti di pensiero, tra cui le più note ci sono l’antispecismo utilitarista e l’antispecismo deontologico.
- Un antispecista utilitarista potrebbe accettare la sperimentazione su animali in contesti molto specifici, come la ricerca di una cura per una malattia gravissima che colpisce milioni di esseri senzienti, a patto che non ci siano alternative e che la sofferenza degli animali sia ridotta al minimo possibile.
- Per un antispecista deontologico, anche se una gallina è allevata all’aperto, nutrita bene e trattata senza violenza evidente.
- Il semplice fatto di usare il suo corpo o i suoi prodotti (i derivati animali: uova, latte, lana, miele ecc.) è una violazione dei suoi diritti fondamentali come essere senziente.
- Cos’è diventato l’antispecismo ai giorni nostri?
- Una visione affine è quella dell’antispecismo ecofemminista, che lega la sottomissione degli animali alla sottomissione delle donne e alla distruzione dell’ambiente, per esempio attraverso la critica alla mungitura industrializzata e, di contro, sostenendo reti di acquisto solidali e auto-produzione.
- Ritornando alla cucina…
- Antispecismo e veganesimo non sono sovrapponibili, ma il veganesimo è spesso una conseguenza pratica di posizioni antispeciste e comprendere l’antispecismo può aiutare, secondo me, a capire cosa muove la scelta di vita vegana.
- Crostino antispecista con ricotta di mandorle fatta in casa.
- 8 fette di pane fresco tipo baguette (poco alveolata!); 120 g mandorle pelate; 45 g limone (succo); 1 l acqua; 8-10 fette di un affettato vegan di vostro gradimento; 3 cipolle rosse; 4-5 cucchiai di zucchero moscovado; 4 cetriolini sott’aceto; alcune foglie di aneto; qualche grano di melograno, o fragole, o uva; 1 foglia di alloro.
- Note antispreco durante la preparazione della ricotta:
- – Non buttare le parti solide di scarto (okara) sono ottima base per polpette, biscotti, ripieni di verdure, plumcakes, strudel. – Non buttare l’acqua (il siero) che verrà espulso, puoi usarlo come liquido per impasti dolci e salati, per fare il pane o la pizza.
Il piatto antispecista
Dietro a un piatto vegano c’è – quasi sempre – una visione.
Gli animali sono soggetti morali portatori di diritti inviolabili.
Ogni essere senziente ha un valore intrinseco e non può essere trattato come un mezzo per un fine, indipendentemente dalle conseguenze.
Possiamo parlare del contributo che un’alimentazione vegana dà all’ambiente, o in termini di salute.
Ma per la scelta vegan al centro della questione c’è anzitutto la riflessione etica sulle condizioni di vita degli animali e, gioco forza, il rifiuto di concepire un animale non umano come un oggetto, cioè come una risorsa a nostra disposizione.
Questo pensiero può essere condensato in un unico concetto, che è uno dei riferimenti filosofici di base: l’antispecismo.
E siccome il termine è complesso, cerchiamo di entrarci piano piano.
Facciamo chiarezza.
Il termine specismo è stato coniato da Richard Ryder nel 1975 e indica la “violazione del diritto di uguaglianza sulla base di una maggior attribuzione di valore a una specie sull’altra”.[1]
All’interno di una scala di valori, le specie occupano posti diversi e gli animali umani e non umani hanno interessi tra loro non proporzionati.
In poche parole un cane non è uguale a un pollo e un gatto a una mucca[2].
Nessuno di questi poi è paragonabile agli esseri umani.
Questa concezione implica per esempio la possibilità di sacrificare un animale non umano a favore di un umano (come cibo, vestiario o forza lavoro).
Il più delle volte questa lettura muove da un presupposto: che esista una prospettiva imparziale e questa prospettiva non è pregiudicata dal particolare punto di vista (quello umano, naturalmente) con cui si “giudica il valore morale dei diversi stati delle cose”. [3]
In sintesi, noi esseri umani siamo al di sopra della scala, ma non di certo perchè stabiliamo noi tutti i criteri di valutazione/misurabilità!
Cos’è l’antispecismo?
L’antispecismo nasce in opposizione allo specismo e rifiuta la discriminazione basata sulla specie, soste che gli interessi di tutti gli esseri senzienti dovrebbero essere considerati in modo equo, indipendentemente dalla specie di appartenenza.
Però non è una visione monolitica, esistono diverse correnti di pensiero, tra cui le più note ci sono l’antispecismo utilitarista e l’antispecismo deontologico.
L’antispecismo utilitarista si basa sull’utilitarismo, tra gli esponenti ricordo Jeremy Bentham e, in particolare, Peter Singer.[4] Questo approccio valuta le azioni in base alle loro conseguenze e mira a massimizzare il benessere e a minimizzare la sofferenza per tutti gli esseri senzienti.
Non è la specie di appartenenza a determinare il valore morale di un individuo, ma la sua capacità di provare piacere e dolore.
L’uccisione di un animale, quindi, può essere moralmente giustificata se porta a un maggiore benessere complessivo.
