La viticoltura siciliana e la rinascita del catarratto
La viticoltura siciliana sta vivendo un lungo e gioioso risveglio, si parla tanto di Etna Doc, si è parlato di Marsala, e con esso di uve da taglio e da distillazione, dei bianchi per eccellenza Carricante, Inzolia, Grillo e Catarratto, e i rossi importanti Nerello Mascalese e Nero d’Avola, ma esiste anche la viticoltura della Sicilia occidentale, quella che viaggia tra Palermo e Marsala passando per Caltanissetta e Agrigento. Tra Doc Monreale e Doc Sicilia la scelta è ampia e le caratteristiche molto diverse e oggi vi raccontiamo del catarratto.
Cenni di storia
Il catarratto ci permette di fare un viaggio a ritroso nel tempo perché esso stesso oggetto di vicissitudini, relegato a uva di secondo piano a causa di visioni limitate e limitanti. I primi vini moderni siciliani risalgono alla seconda metà degli anni Ottanta, con il Rosso del Conte di Tasca d’Almerita e Duca Enrico di Duca di Salaparuta. Ridondante nominare lo scandalo del metanolo che ha segnato uno spartiacque in tutta l’enologia nazionale. A definire passaggi importanti in Sicilia è stato anche e non da ultimo l’arrivo di personaggi come Giacomo Tachis, grande enologo di fama internazionale, e grazie a lui, a torto o a ragione a seconda dei punti di vista, sull’isola arriva il modello francese che prevede l’utilizzo di varietà alloctone.
Il catarratto messo in secondo piano come uva da taglio e distillazione rimane ancora in ombra con la seconda fase, quella del momento francese appunto, che decreta il grande successo dei rossi, in un blend che prevedeva Cabernet, Merlot e Nero d’Avola. La terza tappa arriva con la Doc Sicilia nel 2011, e si passa dal modello francese all’utilizzo di uve siciliane, Grillo e Nero D’Avola, ma per il catarratto ancora poco da fare, perché deve aspettare la quarta fase che è quella attuale, in cui torna sul palcoscenico, e fa parlare di sé, grazie alla Doc Monreale che lo ha in un certo senso eletto vitigno bianco della denominazione.
Da una da taglio alla purezza. La grande rivincita del catarratto
Vitigno a bacca bianca che vanta una storia millenaria risalente all’VIII/VII secolo a.C. con i Fenici. Nei secoli veniva utilizzata come uva da taglio per il Marsala, oggi finalmente viene utilizzata in purezza per vini eleganti e fini, ricchi di una bella parte sapida. Il nome deriva probabilmente da una radice greca che indica abbondanza, e infatti la sua caratteristica è una generosità costante nella produttività che spesso l’ha portato a essere considerato adatto al taglio, più che a un prodotto unico.
Nel corso del Cinquecento fino all’Ottocento numerose le testimonianze che ne attestano la presenza, in Sicilia gli ettari vitati a catarratto erano novantamila, oggi appena un terzo. Da alcuni studi genetici sembra che il catarratto sia genitore del grillo, che a sua volta lo ha soppiantato in produzione per un periodo lungo, relegandolo appunto a uva da taglio.
Finalmente il riscatto, e oggi il catarratto vive di un nuovo splendore in particolare nella varietà qualitativamente più nota, il fenotipo bianco lucido. Negli ultimi quindici anni, dopo il grande successo e modello culturale siciliano basato sui rossi, arrivano i bianchi e oggi con la riscoperta e rinascita del catarratto si può davvero dare inizio a una nuova e vigorosa fase in cui il vino bianco siciliano, della parte occidentale dell’Isola, si avvia per un suo corso autonomo.
Le diverse versioni

Nelle sue diverse versioni è impressionante quanto il catarratto se condotto su suoli vocati sia versatile e possa esprimersi come spumante, fermo e Orange.

I terreni di elezione sono quelli di media e alta collina, terreni argillosi capaci di trattenere l’acqua per i periodi siccitosi e torridi, non bada molto alle escursioni termiche, l’importante è che non vada in stress idrico per troppo tempo. Uno dei pionieri della varietà è l’enologo Tonino Guzzo, che dagli anni Novanta crede nel catarratto come uva da usare in purezza, e realizzando bianchi dalla impressionante longevità, degni di un posto accanto ai vini del nord Europa. Acidità e tensione in ogni sorso, il catarratto è elegante e raffinato, anche molto sapido, se viene capito e interpretato bene, non delude.
La versione spumantizzata
Nella versione spumantizzata, grazie all’acidità appunto, è un prodotto competitivo anche accanto ai cugini del nord Italia conosciuti in tutto il mondo. Più di un produttore, vedi Lombardo, a Caltanissetta, ha fatto versioni affinate anche oltre i 40 mesi sui lieviti con risultati eccezionali. Castellucci Miano a Valledolmo in provincia di Palermo, su terreni in alta collina, ci regala sorsi longevi e strutturati, mentre Caruso&Minini a Marsala produce oltre la versione spumantizzata e ferma anche l’Orange, molto versatile e di carattere, per una beva di facile approccio ma non banale.

Produrre un catarratto di qualità è un tratto comune che le aziende perseguono da anni, tralasciando le mode del momento e sdoganando la varietà dall’utilizzo che se ne faceva un tempo. Crederci per alcuni, vedi l’enologo Tonino Guzzo che lavora per molte cantine del territorio, non è stato semplice, perché si è trattato in alcuni casi di espiantare e scommettere su un vino che si stava formando e strutturando in quegli anni, senza grandi precedenti che potessero facilitarne la riscoperta se non saltuarie intuizioni che hanno avuto ragione solo in seguito.
Nel sorso oggi ritroviamo la narrazione di un territorio, quindi dalla spinta fresca e di grande acidità, alla complessità del frutto esotico, le erbe aromatiche, anche l’agrume. Il gusto salino che lascia in bocca è di enorme piacevolezza, e la sua capacità di invecchiare è sorprendente. Abbinato a piatti locali, tonno e cipolla, cous cous alle verdure, anche salumi e formaggi non troppo stagionati, si accompagna bene a una beva quotidiana senza complicazioni ma necessita di un approccio attento perché è un vino serio, di bella struttura e che se preso dal verso giusto, molto appagante.
Photo Credit: Massimo Casali







