Lo Spritz non è (solo) un drink. È una zona emotiva.

Francesca Pappacena
Lo Spritz non è (solo) un drink. È una zona emotiva.

Lo Spritz non è (solo) un drink. È una zona emotiva.

Siamo davvero pronti a dire che ci siamo stancati dello Spritz?

Forse no.

Perché più che un cocktail, è un rito collettivo, un gesto, un orizzonte sociale in cui ci riconosciamo tutti, anche quando non lo ordiniamo.

È il “comfort drink” per eccellenza, passatemi il termine.

Quando non sai se in quel nuovo locale c’è un bartender formato e non vuoi rischiare, ordini uno Spritz.

Lo abbiamo fatto un pò tutti: mal che vada potrebbe essere un pò annacquato.

Ovunque tu sia, in ogni zona d’Italia, c’è sempre qualcuno che lo sta bevendo.

Lo riconosci da lontano: ghiaccio che tintinna, arancio brillante, calice largo, fettina d’arancia a filo bordo e l’immancabile (ahimè) cannuccia nera.

Lo Spritz è uno di quei drink che non ha bisogno di presentazioni.

È lì, da sempre. Lo riconosci anche se non sei esperto.

Mi viene da chiedermi quando è stato, esattamente, il momento in cui ha smesso di essere solo un drink, per diventare uno stato d’animo.

Le sue origini: un cocktail per mitigare

Nato come una diluizione, lo Spritz è un errore in cerca di leggerezza diventato abitudine.

Durante la dominazione austriaca, i soldati asburgici arrivati in Veneto, per alleggerire i vini locali troppo forti, iniziarono a  spruzzarci dentro acqua frizzante.

E fu così che  il termine “Spritzen” (spruzzare), mutato a “Spritz”, iniziò a diffondersi.

Lo so che il richiamo al vino con la gassosa è immediato ma, per favore, silenziate i pensieri: qui ci si offende facile.

Non c’era ancora l’Aperol. Né il Select. Né i selfie con il bicchiere. Ma c’era già l’idea: un bere informale, conviviale, leggero ma costante.

La svolta italiana: l’identità diffusa

Lo Spritz ha mille identità, come mille sono i posti in cui lo si beve.

A Padova abbiamo l’Aperol.

Invece a Venezia il Select.

Ancora a Brescia il Pirlo.

Poi a Trieste si fa con Tocai.

Mentre ad Amalfi lo fanno con il Limoncello.

Ogni regione ha la sua versione, ma nessuno ci litiga. Perché è come la pizza: cambia colore, ma non perde significato.

Oggi: globale, sì. Ma è ancora nostro?

Si beve Spritz a Parigi, a Tokyo, a Miami.

Il suo successo planetario è anche merito di un certo ingrediente arancione (e della sua ottima campagna pubblicitaria).

È in tutte le drink list, è codificato dalla IBA.

Le dosi sono precise, il procedimento  è chiaro, non potete sbagliare.

Questo suo essere così presente, così accessibile, lo ha reso oggetto di snobismo: troppo popolare, troppo mainstream.

Eppure, se ci pensate, questo è il suo valore.

Lo Spritz è uno dei pochi cocktail che non divide, non impone, non impressiona.

È pura accoglienza.

È il drink con zero ansia da prestazione. Non deve dimostrare nulla. È lì solo per rassicurare.

Lo Spritz come zona emotiva.

C’è una ragione per cui lo Spritz è scelto così spesso da chi vuole “solo qualcosa di leggero”.

Non è solo il gusto amaro-dolce o il colore rassicurante: è il suo grado alcolico moderato a renderlo psicologicamente accogliente.

Non intimidisce, non mette alla prova, non spinge verso una performance da intenditori.

È un drink che permette di esserci, di condividere, senza obbligare a esporsi.

È inclusivo, senza farlo pesare.

In contesti sociali, soprattutto in Italia, funziona come cuscinetto relazionale: chi lo ordina, spesso, cerca una tregua dai ritmi frenetici, non un’affermazione.

