Lo Stappo: Daniele Ricci a Vinitaly

Fabio Riccio
Lo Stappo: Daniele Ricci a Vinitaly

Lo Stappo: Daniele Ricci a Vinitaly

Dopo anni di autoimposto esilio, il richiamo di Vinitaly si è fatto sentire nuovamente.

Un appuntamento che per troppo tempo avevo vissuto con una crescente sensazione di estraneità, tra padiglioni sempre più chiassosi e vini patinati, figli di un’estetica distante dall’anima vera del mosto.

Eppure, la speranza di scovare ancora qualche gemma nascosta, qualche produttore autentico, mi ha riportato tra la folla. E quest’anno, la ricerca ha dato i suoi frutti: il nome è Daniele Ricci.

Non era una tappa prevista, non lo cercavo attivamente. Ma il destino, o forse un’attrazione sotterranea per l’autenticità, mi ha fatto imbattere nel suo stand, un’isola fuori dal tempo incastonata nel caos scintillante di Vinitaly.

Un’intercapedine tra due mondi: da un lato, le luci stroboscopiche, i badge dorati, gli stand dal design sofisticato e le parole spesso vuote; dall’altro, uno spazio essenziale, quasi timido, dove non c’era nulla da fotografare ma molto da ascoltare.

E lì, con la tranquillità di chi siede nel proprio cortile, non sul palcoscenico più grande del vino italiano, c’era Daniele Ricci. Poche bottiglie sul tavolo, sedie spartane e un sorriso che si concede solo con garbo.

Mi sono seduto, incerto su cosa aspettarmi, ma in pochi istanti ho capito di essere nel posto giusto.

Qui non si stappa per vendere a tutti i costi, per inseguire like o stupire con effetti speciali. Qui si stappa per raccontare, per lasciare che il vino si esprima in tutta la sua verità.

Daniele Ricci non dispensa lezioni, non adotta toni mistici né pose rivoluzionarie da salotto. Non invoca astri o energie cosmiche.

Lui lavora la terra con le mani e con la testa, con una passione palpabile e una punta di sana “rabbia” artigiana.

Forse è per questo che i suoi Timorasso mi hanno colpito con la forza di uno schiaffo e l’avvolgenza di un abbraccio nello stesso sorso.

Vini che non chiedono il permesso di piacere, bianchi indomiti, verticali, ricchi di spigoli e profondità, che non si offrono, ma si conquistano. E se per caso, passando, qualcuno abituato solo a Sauvignon glaciali da aperitivo osasse dire che i suoi Timorasso non piacciono, beh, potrebbe essere accompagnato gentilmente verso l’uscita.

Ma se ci si concede il tempo, se si ha ancora il desiderio di assaggiare con la mente oltre che con la lingua, allora il calice si trasforma in un viaggio, un percorso che non consola ma apre nuove prospettive, mantenendo una coerenza rara, anche quando il vino cambia “pelle”.

Poi ci sono le macerazioni, e confesso la mia iniziale diffidenza. Il mondo degli orange wine è diventato un terreno di gioco

per chi, spesso, conosce la terminologia ma fatica a distinguere un tè freddo da un bianco di struttura. Ma i vini macerati di Daniele sono tutt’altra cosa. Sono vini che osano, vini di chi sceglie di non filtrare senza nascondersi dietro l’alibi dell’approssimazione. Un ossidativo che non cerca la facile approvazione ma finisce per stregarti con una freschezza inattesa, una leggera nota tannica e una profondità spiazzante. Uno di quei vini che non solo vorresti bere ogni sera, ma che desideri raccontare agli amici con un misto di entusiasmo e pudore. Perché certi vini, come certe persone, più sono veri, meno hanno bisogno di ostentarlo.

E Daniele non ostenta.

Quando gli ho chiesto perché non scrive “vino naturale” in etichetta, mi ha guardato con l’aria di chi ha già sentito quella domanda mille volte, e mi ha risposto con una semplicità disarmante: “È come andare in giro dicendo che sei una brava persona. Se lo sei, non c’è bisogno di dirlo. E se lo dici, forse tanto bravo non lo sei.” Una frase che mi è rimasta impressa per tutto il resto della giornata, circondato da troppe parole identiche e vini patinati.

Quello che avevo bevuto da Daniele non era solo buono: era vero. Vero nel senso più semplice e più difficile del termine. Vini che non blandiscono, non manipolano, non si mettono in posa. Vini che si mettono a nudo e ti chiedono di fare lo stesso.

Alla fine della giornata, quando i padiglioni si svuotano, sono tornato da lui. Era ancora lì, con lo stesso sorriso accennato e lo stesso sguardo accogliente. Forse non ha attirato le luci dei riflettori dei soliti noti, ma so per certo che ha conquistato chi davvero conta: importatori veri, enotecari con l’anima, quelli che scelgono il vino come si scelgono le persone.

Persino a Vinitaly, di tanto in tanto, arrivano i giusti. E io, che ancora bevo con naso, palato e cuore, e poi con la tecnica, che cerco ostinatamente vini che mi parlino davvero, magari in dialetto, oggi ho trovato quello che cercavo.

Daniele Ricci resta uno di quelli che fanno vino senza fare rumore. Un grande artigiano del silenzio, che lascia parlare le sue bottiglie. E quelle bottiglie, dannazione, parlano meglio di tanti esperti da palcoscenico. Il suo CCC, in particolare, mi ha fatto tremare l’anima.

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Interessato da più di venti anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale. Dal lontano 1998 collabora come autore alla guida dei ristoranti d'Italia de l'Espresso, ha scritto sulla guida Le tavole della birra de l'Espresso, ha collaborato a diverse edizioni della guida Osterie d'Italia di Slow Food, ha scritto su Diario della settimana, su L'Espresso e su Cucina a sud. Scrive sulla rivista il Cuoco (organo ufficiale della federazione cuochi). Membro di molte giurie di concorsi enogastronomici. Ideatore e autore del sito www.gastrodelirio.it
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