In questa visione, non è rilevante la specie di appartenenza, ma la capacità di soffrire e provare piacere.
L’obiettivo è ridurre il dolore e aumentare il benessere complessivo, anche se ciò può implicare scelte che non rispettano necessariamente l’integrità dell’individuo.
Un antispecista utilitarista potrebbe accettare la sperimentazione su animali in contesti molto specifici, come la ricerca di una cura per una malattia gravissima che colpisce milioni di esseri senzienti, a patto che non ci siano alternative e che la sofferenza degli animali sia ridotta al minimo possibile.
L’antispecismo deontologico, invece, si fonda sull’etica deontologica, influenzata all’origine da Kant e in tempi più recenti da Tom Regan, autore del libro I diritti degli animali.[5]
In questo caso, la moralità non dipende dalle conseguenze delle azioni, ma dal rispetto di principi morali assoluti, come il diritto alla vita o la dignità dell’individuo.
Ogni essere senziente ha un valore intrinseco e non può essere trattato come un semplice mezzo per ottenere un fine.
Per questo motivo, l’uccisione di un animale senziente è considerata sempre moralmente sbagliata, anche se comportasse un aumento complessivo del benessere.
Tom Regan, con la sua teoria del “soggetto-di-una-vita”, è uno dei principali promotori di questa visione.
Un esempio pratico di antispecismo deontologico è il rifiuto assoluto di consumare prodotti animali, anche se provenienti da allevamenti cosiddetti “etici” o biologici ( la ricorrente diatriba allevamenti/fattorie biologiche).
Per un antispecista deontologico, anche se una gallina è allevata all’aperto, nutrita bene e trattata senza violenza evidente.
Il semplice fatto di usare il suo corpo o i suoi prodotti (i derivati animali: uova, latte, lana, miele ecc.) è una violazione dei suoi diritti fondamentali come essere senziente.
Questo perché l’antispecismo deontologico sostiene che ogni animale è un “soggetto-di-una-vita”, con un valore morale intrinseco e inviolabile.
Utilizzarlo come mezzo per ottenere un fine – anche un fine “buono” come un alimento sano o sostenibile, – è eticamente inaccettabile, indipendentemente dalle conseguenze.
Cos’è diventato l’antispecismo ai giorni nostri?
L’antispecismo contemporaneo è un insieme variegato di visioni etiche e politiche che rifiutano la discriminazione basata sulla specie e che, nel tempo, si sono articolate in molteplici direzioni.
Negli ultimi anni, si sono sviluppate forme più complesse e politicamente articolate di antispecismo.
Una di queste è l’antispecismo politico,[6] che propone di includere gli animali all’interno delle categorie della giustizia sociale e della cittadinanza, come fanno autori come Donaldson e Kymlicka, i quali suggeriscono un modello di coesistenza che distingue tra animali domestici, selvatici e liminali, ciascuno con diritti diversi e con leggi ad hoc che li tutelino in quanto soggetti.
In parallelo, l’antispecismo intersezionale[7] mette in relazione la lotta contro lo specismo con altre forme di oppressione, come il razzismo, il sessismo e il colonialismo.
Secondo questa visione, lo sfruttamento degli animali è parte di un sistema più ampio di dominazione, e perciò la liberazione animale va pensata insieme a quella umana, in un’ottica di liberazione totale. Un’azione concreta in questo senso è per esempio sostenere aziende che producono cibo vegano in modo etico.
Una visione affine è quella dell’antispecismo ecofemminista,[8] che lega la sottomissione degli animali alla sottomissione delle donne e alla distruzione dell’ambiente, per esempio attraverso la critica alla mungitura industrializzata e, di contro, sostenendo reti di acquisto solidali e auto-produzione.
Qui l’attenzione è rivolta alla cultura patriarcale che riduce animali e donne ad oggetti da sfruttare e consumare.
Altra prospettiva importante è quella dell’antispecismo postumanista o decostruttivista,[9] influenzata da pensatori come Derrida, che non propone una nuova morale normativa, ma invita a mettere in discussione le categorie stesse con cui pensiamo l’umano e l’animale, criticando l’antropocentrismo e il linguaggio che lo sostiene.
Ecco che vengono criticati modi consolidati di dire, come per esempio “comportarsi da bestia” o le stesse categorie di pensiero (come “razionalità”, “natura”, “cultura”) che ci fanno credere di essere “superiori” rispetto agli altri animali. Il postumanismo antispecista invita a decentrare l’umano, smascherarne l’antropocentrismo e adottare forme di relazione più simmetriche e aperte.
Infine, esiste un antispecismo più pragmatico o riformista, che punta a ridurre la sofferenza animale attraverso riforme progressive, come il miglioramento delle condizioni negli allevamenti o la promozione del consumo consapevole.
Questo approccio è sostenuto da alcune grandi organizzazioni animaliste, ma è spesso criticato da antispecisti più radicali, che lo accusano di legittimare lo sfruttamento in forma più accettabile.
Ritornando alla cucina…
Per concludere, nel loro insieme, le visioni antispeciste contemporanee mostrano una crescente attenzione alla complessità delle relazioni tra umani e animali, spaziando dalla filosofia morale alla politica, fino alla teoria critica e ai movimenti sociali.
