Mangiamo in base al clima o al calendario?

Mangiamo in base al clima o al calendario?

Mangiamo in base al clima o al calendario?

Fuori ci sono ancora trenta gradi.

Le persone camminano in maniche corte.

Qualcuno cerca l’ombra e continua a lamentarsi del caldo.

Poi entri in un bar e senti ordinare un cappuccino, una tisana, un tortino dal cuore caldo.

Settembre è appena iniziato e a tavola abbiamo già deciso che è autunno.

È una scena che osservo spesso e confesso che mi diverte.

Con trentatré gradi fuori, qualcuno ordina una tisana bollente, qualcun altro sceglie un cappuccino caldo.

C’è persino chi guarda con desiderio il tortino dal cuore morbido, come se fossimo già in pieno inverno.

E ogni volta mi faccio la stessa domanda.

Mangiamo seguendo la temperatura che sentiamo oppure la stagione che abbiamo imparato ad aspettarci?

Perché il calendario dice settembre.

E settembre, nella nostra testa, non è semplicemente il nono mese dell’anno.

È il ritorno.

La scuola.

Il lavoro che riprende.

Le giornate che lentamente si accorciano.

Le vacanze che diventano fotografie nel telefono.

Settembre è anche il mese nel quale, culturalmente, cominciamo ad aspettare l’autunno.

Solo che fuori, molto spesso, l’autunno ancora non c’è.

Il corpo sente caldo, ma la memoria stagionale sembra avere altre informazioni.

E forse è proprio in questa distanza che nasce il desiderio di anticipare ciò che ancora non sentiamo sulla pelle.

Una bevanda calda diventa il modo più semplice per dichiarare che qualcosa è cambiato.

Abbiamo bisogno di sentire che il tempo prende un nuovo corso.

Anche se il termometro non sembra essere d’accordo.

A casa mia questa contraddizione ha anche un volto preciso: quello di mia madre.

Le basta arrivare a settembre per considerare ufficialmente aperta la stagione delle zuppe.

La zucca è pronta.

Quindi partono vellutate, minestre e piatti che sembrano aspettare soltanto il primo freddo.

Peccato che il primo freddo, nel Sud Italia, non sia ancora arrivato.

«La vuoi la zuppa?»

«Mamma, fuori ci sono trenta gradi.»

Poco dopo arriva un’altra proposta.

«La vuoi la trippa?»

E io torno a ricordarle che fa ancora caldo.

E naturalmente, la domenica, il ragù torna puntuale.

A quel punto mi arrendo.

Il calendario culinario di casa mia ha deciso che l’estate è finita.

Io e il meteo possiamo soltanto prenderne atto.

Questa cosa mi fa sorridere, ma mi fa anche riflettere.

Forse abbiamo davvero bisogno di un calendario gastronomico.

Ci aiuta a dare ordine al tempo.

Dice cosa dovrebbe arrivare dopo.

Rassicura attraverso una sequenza conosciuta.

Estate, anguria e pomodori.

Settembre, zucca.

Autunno, zuppe.

Inverno, ragù, piatti più ricchi e cotture lunghe.

Non abbiamo inventato queste associazioni per caso.

Nascono dalla stagionalità, dal clima, dalla disponibilità degli ingredienti e dalle abitudini costruite nel tempo.

Il problema è che il clima reale oggi non sempre rispetta quella sequenza con la stessa puntualità.

Può arrivare settembre e possiamo continuare a sudare.

Possiamo avere ancora voglia di pomodori freschi, frutta, insalate e piatti leggeri.

Eppure nella nostra testa il menu sembra già cambiato.

La temperatura ambientale influenza realmente alcune delle nostre preferenze alimentari.

Uno studio su Food Quality and Preference ha rilevato che un ambiente caldo può ridurre la preferenza per alcuni cibi salati percepiti come caldi. 

Il nostro corpo, quindi, non è indifferente alla temperatura circostante.

Tuttavia, non siamo guidati soltanto dalla fisiologia.

Il cibo è anche aspettativa.

È cultura.

È abitudine.

Sappiamo che una zuppa appartiene all’inverno.

Associamo alcuni dolci alle feste.

Pensiamo all’anguria e immaginiamo immediatamente l’estate.

A settembre cominciamo così a richiamare sapori che abbiamo imparato ad associare all’autunno.

Cannella.

Cioccolato.

Tisane.

Caffè più cremosi.

Dolci caldi.

Non abbiamo necessariamente freddo.

Abbiamo riconosciuto un segnale.

Quel segnale è il calendario.

Il marketing, naturalmente, contribuisce parecchio. Ci ha abituati ad associare momenti dell’anno a determinati prodotti.

Natale deve avere un sapore.

Pasqua deve averne un altro.

L’estate deve essere fresca e colorata.

