Manuale imperfetto per stare a Marrakech
Caos, fiducia, spezie, hammam e attraversamenti urbani
A Marrakech c’ero già stata.
Era il 2012 ed era uno dei miei primi viaggi fuori dall’Europa.
La ricordo come si ricordano certi luoghi quando si è giovani e inesperti: più grande di te, più rumorosa di te, più pericolosa di quanto forse fosse davvero.
All’epoca la percezione era quella di una città da attraversare con cautela.
Da donna, soprattutto. Marrakech mi sembrava ostile, difficile da decifrare, e così il viaggio era stato costruito come una protezione: resort, spostamenti con guida, itinerari programmati, solo di giorno. Ho visto posti bellissimi, ma sempre accompagnata. Sempre dentro un perimetro sicuro.
Quattordici anni dopo sono tornata.
E la prima cosa che mi ha colpito non è stata Marrakech. Sono stata io.
Non perché la città sia diventata improvvisamente un’altra, ma perché lo sono diventata io: più consapevole, più allenata al viaggio, meno spaventata dall’ignoto, più capace di leggere i contesti. È cambiato lo sguardo. La postura. Il modo di stare nei luoghi.
Entrare davvero nella città
Questa volta ho scelto un riad.
Un riad vero, Riad Citrus, dentro la città vecchia. Non un rifugio neutro, ma una casa temporanea incastonata nella Medina. Pulizia estrema, lentezza, bellezza. La colazione che cambia ogni giorno. E intorno, tutto il resto.
Perché la città vecchia non è fatta solo di porte intarsiate, mosaici e patios silenziosi. È fatta anche di muri grezzi, case non finite, polvere, rumore. Cura e incuria convivono nello stesso metro quadrato. Lusso e precarietà condividono la stessa strada.
È qui che Marrakech smette di essere un’idea e diventa un organismo pulsante.
Il primo atto di fiducia
Il taxi non può entrare nelle zone dei riad.
Ti lascia sulla strada principale e poi si va a piedi. È tardo pomeriggio. Incontriamo un uomo che dice: “Vi accompagno io, sono il direttore della vostra struttura.”
Nessun cartellino. Nessun segno di riconoscimento.
Istinto europeo: no, grazie. Andiamo da sole.
Solo dopo scopriamo che era davvero il direttore.
Ci guarda e dice una cosa semplice: “Capisco che siete due donne. Ma potete stare tranquille. Qui potete girare senza paura.”
Per farcelo capire davvero, non a parole, ci lascia la stanza senza chiave.
Un gesto minimo. Ma potentissimo.
Non una promessa.
Una responsabilità condivisa.
E ha ragione lui.
Caos e attraversamenti
Marrakech è caos.
Motorini che sbucano ovunque, auto, carrozze, clacson continui. Il pedone non è sacro. Attraversare la strada è un atto di fede.
All’inizio ti sembra di rischiare la vita. Poi impari.
Qui la sicurezza non è ordine.
È adattamento.
Attraversi guardando negli occhi chi guida. Ti muovi, ti fermi, riparti. Il corpo si risveglia. La percezione si affina. È una città che ti obbliga a esserci davvero, a non camminare in automatico con la testa china sul cellulare.
Essere donna nello spazio urbano
Una cosa mi ha sorpresa più di tutte: non mi sono mai sentita così libera di girare con il telefono in mano, a qualsiasi ora, senza paura di come tenere la borsa, senza allerta costante.
Certo, essere prudenti a tarda notte è sempre necessario: è comunque una città molto grande. Ma, in linea di massima, ci si sente sicuri.
Marrakech ribalta le aspettative.
Non è una città addomesticata. È una città che ti osserva mentre impari a fidarti.
Gentilezza, vera e strategica
Un giorno a un uomo cade il casco dal motorino. Lo raccogliamo e glielo riportiamo. Si chiama Mustafa.
Quel gesto genera altro: ci accompagna, ci racconta, ci fa entrare nel quartiere ebraico e berbero, ci offre il pane, il tè, la storia. Senza chiederci di comprare nulla. Ci apre semplicemente le porte di “casa”.
È una gentilezza autentica.
Solo dopo capiamo che esiste anche un’altra dinamica: quella di chi si offre di guidarti in posti “esclusivi” con la promessa di feste o eventi speciali che si rivelano mercati identici ad altri, ma in zone meno battute.
La differenza non sta nel gesto.
Sta nel contesto.
E nel tempo che ti prendi per leggere ciò che accade.
Siate gentili, comunque. Ne vale la pena.
La città ferita
In alcuni quartieri i segni del terremoto sono evidenti.
Case ancora in asse accanto a edifici completamente distrutti.
È una visione dura.
La vita continua, ma non cancella la ferita. La incorpora.
Medina e Gueliz
La Medina è caos e vitalità: souk, moschee, piazze, fiumi di persone, odore di cibo e di tè alla menta. Scimmiette e cobra ammaestrati, donne pronte a farti l’henné sulla mano.
I souk dentro Jemaa el-Fna sono la parte più visitata.
Non sono solo corridoi commerciali.
Sono un labirinto sociale.
Qui la contrattazione non è conflitto: è linguaggio, rito, relazione. Il prezzo iniziale è spesso triplicato. Non siate timidi: contrattate.
Camminare nei souk significa allenare lo sguardo: riconoscere i flussi, capire dove fermarsi, dove passare, dove entrare e dove no. Imparare a leggere la città non con la mappa, ma con il corpo.