Antispecismo e veganesimo non sono sovrapponibili, ma il veganesimo è spesso una conseguenza pratica di posizioni antispeciste e comprendere l’antispecismo può aiutare, secondo me, a capire cosa muove la scelta di vita vegana.
Ci sono sicuramente fattori legati alla salute, all’ambiente o religiosi che avvicinano a uno stile di vita plant-based, ma la cucina vegana non si esaurisce a una sperimentazione gastronomica nel mondo dei vegetali: il più delle volte, è animata da una vera e propria visione del mondo di cui l’aspetto della cucina è una delle applicazioni concrete e visibili.
Crostino antispecista con ricotta di mandorle fatta in casa.
Ingredienti per 4 persone:
8 fette di pane fresco tipo baguette (poco alveolata!); 120 g mandorle pelate; 45 g limone (succo); 1 l acqua; 8-10 fette di un affettato vegan di vostro gradimento; 3 cipolle rosse; 4-5 cucchiai di zucchero moscovado; 4 cetriolini sott’aceto; alcune foglie di aneto; qualche grano di melograno, o fragole, o uva; 1 foglia di alloro.
La parte più lunga di questa ricetta è la preparazione della ricotta di mandorle, ma una volta che l’avrete imparata ad auto-produrre, avrete un ingrediente molto versatile da utilizzare per tantissimi piatti perché sostituisce perfettamente quella vaccina.
Mettete a bagno le mandorle per 12 ore fuori dal frigorifero, poi frullatele con l’acqua di ammollo+1lt di acqua fino a ottenere un liquido senza grumi (il latte di mandorle).
Porta a bollore il latte di mandorle, aggiungi del sale marino integrale (3-5 g).
Quando inizia a bollire spegni il fuoco, aggiungi il limone, mescola bene e dimenticati la pentola finché non si sarà raffreddata.
A questo punto filtra il tutto aiutandoti con del tessuto sottile a maglie non troppo fitte (una garza, detta etamina) e disponi il composto solido in frigorifero in una fuscella da ricotte.
Dopo qualche ora sarà pronta.
Lava e monda le cipolle, tagliale a fettine sottili e mettile in una casseruola con 2 cucchiai di olio e l’alloro.
Rosola per una decina di minuti a fuoco basso, poi sala e copri con un coperchio.
Prosegui la cottura per circa 1 ora, mescolando di tanto in tanto e avendo cura che non si bruci.
Eventualmente aggiungi poca acqua per mantenere morbide le cipolle.
Dopo circa 45 minuti di cottura, aggiungi lo zucchero e mescola bene, prosegui con la cottura finché lo zucchero non si sarà sciolto del tutto. Versa poi la confettura di cipolle in un vasetto di vetro.
Taglia la baguette a fette spesse circa 1 cm, spalma la ricotta sulla base, poi procedi con l’affettato vegano, i cetriolini tagliati a metà per la lunghezza, la confettura di cipolle, le foglie di aneto in precedenza lavate e mondate e infine il tocco dolce della frutta.
Servi a temperatura ambiente come antipasto.
Note antispreco durante la preparazione della ricotta:
– Non buttare le parti solide di scarto (okara) sono ottima base per polpette, biscotti, ripieni di verdure, plumcakes, strudel.
– Non buttare l’acqua (il siero) che verrà espulso, puoi usarlo come liquido per impasti dolci e salati, per fare il pane o la pizza.
– Non buttare l’acqua (il siero) che verrà espulso, puoi usarlo come liquido per impasti dolci e salati, per fare il pane o la pizza.
[1] E. Lecaldano, Dizonario di bioetica, Milano, voce “animali, etica degli”.
[2] Che è in sintesi il pensiero opposto espresso da Melanie Joy, psicologa e scrittrice statunitense, nota in particolare per l’invenzione del termine “carnismo”: M.Joy, Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche
Un processo alla cultura della carne, Milano, 2012 (prima ed.ita).
[3]Ivi, p. 284.
[4]P. Singer, Animal Liberation: A New Ethics for Our Treatment of Animals, New York, 1975
[5]T. Regan, The Case for Animal Rights, Berkeley, California (USA), 1983.
[6]S. Donaldson e W. Kymlicka, Zoopolis: A Political Theory of Animal Rights, Oxford, 2011; M. Filippi, I margini dei diritti animali, Milano, 2023.
[7]S. Ko e A. Ko, Aphro-ism: Essays on Pop Culture, Feminism, and Black Veganism from Two Sisters, New York, 2017; M. Filippi, Crimini in tempo di pace: La questione animale e l’ideologia del dominio, Milano, 2016.
[8]Carol J. Adams, The Sexual Politics of Meat, New York, 1990; Karen J. Warren (a cura di), Ecofeminism: Women, Culture, Nature, Bloomington, 1997.
[9]J. Derrida, L’animal que donc je suis, Paris, 2006; C. Wolfe, What Is Posthumanism?, Minneapolis, 2010;


