Lavica 2026: il battito de A’Muntagna nel calice e nel piatto
- La prima giornata: l’Opening a Milo
- Gli chef protagonisti e gli assaggi
- “I custodi del Territorio a Calatabiano”: il focus sui piccoli artigiani etnei
- Il Gran Finale: la cena conclusiva
- Alfio Pesce di Barone di Villagrande,
- Giuseppe Bonaccorso del ristorante Giardino di Pietra – Castello San Marco,
- Giovanni Santoro dello Shalai
- Massimo Tringali dell’Armani Restaurant Paris (1 stella Michelin)
- Matteo Corridori e Robert Moretti di Roteo – Hotel Musa
- Cristina Bowerman di Glass Hostaria (1 stella Michelin)
- Caterina Ceraudo di Dattilo (1 stella Michelin)
- Giuseppe Di Iorio di Aroma
La seconda edizione di Lavica ha riunito chef, artigiani ed interpreti del territorio tra Milo e Calatabiano, consacrando l’Etna come destinazione globale di cultura, enogastronomia e natura. Una tre giorni che ha trasformato la biodiversità vulcanica in un linguaggio gastronomico d’avanguardia, siglando una nuova sinergia tra agricoltura eroica e cucina.
C’è un’immagine che accompagna gli amanti dell’Etna ed i locals nella loro quotidianità. Il profilo dell’Etna – ‘a Muntagna per gli abitanti di questi territori – che custodisce paesaggi dal fascino senza tempo e una ricca biodiversità. Ed è proprio a questo patrimonio enogastronomico e culturale che Lavica ha voluto rendere omaggio per la seconda edizione.
Nato dall’idea di Valerio Murabito (titolare del Castello San Marco), il Festival ha visto la partecipazione attiva di Teritoria, Entegra e della Strada del Vino e dei Sapori dell’Etna, che hanno contribuito a rendere l’evento non già una mera rassegna di food & drink, ma una lente di ingrandimento su piccoli artigiani e abili chef.
La tre giorni, dal 22 al 24 maggio 2026, ha interessato due differenti location (Barone di Villagrande a Milo e Castello San Marco a Calatabiano), all’insegna dell’alta cucina e del buon bere per celebrare il territorio.
“A Muntagna” a Lavica non è stata semplicemente scenario suggestivo, ma emblema di fertilità latu sensu, tradizione e cultura gastronomica. Un omaggio al Vulcano pensato da chi vive il territorio quotidianamente; un atto di riconoscenza verso una terra generosa; un piacevole fil rouge che racconta l’Etna attraverso le materie prime e le interpretazioni di chef dell’associazione Teritoria italiani e di oltre confine.
La prima giornata: l’Opening a Milo
La serata inaugurale, “Opening a Milo”, è stata un piacevole percorso gastronomico diffuso, che ha trasformato il belvedere della Cantina Barone di Villagrande in un palco sensoriale di vini, cucina d’autore e natura.
Gli chef protagonisti e gli assaggi
Alfio Pesce di Barone di Villagrande, con la sua “Passeggiata tra i boschi” – una variazione di consistenze di funghi porcini – ha voluto evocare i profumi e le suggestioni del sottobosco etneo.
Giuseppe Bonaccorso del ristorante Giardino di Pietra – Castello San Marco, invece, ha riunito mare e altitudini, quasi a imitare il percorso delle colate laviche (sciare), nella pluma iberica, cavolo trunzo di Aci e ricci di mare.

Anima abruzzese nel piatto di Arcangelo Tinari di Villa Maiella (1 stella Michelin) che, nell’iconica “Pallotta cacio e ovo”, rilegge un grande classico della tradizione locale con occhio contemporaneo.

André Taormina di Ambroisie (1 stella Michelin) sa coniugare eleganza francese, rigore tecnico e spirito mediterraneo in una creazione dall’equilibrio millimetrico: la polpa di granchio al lampone e limone, caviale, spuma di riso, erbe e fiori del giardino, è senza dubbio un boccone impalpabile e dall’evoluzione tridimensionale.

Sarah Bertocchi e Fabrizio Molteni del Frosch Restaurant, hanno sintetizzato tutta l’anima delle Dolomiti nel loro “Verde Torrente”: tubetto Monograno Felicetti al farro, estratto di piselli, uova di trota alpina marinate e olio all’aglio orsino. Una cucchiaiata che profuma di natura, ha il sapore della ricerca e testimonia la conoscenza meticolosa della materia prima.

