Il Sagrantino di Montefalco di oggi e quello di ieri

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Anche ultimamente ho avuto la possibilità di assaggiare più volte il Sagrantino di Montefalco in compagnia di operatori stranieri che per la prima volta potevano conoscere quest’ottimo vino molto nominato all’estero.

Mi è piaciuto in tutte le occasioni, ma non è stato sicuramente il miglior vino che dicono con la grancassa di accompagnamento mediatico che ormai l’accompagna, sebbene la fama che lo precede come un tappeto rosso invece pretenderebbe. Devo fare i complimenti ai produttori del Sagrantino di Montefalco, sicuramente a tutti quelli di cui ho avuto il piacere di assaggiare i vini di questa stupenda zona vinicola del nostro Paese e che sono pochi, è vero, ma è giusto dire che glieli faccio più per la capacità di marketing che non per il vino.

Il vitigno autoctono da cui proviene ha un’origine ancora avvolta nel mistero. Da una parte sembrerebbe che sia il degno successore di una selezione di cloni dell’uva itriola, descritta da Plinio il Vecchio in quanto coltivata già ai suoi tempi, due millenni fa, nella zona di Bevagna, tra Foligno e Montefalco. Dall’altra parte alcuni sostengono che sia stato introdotto in zona nel Medioevo o dai frati francescani che lo importarono dal Portogallo oppure dai monaci bizantini che lo importarono dalla Grecia. Sta di fatto, comunque, che questo vitigno oggi tanto alla moda ha rischiato davvero l’estinzione e soltanto grazie all’intraprendenza e alla caparbietà dei produttori di vino di questi colli è ormai da un paio di decenni che vede aumentare sempre di più la superficie vitata ed il numero delle bottiglie prodotte, sotto la tutela prima della DOC dal 1980 e poi della DOCG dal 1992.

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Avevo avuto la fortuna di scegliere la verdissima Umbria per le mie vacanze estive proprio nel 1980, con un’eroica Fiat 500 rossa che si è fatta tutte le stradine impossibili delle montagne in mezzo a paesaggi mozzafiato seguendo gli itinerari consigliati dalle classiche guide dell’ACI e del TCI. Dovunque sulle mappe venisse segnalato un bordo verde accanto alla strada, lì erano i posti dove la mia utilitaria garibaldina doveva passare. Sorprese? Tante, a cominciare dai furgoni parcheggiati in posti stupendi che vendevano la porchetta a fette, fino alle scorpacciate di ottima acqua dentro il parco di Sangemini, molto più saporita di quella che si vende dovunque in bottiglia, passando per gli splendidi pascoli del Subasio da dove cogliendo dei funghi spettacolari osservavo dall’alto i fulmini che si abbattevano su Spello. Ricordo una stalla di Seggio, che domina la valle del passo di Colfiorito, dove una famiglia ci aveva offerto del latte appena munto e anche la gustosissima minestra di lenticchie del nonno, i negozi di campagna con le collane di cacciatorini che poi scorpacciavo nei numerosi picnic e tanti, ma davvero tanti, vini da favola.

Sceglievo i vigneti per stendere la tovaglia rigorosamente bianca (per distinguere meglio eventuali ospiti senza invito, piccoli ma sgraditi) e sono capitato a Montefalco soltanto per puro caso. Era l’anno in cui era stata appena approvata la DOC di quello che fino ad allora era uno sconosciutissimo Sagrantino di Montefalco e a Spoleto ero passato prima in un’enoteca e poi in una trattoria alla buona dove quel vino veniva offerto con il sorriso a prezzi straordinariamente convenienti. Era un campione di quello che stava ottenendo la DOC, trasparente e molto luminoso, di un colore rosso vivo di ciliegia ma non scuro e di colore amarena come oggi, profumava di ribes rosso, ciliegine, lampone, visciola, garofano, al palato era straordinariamente morbido, vellutato, fresco, molto fine ed equilibrato. Era tanto buono eppure davvero molto diverso dai corposi vini del Piemonte e della Toscana, era così meravigliosamente fruttato al confronto dei vini delle Dolomiti e del Collio che mi ha catturato subito per una gita in questo paesino sperduto su un colle, circoscritto dalle mura e circondato di fattorie, dove però in certi posti non si poteva nemmeno passare a causa del rischio di cadute di calcinacci, dove in certe sale non si poteva nemmeno entrare per vedere affreschi e quadri.

