Il vino è davvero in crisi?  Tra consumi che cambiano e sistema che deve ripensarsi

Il vino è davvero in crisi?  Tra consumi che cambiano e sistema che deve ripensarsi

Negli ultimi mesi la parola “crisi” è tornata con insistenza nel dibattito sul vino. Calo dei consumi, nuove abitudini sociali, pressione normativa, maggiore attenzione alla salute, costi in crescita.

Ma siamo davvero davanti a una crisi del vino?

Oppure stiamo assistendo a una trasformazione strutturale del suo ruolo nel sistema sociale ed economico?

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La differenza non è semantica. È sostanziale.

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I numeri che fanno rumore

Il consumo pro-capite è in diminuzione rispetto ai decenni passati. In particolare, i vini rossi e fermi — che rappresentano circa il 50% della categoria — registrano una contrazione significativa.

Parallelamente cresce l’attenzione verso il segmento low e no alcohol. Tuttavia, nei numeri attuali, questo comparto vale meno dello 0,5% del mercato complessivo: una quota troppo contenuta per compensare il calo dei consumi tradizionali.

È quindi difficile sostenere che il no-alcohol rappresenti, oggi, la soluzione strutturale alla contrazione del mercato. Il punto centrale non è soltanto quanto si beve. È come e perché si beve.

Low e no alcohol: una risposta parziale

Non è corretto leggere il cambiamento di abitudine dei giovani come una semplice ricerca di “zero alcol”. Una parte delle nuove generazioni non rifiuta necessariamente l’alcol in sé, ma è più attenta a equilibrio, forma fisica e contenuto calorico. Non siamo davanti ad un fenomeno di astinenza, piuttosto ad una sorta di controllo su quello che si beve.

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Il tema è molto più ampio e si intreccia con un cambiamento di stile di vita. Se una parte del tempo libero si sposta dallo stare attorno a un tavolo al tempo trascorso davanti a uno schermo, cambia anche la funzione sociale del vino.

Brindare implica presenza. Scrollare no.

E quando si riducono le occasioni di convivialità reale, si riduce anche la centralità di un prodotto che nasce per accompagnare la relazione.

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Il fattore prezzo: il vino fuori casa pesa di più

Accanto agli aspetti culturali, c’è un elemento concreto: il prezzo nel canale horeca.

In molte analisi di settore viene evidenziato come il ricarico applicato nei ristoranti possa incidere significativamente sulla scelta del consumatore. Quando il prezzo al tavolo raddoppia o triplica rispetto allo scaffale, il cliente tende a ridimensionare l’ordine.

Si ordina una sola bottiglia invece di due. Si sceglie il calice. Si opta per alternative meno costose.

Oppure si rinuncia. Non è una dinamica polemica, ma economica.

Se le uscite sono meno frequenti e la spesa più controllata, il vino diventa una voce sensibile dello scontrino. 

Il problema non è il prodotto. È il posizionamento.

Il vino italiano, sul piano qualitativo, non è mai stato così alto. Le competenze agronomiche ed enologiche si sono raffinate, il livello medio si è alzato.

Eppure, la comunicazione resta spesso ancorata a un modello tradizionale, pensato per un pubblico già formato.

Nel frattempo, altri settori, come quello degli spirits, hanno investito in modo massiccio su packaging, design, costruzione del marchio. La bottiglia diventa oggetto identitario, quasi da gioielleria.

Nel vino, la forma resta spesso immutata. Tradizione, sì. Ma anche rigidità.

Molti produttori investono ancora poco in formazione, in ambassador, in strategie di racconto evolute. Se si vuole intercettare nuovi segmenti di consumo, non basta produrre bene. Occorre comunicare meglio.

Vini in Cantina
Vini in Cantina

Identità o frammentazione? La sfida dei mercati esteri

Nel confronto con diversi produttori è emersa anche un’altra riflessione: la ricchezza del sistema italiano, all’estero, può trasformarsi in complessità difficile da leggere.

Il caso del Prosecco è emblematico. Tra DOC, DOCG, sottozone, Rive, Superiore e ulteriori specificazioni territoriali, il sistema moltiplica le differenze qualitative e geografiche.

Per un operatore esperto questa stratificazione è valore.

Ma per un mercato lontano — ad esempio quello giapponese o americano — quanto di questa differenza viene realmente compresa?

Il rischio è che la precisione territoriale, che in Italia rappresenta un punto di forza, all’estero diventi percepita come frammentazione.

L’Italia eccelle nella precisione geografica. Il mercato globale, però, spesso premia la semplicità.

Una crisi o una trasformazione?

Il vino non sta perdendo qualità. Sta cambiando posizione nel sistema delle abitudini.

Non siamo davanti alla fine del vino. Siamo davanti alla fine del consumo automatico. Il vino non scompare: si seleziona. Non si indebolisce: si segmenta. Non perde valore: cambia ruolo.

La vera questione non è quanto produrre.

È capire quale spazio il vino vuole occupare in una società che beve meno per abitudine e più per scelta.

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Napoletana di nascita e romana d’adozione, dal 2010 vivo nella Capitale, dove lavoro come IT Manager. Da buona donna del Sud, amo la cucina tradizionale, i sapori autentici e le tavole conviviali, anche se preferisco più stare davanti ad una tavola imbandita che dietro ai fornelli. Le contaminazioni moderne? Le accetto, ma con moderazione. Diciamo che, se volete conquistarmi, una buona pizza batte sempre il sushi! Ho molte passioni: il cinema anni ’50 e ’60, il teatro, i romanzi gialli, la musica, l’opera lirica, la disco music rigorosamente anni ‘70 e ’80 e sono una grande tifosa del Napoli. Quando posso mi piace viaggiare tra borghi e luoghi poco battuti, od andare alla ricerca di ristoranti e realtà che coniugano semplicità e raffinatezza, dove poter vivere quelle esperienze “per molti, ma non per tutti”. Nel 2022 mi sono avvicinata per curiosità al mondo del vino. E pensare che credevo di essere astemia! È stato amore a prima vista. Da allora ho iniziato a studiare, a degustare e a partecipare a corsi e masterclass, fino a diplomarmi Assaggiatore ONAV e certificarmi Wine Ambassador. E non mi fermo qui, perché la mia sete di sapere (e di vino) continua a spingermi verso nuove avventure Nel 2025 ho creato un mio blog, Un bicchiere alla volta per condividere, con curiosità e leggerezza, le emozioni che nascono da un calice di vino e da un buon piatto. Con molta umiltà, cerco di non parlare di tecnicismi, ma di raccontare le emozioni che il vino sa suscitare. Come diceva Socrate, “so di non sapere”, e ogni calice resta per me un piccolo mondo da scoprire.
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