Settembre deve profumare di cannella, zucca e ritorno alla normalità.

Negli Stati Uniti questa anticipazione stagionale è diventata ormai un fenomeno culturale.

Nel 2026 Starbucks ha riportato il Pumpkin Spice Latte nei propri locali statunitensi il 25 agosto. 

L’autunno astronomico sarebbe arrivato quasi un mese dopo.

Secondo Starbucks, il 25 agosto ha segnato il suo migliore lancio autunnale negli Stati Uniti e in Canada. 

La stessa azienda descrive il prodotto come legato a sapori familiari, rituali rassicuranti e momenti di connessione.

È interessante soprattutto la data. Il 25 agosto.

Quando in molte città si indossano ancora abiti estivi, il bicchiere racconta già un’altra stagione.

E non è nemmeno necessario che la bevanda sia calda.

Il menu autunnale comprende ormai versioni fredde di caffè alla zucca, chai e altre bevande speziate.

È autunno nel sapore, non necessariamente nella temperatura.

Ed è questa la parte più interessante.

Non stiamo cercando sempre qualcosa che ci scaldi fisicamente.

Stiamo cercando qualcosa che ci faccia sentire dentro una stagione.

Il cibo, talvolta, ci permette perfino di anticiparla.

Possiamo ancora avere il condizionatore acceso e ordinare qualcosa che sappia di cannella.

Possiamo uscire dal bar e ritrovare trenta gradi. Per qualche minuto, però, abbiamo assaggiato ottobre.

A questo punto mi pongo anche un’altra domanda.

Quanto ha senso forzare la stagione a tavola quando il corpo continua a percepire estate?

Non significa che bere una tisana o mangiare una zuppa con il caldo sia automaticamente sbagliato.

La scelta alimentare non può essere ridotta alla temperatura di un singolo piatto.

Ma forse vale la pena ascoltare anche quello che il corpo ci chiede in quel momento.

Se abbiamo caldo, potremmo desiderare naturalmente cibi più freschi e ricchi d’acqua.

Non è obbligatorio mangiare ottobre soltanto perché il calendario ha superato agosto.

Eppure capisco perfettamente anche il bisogno contrario.

Perché quando tutto intorno sembra meno prevedibile, i rituali diventano ancora più importanti.

Il clima cambia.

Le stagioni sembrano perdere confini netti.

Secondo Copernicus, l’estate 2026 è stata la terza più calda in Europa nella serie ERA5. 

Nell’Europa occidentale, il caldo anomalo è proseguito anche nei primi giorni di settembre.

Non significa che ogni settembre sarà uguale.

Significa però che il rapporto tra calendario e temperatura può diventare sempre meno intuitivo.

E forse proprio per questo continuiamo a ripetere gesti che conosciamo.

La tisana.

La zuppa.

Il ragù della domenica.

Il tortino caldo.

Non perché il termometro ce lo chieda, ma perché questi gesti ci aiutano a rimettere ordine.

Il cibo, in fondo, non organizza soltanto i pasti. Organizza anche il tempo.

Ci aiuta a dividere l’anno, ci dice quando qualcosa comincia e quando qualcosa finisce.

Estate significa vacanza, luce, mare e serate lunghe.

Settembre significa ripartenza.

Autunno significa progressivamente casa, ritmi diversi e maggiore raccoglimento.

Sono associazioni culturali prima ancora che meteorologiche.

Quando questi confini diventano meno evidenti, continuiamo a ricrearli attraverso i gesti. Anche quelli alimentari.

Una revisione scientifica del 2024 conferma quanto le scelte alimentari dipendano da molti fattori oltre alla fame. 

Contesto, cultura, norme sociali, prezzo e ambiente fisico partecipano tutti alla decisione.

Non mangiamo mai soltanto dentro un corpo. Mangiamo anche dentro una società e dentro un momento storico.

Ed è qui che la questione potrebbe diventare ancora più interessante nei prossimi anni.

Se cambiano le stagioni percepite, cambieranno anche le nostre abitudini alimentari?

E soprattutto, come reagiranno ristorazione e marketing?

Finora il calendario commerciale ha seguito uno schema abbastanza riconoscibile.

Arriva settembre. Compaiono zucca, cannella, bevande calde e dolci più ricchi.

Arriva l’inverno. Aumentano zuppe, cotture lente e piatti più intensi.

Ma cosa succede quando il clima reale non segue più quel copione?

Probabilmente non smetteremo di desiderare i sapori dell’autunno.

Potremmo iniziare, però, a consumarli in forme diverse.

Starbucks mostra già una possibile direzione.

La zucca resta un simbolo dell’autunno, ma può finire in una bevanda con ghiaccio.

Il sapore resta stagionale. La temperatura si adatta.

Potremmo vedere più spesso questo genere di trasformazioni. Zuppe fredde e creme di zucca servite in modo diverso.