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Avevo scelto un poggio appena fuori dal paese, dalle parti del cimitero, in posizione panoramica per vederlo bene tutto, nel vigneto fervevano in alcune parcelle dei lavori di reimpianto, quindi gli operai agricoli, molto simpatici, ci facevano da guardia del corpo. Dietro le spalle, fra dei cipressi, si poteva scorgere una bella cantina che stava finendo di rifarsi il look e che poi ho riconosciuto come quella più osannata dai mass-media negli anni successivi. Avevo acquistato un cartone di uno stupendo vino di Montefalco in un’enoteca (regionale se non ricordo male) in centro a Spoleto e da quel giorno in poi è stato quello ad accompagnarmi per tutta l’Umbria, rinfrescato nelle giornate calde nei ruscelletti o nelle fontane, ma devo confessare che lnon l’ho mai più trovato da nessuna parte. Non perché non ci fosse del Sagrantino di Montefalco in vendita, infatti a Milano lo si trovava già da Solci, a N’Ombra de Vin, nell’enoteca di via Solferino, ma proprio perché quello che trovavo era diverso da quello che mi aveva fatto innamorare sul posto, tanto diverso, molto più simile a quello di oggi, che è cambiato parecchio. Oggi ne trovo sempre e soltanto di un colore rubino molto intenso e fitto e dai riflessi viola, profumo di mora, frutti di bosco, prugna, caldo e avvolgente in bocca e piuttosto robusto, con un livello alcolico tra i più alti del mondo. Ha senza dubbio un disciplinare che ha fatto successo, grande, enorme, di fama internazionale, ma è un vino totalmente diverso da quello che mi aveva affascinato allora.

Quello che oggi assomiglia di più a quel mio vino del cuore di allora e che ricordo bene perché stampato negli angoli più remoti, ma sempre perfettamente accessibili della memoria, non è più il Sagrantino di Montefalco, ma il Montefalco Rosso, anche se in questo ci sono troppe altre uve di contorno, è diverso da produttore a produttore, a volte ha una nota di marasca, altre volte profuma di chiodi di garofano, emerge una fresca vena di acidità oppure qualche ineleganza, quando non emergono retrolfatti di mirtilli, carrube e ribes nero.
Mi è venuto perciò spontaneo un dubbio: perché si sia sacrificato sull’altare del marketing un vino tanto spiccatamente locale, brioso, succoso, in favore di un altro che risponde solo alle esigenze dei wine-writer anglosassoni?. Quante volte avrei voluto rivolgere questa domanda al più famoso dei produttori locali, quello che non nomino perché ha stravolto l’enologia del suo territorio, ma non ho mai osato farla proprio perché allora mi mancavano gli elementi di conoscenza necessari.

Troppo pochi vini assaggiati, troppo lontano dalla zona di produzione per rigirarmela ancora tutta alla ricerca, col lanternino come Diogene, di un uomo vero, di un produttore che mi restituisca quella gioia e quella sorpresa di allora col suo vino tradizionale, fatto come lo facevano il padre, il nonno e il bisnonno. Non ha senso, magari, proprio perché l’abito del Sagrantino di oggi ha le scarpe di cuoio lucenti, il doppiopetto, la cravatta alla moda, l’orologio d’oro e una carta da visita di successo fra i buyers della City di Londra o di Manhattan Square a New York, mentre quel grandissimo vino era praticamente ignorato dai più, era venduto alla stregua dei vinelli da osteria e soltanto in loco, un vino dalle scarpe grosse, le mani callose, i pantaloni di fustagno e un cappello costruito con i fogli dei quotidiani.

Poiché sarò anche rinco…, ma non sono retrò e nemmeno tanto rimba…, quella domanda me la sono tenuta nascosta umilmente per anni. Ma adesso la rendo pubblica, dopo aver visto una leggera nota di delusione negli occhi dei miei amici stranieri che bevevano con curiosità il Sagrantino di Montefalco di oggi, un accenno di perplessità che non era certo rivolta alla fattura e alla qualità intrinseca del vino assaggiato (che è pur sempre notevole) quanto all’eccesso di osanna e di premi che gli vengono assegnati nonostante somigli molto a tanti altri eccellenti vini francesi e californiani. Loro avrebbero voluto assaggiare qualcosa di particolarmente tipico e dalla prorompente personalità mediterranea, invece si sono trovati ne calice uno dei tanti vini dal gusto omologato, senza personalità prorompente, sebbene abbia guadagnato le copertine di molte riviste di peso negli USA (anche fisico, sembrano elenchi telefonici.

