La morte di Carlin e la paura del buio.
La morte di Carlin Petrini segna molto più della scomparsa di un fondatore: è la fine di una visione capace di cambiare il modo in cui il mondo guarda al cibo.
Con lui non se ne va solo il padre di Slow Food, ma un pensiero complesso, politico e culturale che rischia oggi di disperdersi nel tempo, svuotato della sua forza originaria.
Il timore è concreto: senza il suo demiurgo, teorico e visionario, Slow Food potrebbe lentamente smarrire quella capacità di incidere, di trascinare, di essere movimento prima ancora che organizzazione.
Petrini non era soltanto un leader, ma un interprete del suo tempo, uno che sapeva tenere insieme contadini e intellettuali, piazze e università, trattorie e consessi internazionali.
La sua voce aveva un peso specifico che oggi appare ineguagliabile.
La storia insegna che i grandi movimenti, privati dei loro fondatori, entrano in una fase di ridefinizione che raramente riesce a mantenere la stessa intensità.
L’esempio più immediato, per restare in Italia, è quello del Napoli dopo Maradona. Il Napoli ha continuato a vincere, essere competitivo, persino conquistare lo scudetto.
Ma non è mai più stato il centro simbolico del calcio mondiale come negli anni di Diego.
Mancava – e manca – quella forza carismatica capace di spostare gli equilibri, di trasformare una squadra in un’epopea.
Allo stesso modo, oggi Slow Food rischia di diventare una struttura efficiente ma meno incisiva, più istituzionale che rivoluzionaria.
E questo rischio non nasce solo dalla scomparsa di Petrini, ma da crepe già evidenti negli anni precedenti.
La vicenda Farinetti, con il rapporto ambiguo tra ideali e mercato rappresentato dall’esperienza Eataly, sino alla vendita di Lurisia alla Coca Cola volendola far passare per un’operazione di “radicalizzazione sociale” della multinazionale, ha contribuito a minare la credibilità associativa, aprendo una frattura tra base e vertici.
Un passaggio che molti hanno vissuto come uno snaturamento, o quantomeno come un compromesso difficile da digerire.
A questo si aggiunge un tema generazionale.
La nuova classe dirigente, pur preparata e competente, non sembra aver ereditato fino in fondo quello spirito militante che animava le origini del movimento.
Non è solo una questione di leadership e di “coefficiente di penetrazione” di un potenziale pensiero, ma di contesto.
Sono cambiati i valori, le priorità, il modo stesso di intendere l’impegno sociale.
Dove prima c’era militanza, oggi spesso c’è progettualità; dove c’era visione politica, oggi prevale la gestione.
Eppure, Petrini aveva costruito qualcosa che andava oltre la sua persona.
“Buono, pulito e giusto” non era uno slogan (e l’ho più volte ripetuto mentre ci si faceva gli auguri scemi), ma una sintesi potente, capace di parlare a mondi diversi.
La domanda, oggi, è se quella sintesi sia ancora viva o se rischi di diventare una formula matura, svuotata di conflitto e di emergenza.
Il punto non è rimpiangere un passato irripetibile, ma interrogarsi sul futuro.
Senza una figura capace di incarnare e rinnovare quella visione, Slow Food rischia di perdere centralità nel dibattito globale sul cibo, proprio mentre temi come sostenibilità, biodiversità e giustizia alimentare sono più attuali che mai.
La sfida è aperta: trasformare un’eredità ingombrante in un motore vivo, evitando che il pensiero di Carlin Petrini si cristallizzi in memoria celebrativa.
Perché i movimenti, come le idee, sopravvivono solo se continuano a generare attrito, discussione, cambiamento.
E oggi, più che mai, serve qualcuno capace non di imitare Petrini, ma di raccoglierne la radicalità.
E nel frattempo io, per la prima volta nella mia vita, ho paura del buio.


