Il sangue della terra: vendemmia, vino e memoria in Piemonte
Chi dice Piemonte dice vino.
Con circa 43.000 ettari coltivati a vite e una produzione che nel 2023 ha superato le 2,3 milioni di ettolitri, questa regione è una delle capitali italiane dell’enologia (dati: Istat, Regione Piemonte). Ma il vino non è solo un prodotto agricolo, e la vigna non è solo una coltivazione.
È identità, cultura, patrimonio. Un filo che unisce passato, presente e futuro.
Oggi il vino è anche uno status symbol, una produzione pregiata in grado di cambiare l’aspetto del territorio e le sorti di chi lo abita.
Le Langhe ne sono l’esempio più noto.
Fino a pochi decenni fa erano considerate ‘le campagne della malora’, dove il giorno era più magro di un’acciuga.
I terreni erano ripidi e poveri d’acqua, difficili da lavorare e poco adatti a colture redditizie come grano o mais.
Poi qualcuno ha creduto in quelle colline dimenticate, in un futuro diverso.
Oggi qui, in questo territorio patrimonio dell’UNESCO, arrivano appassionati da tutto il mondo, e i migliori vini piemontesi trovano mercato da New York a Tokyo.
Il valore di un ettaro nelle zone di Barolo o Barbaresco può sfiorare i due milioni di euro, a seconda dell’esposizione e della vocazione agronomica.

Vale la pena ricordare che il vino, in passato, era alimento più che bevanda per il magro pasto dei contadini.
Un’immagine molto distante dai vignaioli di oggi, tra SUV e degustazioni.
Però non sempre si stava meglio quando si stava peggio e anche il ‘vino del contadino’ ha avuto le sue beghe.
Lo scandalo del metanolo
Nel 1986, il vino fu al centro di uno degli scandali alimentari più gravi d’Italia: l’adulterazione con metanolo provocò la morte di 23 persone e gravi intossicazioni in decine di altre.
Da allora, i controlli si sono moltiplicati e la percezione del vino artigianale ha iniziato a cambiare.
Questo evento infausto è stato il mortale promotore di un’evoluzione necessaria verso pratiche più attente e verso una valorizzazione delle produzioni.
Il vino non è solo un piacere o un affare.
È simbolo, racconto, mito.
Il mito del vino
Da più di 2000 anni viene versato nei calici del rito cristiano dell’eucarestia; per i Greci era dono di Dioniso, e per gli Ateniesi, insieme a olivo e grano, era criterio per distinguere amici e nemici: amici quelli che lo coltivavano, nemici quelli che non lo facevano.
Eppure, nonostante le sue origini arcaiche e i millenni di storia, ha sempre continuato a trasformarsi.
Ha seguito le civiltà, le rotte commerciali, i gusti.
Il vino delle Langhe
E ancora oggi, in un mondo iperconnesso, resta uno dei pochi prodotti a mantenere una carica simbolica intatta.
Ritornando alle Langhe, le ho scoperte 20 anni fa, quando ancora credevo che la gastronomia fosse un reparto del supermercato.
Avevo vent’anni, lavoravo a Torino al Vitel Étonné, e dei proprietari decisamente ottimisti hanno deciso di coinvolgermi nelle gite in Langa, che rifornivano la cantina del ristorante.

Per me, fino ad allora, il vino era stato una cosa diversa.
Avevamo delle vigne di famiglia e imbottigliavamo nel classico pintone da due litri.
La vendemmia era una faticaccia, in vigne ripide come il Monviso.
Il nonno e poi mio padre, come l’Uomo del Monte con le ananas, dopo infinite ispezioni decidevano il giorno esatto in cui iniziare.
Troppo presto e l’uva (principalmente barbera e sangiovese) era verde, troppo tardi e si rischiavano malattie o grandinate.
Tutti pensano che basti aspettare e l’uva diventa vino da sola, ma non è così: servono pressatura, rimestamento, pazienza, tecnica, conoscenza delle fasi lunari e una certa dose di fortuna.
Visitando le Langhe ho scoperto cantine grandi come cattedrali, sale degustazione, ristoranti eccellenti e pomeriggi passati a parlare (tra una bottiglia e l’altra) con quei vignaioli diventati imprenditori con le mani callose.
Saggi, lungimiranti, legati al territorio e orgogliosi.
Quindi spero possiate andarci anche voi e tornare a casa con gli occhi pieni di meraviglia (e il bagagliaio pieno di vino).

Cinque cantine delle Langhe da visitare oggi
Se dovessi consigliare cinque cantine delle Langhe da visitare oggi, sceglierei:
– La Spinetta (Rivetti);
– Conterno Fantino;
– Cavallotto, uno dei pochi che vinifica barolo in botti di grandi dimensioni;
– Marziano Abbona, vignaiolo d’altri tempi con le sue etichette sognanti;
– Malvirà, che affianca alla tradizione qualche sperimentazione più ardita.
E per chi volesse assaggiare qualcosa di semplice ma autentico, ecco la mia marenda sinòira (spuntino pomeridiano) ‘outdoor’ da provare seduti in una vigna (però non mentre stanno vendemmiando):
un bicchiere di vino Pelaverga, grissini rubatà, acciughe al verde e salame cotto tagliato a mano.
“Al vin bon a l’é metà féit.”
“Il buon vino è già mezzo fatto.”
(Proverbio piemontese)
La vendemmia passa, ma il vino resta. E racconta, in ogni sorso, il lavoro, il paesaggio, e le storie di chi ha saputo aspettare il giorno giusto per iniziare.


