La Taverna del Capitano: storia di un’identità
Si sa, sono tanti (e troppi) i ristoranti che smettono di fare la cucina che sentono pur di seguire le “tendenze”, quelle che in teoria ti dovrebbero portare nelle guide, soprattutto nella “rossa”.
Poco importa se questo comporta la perdita della propria identità culinaria, cioè della propria anima, anche se talora (paradossalmente) è proprio questo ossessivo “guardarsi fuori” che può allontanare un ristoratore dall’obiettivo.
Come testimonia la stella Michelin appena confermata, Alfonso Caputo, insieme a tutta la sua famiglia, è uno che non ha abdicato alla sua cucina “pulita”, le cui fondamenta si chiamano riconoscibilità (delle materie prime) e tradizione (quella antica, non quella – paracula – nata dalla contemporaneità).
Con questo rispetto di sè che, ben 29 anni fa, ha ottenuto la prima stella, che è poi raddoppiata nel 2006, per tornare single nel 2012.
Certo, il rooftop – molto piacevole, anche se migliorabile a livello d’illuminazione – che ha inaugurato lo scorso anno, le guide un po’ le cerca, ma la lingua che davvero conta è quella dei piatti, come pure la passione (vera) del sommelier, Giacomo Gargiulo, che dalla sua ha una grande competenza, e ancora di più la capacità (rara) di ascoltare i gusti dei clienti che, per definizione, sono sempre diversi.
Lo stesso dicasi della giovane Federica Di Mauro, appassionata di caffè, come pure del figlio chef di Alfonso, Matteo, che riesce a restituire nei piatti la filosofia del padre partendo dal non facile (in assoluto) ruolo di figlio.
Fra le tante cose degne di essere menzionate, ricordo innanzitutto un’originale ostrica alla brace, che accoglie le note affumicate senza perdere le proprie caratteristiche di base.
Poi, delle strisce di tonno e peperone (unite da un concentrato di San Marzano) davvero ghiotte, e una pasta mischiata profondissima, che s’attacca alla memoria papillare per non lasciarti più.
Gli spaghettini al limone con il ragù di aragosta sono un altro tuffo dentro quel passato in cui la semplicità non faceva rima con banalità, ma poi arriva un piatto di quelli degni di entrare nella top 20 di sempre, almeno la mia.
Una cernia alla brace con la sua maionese di collagene, con a fianco un’insalatina di limone salato: un encomiabile tetris di sapori.
Buono il maialino nero casertano al forno, e paradossalmente fresco il creativo pane e cioccolata finale, come pure (più evidentemente) il cocco in costiera, con gli agrumi.
La colazione de La Taverna del Capitano è altrettanto buona, e tradizionale, aiutata dal fatto di essere servita davanti al mare.
C’è poi Casa Caputo, un locale che si trova nella vecchia sede del ristorante gourmet: non solo davanti, quasi a livello del mare.
Parla di materia prima senza svolazzi e molta serietà: è lì che viene preparato uno spaghetto pomodoro e basilico che da solo vale la visita in questo luogo speciale, dove il tempo sembra essersi (piacevolmente) fermato.


