Il sapore della nostalgia

Il sapore della nostalgia

Il sapore della nostalgia

Perché certi cibi ci restano dentro per sempre e sanno parlare alla memoria meglio di molte parole

Ci sono sapori che non sentiamo davvero da anni, eppure continuano a vivere da qualche parte dentro di noi.

Non li cerchiamo ogni giorno. Non li nominiamo spesso. A volte pensiamo perfino di averli dimenticati.

Poi basta un dettaglio.

L’odore del sugo che arriva da una finestra aperta. Una torta intravista in vetrina. Il rumore di una moka sul fuoco. Il profumo del pane appena tagliato.

E all’improvviso qualcosa si muove.

Non è solo fame. È memoria.

Il cibo arriva dove la mente da sola non arriva

Abbiamo tutti sperimentato questa sensazione: assaggiare qualcosa e sentirci trasportati altrove.

A una cucina dell’infanzia.
A una tavola apparecchiata la domenica.
A una nonna che cucinava senza ricetta scritta.
A un’estate lontana.
A qualcuno che oggi non c’è più.

Il cibo ha questo potere particolare: apre porte interiori che spesso le parole non riescono ad aprire.

Perché i sapori non vengono conservati soltanto come informazioni.

Si legano ai volti, alle stagioni della vita, al modo in cui ci siamo sentiti mentre eravamo lì.

Perché succede?

La psicologia della memoria lo spiega bene: odori e sapori hanno un accesso privilegiato alle aree del cervello coinvolte nelle emozioni e nei ricordi autobiografici.

Per questo un profumo può colpirci con una forza sorprendente e riportarci a scene che pensavamo perdute.

Non ricordiamo soltanto il gusto di un cibo.

Ricordiamo chi eravamo mentre lo mangiavamo.

Ed è una differenza enorme.

Non ci manca sempre il piatto. Ci manca il tempo che conteneva.

Quando diciamo che ci manca la pasta al forno della nonna” molte volte non stiamo parlando soltanto della pasta al forno.

Ci manca il pranzo della domenica. Il rumore delle persone in casa. L’attesa senza fretta. L’idea che qualcuno si prendesse cura di noi senza bisogno di dirlo.

Ci manca un tempo in cui la vita non solo sembrava più lenta, ma lo era. Un lusso che oggi non ci possiamo più permettere.

Il cibo diventa il simbolo concreto di qualcosa di molto più grande, che non parla solo di nutrimento, ma di relazione. Perfetta o imperfetta che sia.

Il mio sapore della memoria

Il mio cibo della nostalgia non è un piatto importante. Non è una ricetta da festa, né qualcosa che si ordina al ristorante.

È un piatto povero, che nella mia zona si chiama “mescete”, nato quando in casa non avanzava quasi nulla e proprio per questo non si buttava niente.

Nelle sere d’inverno mia madre metteva in padella un filo d’olio, aglio, peperoncino, broccoli o verza, sale e poi aggiungeva pane raffermo ammollato.

Pochi ingredienti. Nessun lusso. Nessuna pretesa di bellezza.

Eppure per me quello era il momento più felice.

Ricordo il profumo che riempiva la cucina mentre fuori faceva freddo. Ricordo la luce della sera, il rumore della padella, il senso di casa.

Non avevamo molto.

Ma in quel momento mi sembrava che non mi mancasse nulla.

Forse è questo che rende certi cibi indimenticabili: non la ricchezza degli ingredienti, ma l’abbondanza affettiva che contenevano.

Perché da adulti certi sapori ci commuovono

Con il passare degli anni mangiamo sempre più spesso in modo funzionale.

Tra una riunione e un impegno.
Davanti a uno schermo.
Di corsa.
Pensando già a dopo.

Per questo alcuni sapori ci toccano così tanto: ci ricordano un tempo in cui il cibo era anche presenza, rito, attesa.

Un tempo in cui mangiare non serviva solo a nutrirsi. Serviva a stare insieme.

La nostalgia che nutre

Spesso pensiamo alla nostalgia come a qualcosa di triste.

Ma non sempre lo è.

A volte è una forma dolce della memoria. Un modo con cui la mente ci ricorda ciò che ci ha fatto bene.

Preparare una ricetta di famiglia, rifare un dolce dell’infanzia, comprare un pane che ci ricorda casa: non è regressione.

È continuità.

È il tentativo umano e bellissimo di non perdere del tutto ciò che ci ha costruiti.

Il sapore che ci portiamo dentro

Forse tutti abbiamo un cibo così.

Un piatto semplice, magari poco appariscente, magari normalissimo agli occhi degli altri.

Ma capace di riportarci immediatamente in un luogo sicuro.

Per qualcuno è una minestra.
Per altri una crostata.
Per altri ancora un sugo lento, un brodo, una fetta di pane con olio e sale.

Non conta cosa sia.

Conta quello che custodisce.

Perché alla fine il cibo che ci manca di più non è sempre il migliore.

È spesso quello cucinato da qualcuno che ci amava e ci faceva sentire al sicuro.

E se potessimo incontrarci oltre questo schermo, mi piacerebbe tanto conoscere il vostro cibo del ricordo.

 

 

 

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Mi chiamo Francesca Pappacena e racconto il cibo da dentro. Ho studiato psicologia, ho fatto l’impiegata in una fabbrica di pomodori, l’addetta stampa in un’agenzia romana, la commessa da Gucci, l’assistente alla poltrona da una ginecologa, la social media manager. In pratica, ho cambiato più ruoli di una posata in una cena di gala. Ma in ognuno ho sempre cercato la stessa cosa: capire come stanno davvero le cose. Ho scritto e fatto editing per BBQ4All, ho solo scritto per Gastronomica-Mente e Il Bugiardino, realtà diverse che mi hanno insegnato molto. Ho fondato “I Segreti di Stilla”, una linea di gin artigianali con tre etichette – Sei Nove, Nove Zero e Zero Sei – con tre caratteri diversi: balsamico, erbaceo e fruttato. Come le persone, ma più trasparenti. Mi occupo di cibo di qualità, diritti umani e cultura agricola. Sto anche dando vita a una realtà che racconti perché le tradizioni contadine non sono folclore, ma radici da difendere (e da viversi lentamente). Dietro la Pappa è il mio spazio di scrittura: un luogo dove racconto storie di cibo, vita vera e lavoro, servite senza fronzoli.
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