Lo Stappo: lo Zegla Friulano di Renato Keber

Fabio Riccio
Lo Stappo: lo Zegla Friulano di Renato Keber

Lo Stappo: lo Zegla Friulano di Renato Keber

In mezzo al frastuono del Vinitaly, tra padiglioni affollati e sorrisi di circostanza, si fa largo un’isola di autenticità. Un banco vero, finalmente.

Pochi fronzoli, bottiglie che non inseguono mode effimere e un uomo che ti guarda dritto negli occhi mentre ti versa il suo vino: Renato Keber.

Friulano “di confine” nel cuore, tenace come molti in quelle terre dove le radici si intrecciano con la vicina Slovenia. Un vignaiolo del Collio vero, di quella rara stirpe di contadini che preferiscono far parlare le proprie vigne. E una di queste voci potenti ha un nome: Zegla.

Sgomberiamo subito il campo da ogni equivoco: qui non si parla del solito bianco anonimo e artefatto, perfetto per un aperitivo alla moda con musica lounge e tramonto artificiale. Lo Zegla Friulano è un vino bianco che arriva dritto al cuore, come un pugno sferrato con verità. Un vino che non chiede permesso, non cerca approvazione, ma che se le tue papille gustative sono vive e non omologate, ti afferra e ti trasporta altrove.

Dove? A cavallo tra il confine e una cocciutaggine che sa di storia e di fatica. Nelle pieghe di una viticoltura che non si perde in sterili strategie di marketing, ma che lavora sodo, cammina tra i filari, pota con sapienza, aspetta con pazienza e soffre le intemperie. Ma poi… cos’è esattamente questo Zegla?

Zegla è prima di tutto un toponimo, una microzona nel cuore del Collio Goriziano, quasi un’appendice incollata alla Slovenia. Più che un semplice cru, è una potente dichiarazione di appartenenza. Lì, le colline non sono dolci ondulazioni da cartolina turistica, ma si ergono ripide, sfidando il vento e la storia. La terra è ponca – quella marna e arenaria che si sbriciola tra le dita come vecchi ricordi – e le viti vi crescono con fatica, nutrite dal sudore, ma anche con quell’autenticità che solo certi luoghi unici sanno infondere.

Renato Keber in quel luogo ci è nato e ha scelto di restare. Nonostante tutto. Nonostante le mode passeggere, i suggerimenti a produrre vini “più internazionali”, quelle che lui chiama le “genuflessioni da enoteca chic”. Lì ha deciso di coltivare le sue uve in regime biologico, senza trucchi né inganni, vinificando con lieviti indigeni, senza chiarificazioni forzate, lasciando che il vino segua il suo corso naturale in cantina, in bottiglia e, finalmente, nel bicchiere.

Il suo Zegla Friulano non è mai identico a se stesso, muta con le annate, ma rimane profondamente coerente. Anzi, testardo. Nelle annate più fresche graffia con la sua acidità vibrante, in quelle più calde si fa più carnoso e avvolgente. Ma non è mai banale, mai accomodante e, soprattutto, mai addomesticato.

L’Assaggio al Banco di Renato Keber al Vinitaly

Al Vinitaly, ci sono vini che si assaggiano per cortesia, altri per convenienza, altri ancora perché semplicemente ti vengono offerti. E poi c’è lo Zegla Friulano di Keber, che bevi perché il primo sorso accende una scintilla primordiale, il secondo ti inchioda al banco e il terzo (se hai la fortuna di berlo), ti fa desiderare di trasferirti immediatamente in Friuli.

Versato da Renato in persona, con mani che raccontano il lavoro in vigna e occhi che hanno visto scorrere più stagioni che storie su Instagram, lo Zegla Friulano si presenta nel calice con un giallo dorato vivo e intenso. Al naso, dimenticate la scontata frutta tropicale da enologia industriale. Qui si respira pietra focaia, erbe di campo, camomilla, scorza di agrume, resina e quel tocco di cantina “della nonna” che spiazza e ammalia.

Al palato è una lama affilata, ma anche una lama arrugginita dal tempo e dalla verità. Ampio, sapido, persistente, con un finale piacevolmente amarognolo che ti fa esclamare: “Diamine! Questo sì che è un vino!”.

E mentre lo bevi, Renato non ti chiede “ti piace?”. Ti guarda, semplicemente. Perché da buon friulano, avaro di parole, sa che se capisci, capisci. Altrimenti, pazienza. Il suo vino è per chi lo merita.

L’Azienda Keber: Una Famiglia, Non una Start-Up

La cantina di Keber non è una start-up alla moda, non è una “realtà giovane e dinamica”. È una famiglia che resiste, con le unghie, con il cuore e con la vigna. Zegla è vicino a Cormòns, terra che ha visto il susseguirsi di imperi e cadute, ma dove il vino è sempre stato un linguaggio, non un prodotto seriale. Ed è proprio questo a renderlo così speciale.

L’azienda è piccola, artigianale, con poche bottiglie che finiscono rapidamente. I Keber non inseguono i numeri e amano sapere dove finisce ogni loro bottiglia. E se il vino non è pronto, semplicemente non esce. Punto. Nessuna certificazione ostentata, ma una trasparenza radicale nei fatti.

In vigna si lavora solo a mano. In cantina si utilizzano botti grandi, senza interventi correttivi invasivi, e con un tempo che non ha fretta. La Ribolla Gialla, a volte, sembra fare anche qualche giorno di macerazione sulle bucce… Ma guai a parlare di “orange” in senso modaiolo. Qui si fa come si faceva un tempo, ma con consapevolezza e con la lucidità di chi sa che il vino naturale non è un’etichetta, ma un atto di responsabilità, forse persino un atto politico.

Perché un Vignaiolo Come Keber è Necessario Oggi?

In un mondo del vino sempre più standardizzato, dove persino certi “naturali” sono scivolati in un’estetica di tendenza replicabile su larga scala, Renato Keber è uno dei disubbidienti, proprio il tipo di persona che appassiona. Non si mette in posa, non fa concessioni e, soprattutto, non si piega a chi vorrebbe raccontare il Collio come un luogo addomesticato, da copertina patinata.

Renato Keber è un confine. Un linguaggio antico. Un vino dove l’unico “odore” che si percepisce è quello della verità. Tutto sa di silenzi, di bora impetuosa e di terra marnosa. Sa di vigne che lottano per sopravvivere, ma che proprio per questo producono qualcosa che non assomiglia a nient’altro.

Chi ha la fortuna di incontrare Renato Keber al suo banco lo capisce subito: non è lì per vendere. È lì per raccontare una storia, e ci riesce dannatamente bene. E il suo vino, alla fine, parla anche per tutti coloro che quel territorio lo lavorano, lo abitano e lo amano davvero. Bravo Renato!

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Interessato da più di venti anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale. Dal lontano 1998 collabora come autore alla guida dei ristoranti d'Italia de l'Espresso, ha scritto sulla guida Le tavole della birra de l'Espresso, ha collaborato a diverse edizioni della guida Osterie d'Italia di Slow Food, ha scritto su Diario della settimana, su L'Espresso e su Cucina a sud. Scrive sulla rivista il Cuoco (organo ufficiale della federazione cuochi). Membro di molte giurie di concorsi enogastronomici. Ideatore e autore del sito www.gastrodelirio.it
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