La locanda delle fate si chiama Lou Pitavin
Esistono le fate? E chi lo sa.
Di certo esistono le locande delle fate, perché noi ne abbiamo vista una.
Si chiama Lou Pitavin, che in lingua occitana significa “Il picchio”.
La storia è antica, e un po’ mitologica: un uomo, povero e bisognoso di legna per riscaldarsi, stava per tagliare un albero.
Un uccellino, che abitava quell’albero, lo dissuase dal farlo: in cambio gli avrebbe fatto un grande dono.
L’uomo accettò.
È così che, da allora, molta gente dalla valle cominciò ad andare in quella locanda, alla ricerca di un pasto caldo e due chiacchiere di conforto.
A gestire questa splendida struttura, dal 2000, ci sono due persone parimenti splendide, i pronipoti Valeria e Marco che, con lo stesso spirito, accolgono i “pellegrini” all’interno di una locanda di legno la cui magia fa pensare alle fiabe, e di qui alle fate.
Lou pitavin innanzitutto ha delle stanze in cui, alla faccia degli anni passati, si sente ancora il profumo del legno, e in cui mancano le icone della modernità: la televisione e il frigobar.
Se la televisione non è una mancanza perché basta uscire sul balcone e godersi, senza schiacciare alcun tasto di alcun telecomando, lo spettacolo della natura, forse qualche volta, d’estate, un po’ di acqua fredda farebbe anche piacere: basta tuttavia aprire il rubinetto e bere, l’acqua è già di per sè fresca, oltre che buonissima.
Fuori c’è un po’ di tutto.
Dei “privè”, circondati dai cespugli, in cui sedersi per entrare in contatto con la natura (dalle api che, discrete, fanno il loro lavoro, alle mucche al pascolo sul monte antistante, e ancora alle fragoline di bosco che crescono spontaneamente qua e là).
Una casetta in legno costruita su di un albero, forse quello della storia del picchio.
Un torrente intorno al quale scorre la vita del bosco.
Infine un giardino fatto di panche, e una fontana, e tante persone, tutte in armonia con questa filosofia di vita.
Ancora, intorno, la Val Maira, collocata nelle splendide Valli Occitane, un angolo di montagna nel nord ovest italiano, non lontano dalla Francia, in cui l’assenza di treni e di autostrade (vicine) ha fatto da ostacolo al turismo selvaggio, quello delle masse.
Per arrivare li, bisogna sopportare un tempo di viaggio non da poco, ricco di tornanti; se vi dimenticate un oggetto qualunque, dallo spazzolino a un deodorante, bisogna recarsi allo spaccio di un campeggio, oppure al negozietto di un benzinaio.
In cambio, se andrete in una qualunque festa di paese, non troverete un solo banco con i classici prodotti della modernità, cioè delle multinazionali: solo e soltanto artigianato di qualità, pure a prezzi contenutissimi.
Per ultimo, ma solo perché nelle storie il pezzo forte lo si riserva alla fine, la cucina.
Il servizio, capitanato da Marco, è composto da ragazzi tutti sul pezzo, carini e simpatici; i piatti di Valeria, poi, sono una sinfonia di sapori autentici, dagli antipasti ai dessert, tutti indimenticabili e a prezzi parimenti contenuti.
Non possiamo fare un elenco esaustivo perché impiegheremmo una mezza giornata del vostro tempo, ci limitiamo ai nostri “the very best of”: una trota in carpione eccellente, dove l’aceto (aromaticissimo) esalta il sapore del pesce, che ne esce vincitore; i gnocchi all’ortica in cui le patate mettono in riga la farina, regalando una morbidezza ineguagliabile; una olla piemontese, cioè una specie di zuppa cremosa a base di fagioli, carne di maiale e verdure in cui verrebbe voglia di farci il bagno dentro; un cappello del prete la cui tenerezza, ai limiti della scioglievolezza, ci fa capire che in Italia non abbiamo bisogno d’incensare il wagyu giapponese; e ancora il fantastico arquebuse in due versioni, sorbetto e crème brûlée, che bisseresti come se non avessi alle spalle (cioè nello stomaco) un benvenuto, un antipasto, un primo e un secondo (sì, fate il menù degustazione, conviene al palato e al portafoglio).
I vini? “Naturalmente naturali”, e pure territorialmente estesi, a completare un’esperienza gastronomica che, di questi tempi, può considerarsi “rara”.
Lou Pitavin