Spezie associate all’inverno in bevande fresche. Dolci autunnali alleggeriti o reinterpretati.

Ricette nate per una stagione potrebbero cambiare struttura senza perdere la propria identità.

Non significherebbe cancellare la tradizione, ma adattarla.

Come facciamo noi. Ci adattiamo ai cambiamenti.

La stagionalità degli ingredienti continuerà ad avere un peso.

Frutta e ortaggi non appartengono soltanto a un immaginario culturale.

Seguono cicli agricoli reali, anche se questi possono essere influenzati dal clima e dalle tecniche di coltivazione.

La zucca avrà ancora una propria stagione di raccolta, pur con variazioni legate a clima e coltivazione.

Anche le castagne continueranno ad avere una stagione.

Il problema sarà capire come cucinarle quando fuori farà più caldo di quanto siamo abituati ad aspettarci.

La cucina potrebbe separare due concetti che abbiamo considerato quasi inseparabili: la stagionalità degli ingredienti e la temperatura delle preparazioni.

Potremmo mangiare prodotti autunnali senza dover necessariamente mangiare come se fosse inverno.

Anche il marketing potrebbe dover imparare la stessa cosa.

Non basterà più dirci che settembre significa tazza fumante.

Dovrà trovare nuovi modi per farci percepire l’autunno anche quando continueremo a uscire di casa in maniche corte.

È una sfida commerciale, ma anche culturale.

Perché significa ripensare abitudini costruite anche intorno a un clima che percepivamo come più prevedibile.

Forse tra qualche anno riconosceremo ancora gli stessi sapori autunnali.

Potrebbe cambiare il modo in cui arriveranno nel bicchiere o nel piatto.

La vellutata di zucca di mia madre, con trenta gradi fuori, forse non è soltanto una zuppa fuori stagione.

È un modo per dire che settembre è arrivato.

Che esiste ancora un ordine.

Che dopo l’estate viene l’autunno, anche quando il cielo sembra avere programmi diversi.

Possiamo controllare le previsioni. Lamentarci del caldo. Continuare a vestirci come ad agosto.

Poi arriva settembre.

Mia madre prepara la zuppa.

Qualcuno ordina una tisana.

Qualcun altro affonda il cucchiaino in un tortino dal cuore caldo.

Forse non abbiamo davvero freddo.

Abbiamo soltanto bisogno che il tempo torni a comportarsi come abbiamo imparato ad aspettarci.

E quando non lo fa, proviamo a rimetterlo in ordine almeno a tavola.

La domanda non è più soltanto se mangiamo in base al clima o al calendario.

È capire quanto saremo disposti a riscrivere quel calendario senza perdere il piacere di riconoscere le stagioni.

 

 

Riferimenti verificati per la redazione

• Motoki K., Saito T., Nouchi R., Kawashima R., Sugiura M., “The paradox of warmth: Ambient warm temperature decreases preference for savory foods”, Food Quality and Preference, vol. 69, 2018, pp. 1–9.

• Fernqvist F., Spendrup S., Tellström R., “Understanding food choice: A systematic review of reviews”, Heliyon, vol. 10, n. 12, 2024, e32492.

• Starbucks, “Starbucks Pumpkin Spice Latte and the season fans have been waiting for is back Aug. 25”, 24 agosto 2026.

• Starbucks, “Starbucks records biggest fall menu launch ever in U.S. and Canada”, 28 agosto 2026.

• Copernicus Climate Change Service, “Surface air temperature for August 2026”, 10 settembre 2026.

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Mi chiamo Francesca Pappacena e racconto il cibo da dentro. Ho studiato psicologia, ho fatto l’impiegata in una fabbrica di pomodori, l’addetta stampa in un’agenzia romana, la commessa da Gucci, l’assistente alla poltrona da una ginecologa, la social media manager. In pratica, ho cambiato più ruoli di una posata in una cena di gala. Ma in ognuno ho sempre cercato la stessa cosa: capire come stanno davvero le cose. Ho scritto e fatto editing per BBQ4All, ho solo scritto per Gastronomica-Mente e Il Bugiardino, realtà diverse che mi hanno insegnato molto. Ho fondato “I Segreti di Stilla”, una linea di gin artigianali con tre etichette – Sei Nove, Nove Zero e Zero Sei – con tre caratteri diversi: balsamico, erbaceo e fruttato. Come le persone, ma più trasparenti. Mi occupo di cibo di qualità, diritti umani e cultura agricola. Sto anche dando vita a una realtà che racconti perché le tradizioni contadine non sono folclore, ma radici da difendere (e da viversi lentamente). Dietro la Pappa è il mio spazio di scrittura: un luogo dove racconto storie di cibo, vita vera e lavoro, servite senza fronzoli.
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