L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi di Merlin Sheldrake
C’è chi legge gialli e chi cerca thriller psicologici. Poi ci sono quei libri che, pagina dopo pagina, cambiano il modo in cui guardiamo il mondo. L’ordine nascosto di Merlin Sheldrake è uno di questi.
Sheldrake riesce nell’impresa (tutt’altro che semplice) di rendere affascinante un mondo complesso e spesso ignorato: quello dei funghi. Che non sono piante, non sono animali, ma un mondo a parte, una sorta di ‘terra di mezzo’. Sono dentro e fuori di noi, tra le rocce e i nostri pensieri.
I funghi digeriscono minerali, generano suolo, sopravvivono nello spazio, inducono visioni, producono medicine (vi dice niente la penicillina?) e collegano la foresta come una gigantesca rete neurale diffusa: il micelio. Quel sistema sotterraneo, invisibile e potentissimo, che mette in comunicazione alberi, batteri, insetti. Chiamarlo wood wide web non è solo una trovata poetica: è un’intuizione scientifica.
Sheldrake ci porta con leggerezza e rigore tra le foreste amazzoniche, le strategie riproduttive dei tartufi e le domande sul micelio, una sorta di apparato digestivo con caratteristiche neuronali… ma senza cervello. E qui il dubbio sorge: siamo davvero più intelligenti solo perché abbiamo un cervello, cioè un sistema nervoso centralizzato? La risposta, anche se scomoda, potrebbe essere no.
E in cucina? I funghi ci accompagnano molto più di quanto pensiamo. Sono nel lievito che fa crescere il pane, nelle fermentazioni che trasformano la soia in miso e tamari, nel camembert e nel roquefort, nelle muffe nobili che affinano vini e salumi. Alcuni abitano persino il nostro cavo orale. Questo mondo “nascosto” va ben oltre i tagliolini ai porcini che deliziano i primi giorni d’autunno: è alla base di un ecosistema gastronomico invisibile, ma vitale, che ci nutre e ci trasforma ogni giorno.
L’ordine nascosto è uno di quei rari libri capaci di scardinare la visione antropocentrica con ironia, rigore e una scrittura viva. Vi farà venire voglia di camminare nel bosco, di osservare con occhi nuovi il pane ammuffito, e di chiedervi se forse non sia il caso, evolutivamente parlando, di “funghizzarci un po’”.


