Intervista – Salvatore Martusciello

Salvatore Martusciello

Da quattro anni produci da solo, senza la tua famiglia, con cui hai condiviso per vent’anni un progetto importante.
Sì, vero. L’esperienza Grotta del Sole è stata fondamentale nella mia vita. Ho partecipato alla costruzione di un progetto entusiasmante, fondato sul recupero di aree produttive dimenticate, di contadini abbandonati a loro stessi, di territori da riqualificare e valorizzare. Nel 1991 decidemmo di dare voce e vita ad aree viticole della provincia di Napoli e di Caserta che pur avendo grande storia e tradizione erano state dimenticate ed erano cadute nell’oblio. Eravamo Davide contro il mercato Golia che chiedeva solo vini dal nome e dal gusto internazionale, che ancora osannava i produttori grandi, che non dava fiducia, a parte pochissime eccezioni, alle aziende e alla viticoltura della campania e del Sud Italia. È stata una bellissima esperienza aver contribuito con la mia famiglia a questo nuovo rinascimento del vino campano e alla nascita di ben tre nuove doc, un caso più unico che raro. Ricordo ancora lo stupore e la diffidenza iniziale delle decine di agricoltori ai quali – appena ventenne – proponevo l’acquisto delle loro uve e progetti di recupero e valorizzazione delle loro vigne, in alcuni casi dei fazzoletti di terra che nel tempo sarebbero diventati una fonte di reddito per l’intera famiglia. E ricordo – come se fosse ieri – la partecipazione ai primi Vinitaly – alla fine degli anni 80 – dove le aziende campane si contavano su poche dita e lo stupore degli operatori e degli addetti al settore di quando raccontavamo e parlavamo di Falanghina e Piedirosso, di Gragnano e Lettere o di Asprinio d’Aversa. In questo, ma non solo, ha avuto un grandissimo merito mio zio Gennaro Martusciello.

Cosa significa “vini di persistenza” scritto nel tuo logo?
Il contemporaneo è segnato da esperienze spesso effimere, superficiali, veloci. Volevo sottolineare la persistenza della mia storia personale e nello stesso tempo il carattere dei vini che produco. Il Gragnano, l’Asprinio, la Falanghina ed il Piedirosso sono vini che non dimentichi. E persistenti sono le relazioni costruite nel tempo con la comunità di agricoltori: non ho dimenticato le promesse fatte ad alcuni di loro venticinque anni fa, promesse che continuo a mantenere.

Che stile hai dato ai tuoi vini?
Non ho dato nessuno stile, nel senso che non ho dovuto “deciderne” lo stile. Beneficio di una decennale sapienza familiare trasmessami da mio padre e da mio zio Gennaro che il nonno volle far studiare alla scuola enologica di Conegliano Veneto, la più importante all’epoca. La passione per i vini fermi arriva dalla tradizione di mio nonno, la conoscenza della produzione dei frizzanti e degli spumanti dagli studi di mio zio. In merito allo stile, rispetto molto la materia prima e intervengo poco in cantina. La qualità delle uve è la conditio sine qua non e tutti gli sforzi sono concentrati su questo. Poi seguono le operazioni di cantina: uso lieviti selezionati, fermento a temperatura controllata, controllo la temperatura, filtro i miei vini; ma è tutto qua. Il segreto – se di segreto si può parlare – è si rappresentato da ciò che fai ma soprattutto da come lo fai. Rispetto le materie prime per produrre vini autentici, veraci.

Quanto è cambiato il tuo lavoro?
Tantissimo. Ho grande empatia e amo confrontarmi con le persone e con le loro esperienze di vita e per questa ragione a grotta del sole mi sono sempre occupato dei rapporti con gli agricoltori e di seguire lo sviluppo commerciale dell’azienda. Coordinavo il lavoro di circa cento agenti in Italia e una quindicina di importatori nel mondo e ti dirò che anche quando l’azienda era cresciuta tanto – a distanza di venti anni – continuavo sempre più ad emozionarmi quando vedevo uno dei nostri vini in una nuova carta dei vini o sugli scaffali di un’enoteca. Ero spesso in giro e per questo ero poco a contatto con il processo produttivo.
Oggi, invece, date le dimensioni di questa mia nuova realtà viticola che porta il mio nome e che è nata 3 anni fa con il prezioso supporto e sostegno di mia moglie Gilda, sono in prima linea. Seguo in prima persona i miei vigneti e quelli dei miei conferitori, seguo la raccolta delle uve, in tanti casi carico e scarico le cassette, seguo tutte le fasi produttive, dalla fermentazione all’imbottigliamento e ho scelto di consegnare in prima persona i vini che produco, latitudine e longitudine permettendo, naturalmente! È una cosa molto faticosa ma la considero una delle cose più belle del mio lavoro perché mi permette di ringraziare chi mi da fiducia, di stringere mani e di raccontare quotidianamente dei vini che produco a chi crede nel mio lavoro e propone e racconta con entusiasmo i miei vini. Pensavo che con una piccola realtà avrei faticato di meno ma mi sbagliavo, quanto mi sbagliavo! Ma come ti ho detto fortunatamente non sono solo. Mia moglie Gilda è sempre un pilastro della mia vita e dell’azienda mentre mio cugino Francesco Jr mi supporta nella produzione e a lui devo moltissimo per impegno, professionalità e abnegazione.

Futuro?
Continuare a coltivare questa grande passione! Ho in programma di lasciare la cantina di Quarto, troppo grande per le mie esigenze attuali e sto valutando alcune alternative. Vorrei avere un luogo dove potermi dedicare ancora meglio ai progetti esistenti ma anche a nuovi progetti – come l’elaborazione e l’affinamento di spumanti metodo classico ed un vino a fermentazione spontanea e non solo…ma non farmi dire troppo!

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