Poi c’è Gueliz, la parte nuova.
Ordine, negozi internazionali, centri commerciali. È la città che guarda all’Occidente. Funzionale, elegante, moderna.
Capisco perché possa piacere. Ma è la parte che mi ha parlato meno.
Meno contraddizioni.
Meno attrito.
Meno carattere.
Marrakech è una città da attraversare, nel vero senso della parola.
Abitare l’attraversamento
Marrakech non è solo parte vecchia e parte nuova, è tantissimo altro, che se vi andrà potrete scoprire grazie alle escursioni. Ne troverete infinite, potete farvi consigliare dalla struttura dove alloggiate o online ci sono siti famosi che hanno ottimi prezzi per ottime escursioni. Anche qui c’è bisogno di sapersi adattare, perché è tutto organizzato e se non amate avere i ritmi regolati e programmati potreste soffrirne un poco. Ma viaggiare è anche uscire un pò dalla propria comfort zone.
ESCURSIONE A SETTI FATMA, VALLE DELL’OURICA
Il viaggio verso Setti Fatma, nella valle dell’Ourica, non è solo uno spostamento geografico: è un cambio di ritmo.
Lasci Marrakech e, poco alla volta, il paesaggio si apre. La città si sfila di dosso il suo rumore continuo e comincia un’altra narrazione: villaggi berberi, strade polverose, cooperativa di donne che lavorano l’argan, gesti antichi, lavoro lento, economia reale.
Poi arrivano le cascate.
Prima ancora di vederle, le senti. L’acqua. Il rumore pieno. Il movimento.
Il pranzo si consuma lungo il fiume, su tavolini improvvisati tra una riva e l’altra, collegati da passerelle di legno. Cuscini, couscous, tajine, griglie accese, l’acqua che scorre sotto i piedi. Molto precario, non saprei se difinire tutto questo affascinante o da sprovveduti.
La salita alle sette cascate inizia con un ponte sospeso.
Poi rocce bagnate, fango, tratti scivolosi, acqua che attraversa il sentiero. La guida dice che è un percorso “facile”. Lo è, se sei allenato e vestito per camminare in montagna. Se non lo sei, diventa subito un’avventura vera.
Si sale a step, di roccia in roccia.
Si attraversa l’acqua.
Si cerca l’equilibrio.
Il corpo lavora. La mente si concentra per non pensare al pericolo.
Arrivi in cima, fai le foto di rito sotto la cascata, poi il percorso continua dall’altro lato della montagna. Qui il paesaggio cambia di nuovo: neve, freddo, sentieri stretti, strapiombi non protetti.
È bello.
È potente.
È vero.
Ti fa pensare: “ma chi me lo ha fatto fare!”
Però anche subito dopo, pensi che ne è valsa la pena. Perché sei ancora vivo.
Ma non è un’esperienza da mitizzare.
Va presa seriamente e con cautela.
HAMMAM
Altra cosa da fare assolutamente a Marrakech è l’hammam.
L’hammam non è una spa experience.
È un rito, a cui qui danno molto valore e fanno bene.
Vapore denso, caldo che avvolge, pori che si aprono lentamente. Il tempo non è scandito dall’orologio, ma dalla resistenza del corpo. Quando il calore diventa troppo, ti fermi. Ti raffreddi. Riparti.
Poi lo scrub: energico, senza concessioni. Il guanto di crine non accarezza, lavora. Porta via la pelle morta, ma anche una parte di stanchezza che non sapevi di avere addosso. Il sapone nero segue, denso, profondo, lento. Non promette miracoli: fa il suo mestiere.
Dopo, la doccia.
E poi il silenzio.
Si riposa. Si beve tè. Si rallenta. Solo a questo punto arriva il massaggio, come una chiusura del cerchio, non come il centro dell’esperienza.
Io sono stata da Les Bain du Marrakech, è una struttura incantevole, pulitissima, ben organizzata. Di strutture ce ne sono moltissime, potete scegliere quella che vi piace di più. Io c’ero già stata e ci sono ritornata, perchè la prima volta non sono riuscita a dimenticarla, è stata un’ esperienza di benessere che mi è rimasta addosso, nonostante il passare degli anni.
L’Hammam è riconciliazione con il mondo e soprattutto con il tempo che sembra non bastare mai.
La cura è parte del viaggio quando vai a Marrakech. È bene tenerlo a mente.
Mi fermo qui per ora
Marrakech non è una città facile, se non hai una mentalità aperta.
Ti attraversa, come solo le bellissime contraddizioni della vita sanno fare.
È una città vera, che a modo suo sa proteggerti. Sa semplificarti la vita, ma devi imparare presto a guidare tu: che sia una trattativa o un attraversamento pedonale.
Forse è questo il suo dono più grande: insegnarti che viaggiare non significa sentirsi sempre nella propria comfort zone, ma imparare quando fidarsi, quando fermarsi, quando attraversare e quando lasciarsi andare.
Non è un luogo da capire.
È un luogo da abitare.
Da prendere come viene.
E io ne ho già nostalgia.
P.S. Nessuno dei luoghi citati mi ha offerto nulla per essere menzionato: li cito perché hanno davvero migliorato la mia esperienza. In ogni viaggio scegliete sempre ciò che vi ispira fiducia e leggete le recensioni.


