Luce fu la scomparsa di Vittorio Frescobaldi

Luce fu la scomparsa di Vittorio Frescobaldi

Luce fu la scomparsa di Vittorio Frescobaldi

È scomparso a quasi 98 anni Vittorio Frescobaldi, personaggio centrale del vino toscano e quindi del vino italiano. Marchese di una casata che ha fatto la storia, d’Italia e d’Europa, non solo col vino.

Perché se la produzione di vino è attestata (documentalmente, negli archivi familiari Frescobaldi) già poco dopo l’anno 1000, fornendo nel tempo nobili e Pontefici, gli antenati furono per lungo tempo tesorieri della Corona inglese, in quanto erano stati finanziatori dei re Edoardo I e II impegnati nelle campagne militari in Scozia e in Guascogna, e ottenendone in garanzia le entrate delle Dogane inglesi, le miniere di stagno in Cornovaglia e persino la nomina, per Amerigo Frescobaldi, di custode della zecca reale.

Le cose non andarono bene a lungo, ma Amerigo si salvò e furono salvati anche i possedimenti terrieri, con i vigneti, e i commerci.

Storia e modernità

A metà del ‘900 il rampollo della trentunesima generazione capisce che fare il vino è scienza e imprenditoria, e si laurea in Agraria nel 1953, entrando presto nella gestione delle proprietà familiari e, dopo la morte del padre Lamberto, assumendone la responsabilità complessiva.

La modernità che sposa la tradizione, qui, non è un modo di dire e insieme ai fratelli Ferdinando e Leonardo iniziò per le Marchesi Frescobaldi una fase di grande espansione, puntando con decisione sulla specializzazione in viticoltura e, soprattutto, sui mercati esteri: un passaggio decisivo per tutto il settore, che proprio in quegli anni cominciò a guardare oltre i confini nazionali.

Una dopo l’altra in tutte le tenute di famiglia ci furono interventi volti a valorizzare qualità e capacità produttiva, conduzione agronomica e scelte enologiche; così per il Castello di Nipozzano, per Castel Giocondo, per le tenute di Castiglioni e dell’Ammiraglia, e poi anche per il Pomino, dove però si oppose con lungimiranza all’espianto, perché “quel vigneto ha un’anima”.

L’amicizia con il futuro Re Carlo III

E proprio il Pomino moderno (che nel 1878 aveva vinto una medaglia d’oro all’Expo di Parigi come “Chablis di Pomino”) è una dei vini preferiti di Carlo III d’Inghilterra, con cui i Frescobaldi sono entrati in rapporti stretti grazie ai rapporti della moglie di Vittorio, Bona Marchi, legata da amicizia alla sorella del principe, e si consolidò con un viaggio che Carlo compì in Italia nell’aprile del 1986.

In quell’occasione, nella tenuta di Nipozzano, i due coniugi fecero piantare al principe, di sua mano, un ulivo: da allora, ogni Natale, la famiglia Frescobaldi invia a Carlo una bottiglia di Laudemio, l’olio pregiato prodotto proprio con le olive raccolte da quell’albero.

Anche successivamente Vittorio e Bona ospitarono più volte il principe nelle loro residenze toscane, e restano celebri le immagini che li ritraggono insieme a Montalcino, nella storica Fiaschetteria Italiana del 1888, nel cuore della terra del Brunello.

Un legame che si è poi rinnovato pubblicamente nel 2017, quando Carlo, allora ancora Principe di Galles, tornò in Toscana insieme a Camilla Parker Bowles per incontrare a Firenze, a Villa Michelangelo, il gotha del vino italiano, dagli Antinori ai Biondi Santi, con i Frescobaldi tra i protagonisti di quella giornata; noblesse oblige, dopo le disavventure finanziarie con la Corona inglese degli avi.

L’incontro con Robert Mondavi

Ma è l’incontro con Robert Mondavi, quello che in fondo procura un eccezionale abbrivio ai Frescobaldi, alla Toscana e (al traino) a tutto il vino italiano.

Mondavi veniva dalla partnership con Philippe de Rothschild di Château Mouton Rothschild, con la creazione di Opus One, nella Napa Valley.

Quello che era, forse, solo business, in Toscana, per l’italoamericano Mondavi, diventa anche un atto di affezione: “In Vittorio ho trovato il partner ideale”, dirà Mondavi, rimasto così tanto legato alla tenuta a Montalcino da alimentare la leggenda che parte delle sue ceneri siano nelle vigne toscane.

Nel 1995 dunque nasce Tenuta Luce a Montalcino, un progetto che univa le competenze e le tradizioni di due famiglie storiche del vino in un blend audace di visioni, oltre che di Sangiovese e Merlot.

Un accento americano nella tradizione ilcinese, una scelta che all’epoca spiazzò non poco la critica, ma che poi è diventato un vino di riferimento. Dopo il top la produzione si ampliò al Lucente e a un Brunello ortodosso.

Dalla stessa stagione di collaborazioni internazionali nacque anche Ornellaia, a Bolgheri, altra etichetta destinata a diventare tra le più celebri del vino italiano nel mondo.

Il testimone di Luce sarebbe poi passato al figlio Lamberto, che negli anni ha continuato a raccontare quell’incontro come l’inizio di “un nuovo capitolo nella storia dei grandi vini toscani”.

Chissà se le ceneri di Vittorio andranno in vigna, forse accanto all’amico Robert, ma è certo che molti successi del vino italiano, a quelle idee nobili e moderne e a quella partnership debbono molto, e ci stringiamo, idealmente, alla famiglia e ai team aziendali nel loro dolore. Certe luci non si spengono mai.

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Come e perché, sono le mie domande preferite. Studi classici e poi Architettura, mi sono sempre occupato di design, fotografia e arte. Sono giornalista pubblicista e dirigo il Caffè, settimanale di politica e cultura a Caserta, scrivendoci, dalla fondazione, soprattutto di fotografia e arte contemporanea. La “chiamata di Bacco” è arrivata grazie ad alcune visite in vigna insieme a produttori appassionatissimi (uno per tutti, Corrado D’Ambra, quanto ci manca!) che di questa passione mi hanno evidentemente contagiato. Docente dei Master of Food sul vino di Slow Food e della Fisar, ritengo che il vino sia un fenomenale condensato di sapere e, soprattutto, di piacere, da trattare, però, senza troppe spocchie.
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