Giuseppe Raciti di Zash (1 stella Michelin), con la “Norma in carrozza”, ha presentato una versione “street food” del grande classico della cucina siciliana, racchiudendone gli ingredienti in un iris fritto. Una interpretazione che aggiunge con garbo una piacevole nota crunchy al piatto della tradizione.

“I custodi del Territorio a Calatabiano”: il focus sui piccoli artigiani etnei
Nella cornice di eccezione dello Charming Hotel Castello San Marco, la serata del 23 maggio ha cambiato ritmo e format, cedendo l’intero palcoscenico ai piccoli produttori dell’agroalimentare locale, per permettere al pubblico di conoscere tanto la biodiversità etnea quanto il know-how degli stessi artigiani.
Così, dalla birra alla vodka, passando per interpretazioni disparate della gastronomia isolana, il sabato sera si è tradotto in un goloso tour tra i banchi di assaggio, a tu per tu con sguardi ricchi di passione e mani segnate dalla fatica del lavoro tra campi e laboratori.
Il Gran Finale: la cena conclusiva
Una nuova sinergia tra il resident chef della struttura e i guest chef Teritoria è stata al centro della cena conclusiva.
Alfio Pesce di Barone di Villagrande,
con la sua “Cicerella ghiacciata co’tuppu” – brioche con farina di vinacce, rosmarino e Parmigiano con gelato di ceci e gel di limone, ha provato a far coesistere in un solo morso i capisaldi della cucina siciliana, giocando su un abbinamento ai limiti del ridondante.

Giuseppe Bonaccorso del ristorante Giardino di Pietra – Castello San Marco,
invece, ha trovato nel risotto carnaroli al finocchietto selvatico mantecato al burro acido con tonno ed il suo garum il trait d’union tra mare e terra.

Giovanni Santoro dello Shalai
Anima etnea ed ispirazione campana sono, invece, i protagonisti del piatto di Giovanni Santoro dello Shalai (1 stella Michelin). La genovese di maialino nero, finocchietto selvatico, spuma di patate e bacche di ginepro dell’Etna è infatti una golosa versione “glocal” del grande classico della tradizione partenopea.

Massimo Tringali dell’Armani Restaurant Paris (1 stella Michelin)
incuriosisce e colpisce con la tartare al fieno e semi di finocchio, erbe di Sicilia idroponiche e souvenir di Noris. Una forchettata capace di divertire il palato con un andirivieni di freschezza, contrasti agrodolci, texture e succulenza millimetrica.

Matteo Corridori e Robert Moretti di Roteo – Hotel Musa
centrano l’obiettivo con il “calamaro fra lago e Sicilia”. Un calamaro glassato alla crema di mandorla e aglio orsino ed il suo cappero, agrumi lactofermentati e uova di salmerino. Un assaggio che stuzzica per essenzialità ricercata e per un equilibrio in continua evoluzione; un bite mai scontato sintesi riuscita di un non semplice legame tra la Sicilia ed il “loro” Lago di Como.

Cristina Bowerman di Glass Hostaria (1 stella Michelin)
gioca con vette e bosco nei suoi mezzi rigatoni al Castelmagno, ginepro e mirtilli fermentati, che stuzzicano il palato con nuance agrodolci e speziate.

Caterina Ceraudo di Dattilo (1 stella Michelin)
con i fusilli al pesto di finocchietto, ragusano e yuzu contamina la tradizione sicula con una nota orientale. In tal modo capace di alleggerire l’assaggio, grazie ad una freschezza citrica che rende più completo il boccone.

Giuseppe Di Iorio di Aroma
Rassicuranti ma non banali i mezzi rigatoni all’amatriciana con ricotta salata siciliana di Giuseppe Di Iorio di Aroma (1 stella Michelin). Aggiungono una golosa ed inconfondibile verve meridionale ad un piatto iconico romano.

Lavica 2026 si è chiusa con una certezza: l’Etna non è più solo una “terra promessa”, ma un hub consolidato dell’alta hotellerie e della cucina d’autore. Dai filari di Milo alle cucine di Castello San Marco, è emersa infatti una biodiversità vulcanica inattesa non più fine a sé stessa, ma elemento distintivo di un territorio e delle sue numerose realtà ristorative.
Nell’attesa della prossima edizione, non resta che sperare nella forza propulsiva di questa “energia lavica” nel ridisegnare i paradigmi di un nuovo modo di concepire progetti di rete territoriale.