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Il processo che ha fatto il Sagrantino di Montefalco ripaga certo finalmente degli investimenti fatti da quel produttore che ha dominato sui mass-media, ma oltre ad aver sconvolto l’enologia locale ha rischiato di essere seguito da altri grandi vini che ottimamente si accompagnano invece così come sono ai piatti tipici del loro territorio. Sarebbe successo veramente se solo avessero dato retta alle sirene e alle chimere dell’abuso della barrique che li renderà di stile internazionale come una grancassa, anzi di sicura gran cassa, great money direi, abbordabili cioè sicuramente dai giapponesi con la loro cucina orientale o dagli americani che notoriamente mettono il ketchup anche sulle torte o nella scodella del latte e dei fiocchi d’avena.

Quando si fanno disciplinari alla moda il successo all’estero è garantito, ma noi perdiamo qualcosa di straordinario e riduciamo i sapori a quelli stessi che ci propone il supermercato americano o la stazione di benzina in centro Europa. Che senso ha difendere i formaggi da latte crudo, gli insaccati con la carne tagliata a punta di coltello, quando perfino il semplice vino diventa un gran bel business anziché l’ambasciatore di territori che vengono invece visitati proprio perché unici, irripetibili, con la loro stupenda personalità e identità culturale?

Non toglierei soddisfazioni, adesso che finalmente arrivano, a quei coraggiosi produttori che hanno salvato le proprie aziende, interi paesi che si svuotavano per emigrazione da Bevagna a Gualdo Cattaneo, da Giano dell’Umbria a Castel Ritaldi per non parlare di Montefalco che oggi soffre al contrario di sovraffollamento, anche di braccianti africani sottopagati e in giro di sera per il centro confondendosi nel buio, ma mi piacerebbe pensare che si possa mantenere uno spazio anche per gli aromi e i sapori tradizionali, che nei disciplinari possa trovarsi qualcosa che salvaguardi l’integrità di una storia da cui comunque è nato un altro futuro più prestigioso, prevedendo comunque una indicazione in etichetta e un premio di imbottigliamento per le produzioni di vino che si aggancino al patrimonio di un passato di sacrifici e ad aromi e gusti che non è giusto sacrificare alla globalizzazione.

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Il sagrantino è una varietà di uva che non ama l’esagerazione con il legno, soprattutto quello delle botticelle tostate di rovere francese, mentre con quelle grandi in rovere di Slavonia si comporta già meglio. Il vino Sagrantino da giovane maturato in queste ultime non ha tannini tanto più aggressivi di quelli degli altri grandi vini del nostro Paese e dimostra che sarebbe proprio il legno, e in particolare quello piccolo, a stressare il fruttato e a rendere i vini ancora più duri. Si stanno effettuando anche prove di maturazione del Sagrantino in anfora di terracotta naturale, non vetrificati, provenienti dall’Impruneta fiorentina. Colle San Clemente, Carlo e Douchanka Mancini, Terre San Felice e altri.

Mi rivolgo perciò a tanti altri produttori che mettono un grande impegno anche nel resto della produzione destinata più al consumo popolare che alla collezione di vini da cassaforte o da culto, adatti ai grandi pranzi delle numerose famiglie riunite alla stessa lunga tavolata le domeniche in cui si fa festa e per festa s’intende mangiare sia il pesce che la carne e per finire i dolcetti. Ma sono vini alla portata delle tasche di tutti e mi chiedo chi fra i grandi e famosi degustatori avrebbe il coraggio di affermare che ne scolerebbe delle intere bottiglie a tavola per quanto sono avvincenti e non soltanto un paio di bicchieri come invece farebbero col famoso, ma prezioso, o meglio impreziosito Sagrantino di Montefalco? Chi ci restituirà quell’impareggiabile Sagrantino di Montefalco che bevvi nel 1980?

Qualcosa evidentemente si sta muovendo. L’ideale è manipolare il meno possibile per rendere il Sagrantino godibile nelle caratteristiche organolettiche dell’uva e non dei vasi vinari. Non sono certo stato né il primo né l’unico ad andare fuori dal coro e contro il coro dei cortigiani di quello stravolgimento della tradizione. C’è sicuramente, finalmente, un dibattito in corso tra i produttori sull’abuso del legno per il Sagrantino di Montefalco, alcuni hanno presentato una proposta di modifica del disciplinare per rendere  facoltativo l’uso del legno e aprire le cantine alle maturazioni e agli affinamenti alternativi, capaci di esaltare le caratteristiche del sagrantino giovane. Un’uva che ha bisogno di essere addomesticata, ma non per forza con le tecniche attualmente previste dal disciplinare che fanno solo comodo a chi lo ha stravolto per gonfiare i muscoli del vino nella sua cantina invece di valorizzare nella sua integrità il fruttato che deriva da un grande lavoro in vigna, esattamente nella direzione in cui il mondo dei consumatori sta andando.

di Mario Crosta

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