Secondo alcune ricerche, il consumo leggero di alcol contribuisce a ridurre stress, migliorare lumore e abbassare la tensione sociale, specialmente in contesti conviviali.

L’alcol ha un effetto sedativo sull’amigdala (il nostro centro emozionale) aiutando a calmare l’allarme interno e favorendo una sensazione di benessere duraturo.

E posso confermarlo per esperienza diretta.
Che sia un’uscita tra amici, un primo appuntamento, una riunione informale con clienti o colleghi: in Campania, dove vivo, lo Spritz è ormai diventato un gesto rassicurante, anche se siamo lontanissimi dal suo luogo d’origine.
Lo scelgono in tanti, lo scelgo anche io.

Perché è semplice, perché non spaventa, perché è familiare.
Le mie amiche lo ordinano ai primi appuntamenti: “almeno non perdiamo il controllo”, dicono.

E hanno ragione, non c’è quella sensazione di ubriachezza improvvisa che altri cocktail, più forti, possono dare.

Puoi partecipare al rito conviviale senza pura. Stessa cosa per i miei amici uomini: nessuno sbalzo emotivo, nessuna paura di fare o dire cose fuori luogo.
Lo Spritz, grazie alla sua caratteristiche di leggerezza e familiarità, diventa così una zona emotiva sicura per tutti.

Una dichiarazione d’intenzioni: “Voglio stare bene, senza dover dimostrare nulla”.

Ecco perché non possiamo sbarazzarcene così facilmente, con buona pace degli “intenditori”.

Lo Spritz non è solo un drink.

È un gesto di tregua.

Una zona neutra dove non servono dress code, né tecnicismi da bartender.

Serve solo tempo, amici e leggerezza.

È così come lo vedi: sincero fino all’ultimo sorso.

In Campania ci sono reinterpretazioni spettacolari e davvero originali, dalle più rassicuranti alle più bizzarre, ma tutte legate al territorio.

Le elenco qui di seguito, perché meritano: il già citato Limonello Spritz, con liquore limoncello; l’Agrumello Spritz, con liquori agli agrumi locali; lo Spritz Vesuviano, con il liquore al Pomodorino del Piennolo,  lo Spritz all’acqua di mare (sì, avete letto bene: salino, perfetto con crudi e aperitivi estivi).

E chissà quanti altri ce ne sono in giro. Io a Trieste ne ho assaggiato uno al limone e cannella: fresco, profumato, intenso. Una piccola poesia liquida.

Quando sfogliate il menu dei drink, fateci caso.

Se ne trovate uno insolito, segnalatemelo.

Lo ricordate il vostro Spritz più significativo?

Quello che non era solo un drink, ma un momento preciso, la vostra zona emotiva?
Scrivetemi, anche questo, perché sono curiosa assai.

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Mi chiamo Francesca Pappacena e racconto il cibo da dentro. Ho studiato psicologia, ho fatto l’impiegata in una fabbrica di pomodori, l’addetta stampa in un’agenzia romana, la commessa da Gucci, l’assistente alla poltrona da una ginecologa, la social media manager. In pratica, ho cambiato più ruoli di una posata in una cena di gala. Ma in ognuno ho sempre cercato la stessa cosa: capire come stanno davvero le cose. Ho scritto e fatto editing per BBQ4All, ho solo scritto per Gastronomica-Mente e Il Bugiardino, realtà diverse che mi hanno insegnato molto. Ho fondato “I Segreti di Stilla”, una linea di gin artigianali con tre etichette – Sei Nove, Nove Zero e Zero Sei – con tre caratteri diversi: balsamico, erbaceo e fruttato. Come le persone, ma più trasparenti. Mi occupo di cibo di qualità, diritti umani e cultura agricola. Sto anche dando vita a una realtà che racconti perché le tradizioni contadine non sono folclore, ma radici da difendere (e da viversi lentamente). Dietro la Pappa è il mio spazio di scrittura: un luogo dove racconto storie di cibo, vita vera e lavoro, servite senza fronzoli.
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