Lo Stappo: Maresa, Falanghina di roccia e lavoro contadino
C’era la Domiziana. Immondizia, incidenti e puttane. Ma il tempo passa, non invano a volte. C’è la Domiziana. Pini, viti, autovelox (siano lodati, per una volta), mozzarelle. Pianura.
Il mare si vede in lontananza, nell’aria: laggiù in fondo, dove la luce si rinfresca, più chiara e azzurrina.
Il tracciato che volle Domiziano, quasi duemila anni fa, per collegare Roma a Capua, attraversa la Campania Felix e la congiunge, oltre il Garigliano, al Lazio.

Il paese
Deviando verso est, in direzione di Galluccio, il paesaggio si inerpica e muta.
Fiumiciattoli, campagne dalle fioriture ruvide di arbusti, alberelli da frutta, olivi. E viti.
Pezzi di colore affiancati e sovrapposti, come nei dipinti di Cézanne, specchio della frammentazione aziendale.
Masserie dalle architetture semplici, come nei disegni stereotipati dei bimbi.
Siamo sui fianchi del vulcano spento ( 50.000 anni ) di Roccamonfina.
Non è Campania Felix a rigore, ma è comunque terra che dona generosi nutrimenti vulcanici.
Il paese, com’è tipico, al mattino brulica di vitalità minima: l’ufficio postale, il fruttivendolo, la salumeria, il minimarket, le bancarelle dei coltivatori diretti.
Un piccolo mondo sopravvivente e resistente.
La Masseria Starnali
È anche una piccolissima DOC, a base di Falanghina e Aglianico, per i bianchi e per i rossi.
Luigi Ferrara conduce la Masseria Starnali; ad accogliere, però, è l’intera famiglia, che gestisce anche un piccolo agriturismo di delizie genuine, manufatte, casalinghe.

Per arrivare occorre risalire, oltre l’abitato, il versante sud-occidentale del massiccio.
I vigneti, per lo più impiantati a Falanghina, stanno tra i 300 e i 450 metri di altitudine e beneficiano dell’esposizione e dei refoli che arrivano dal Tirreno.

Condizioni ideali. La scelta del protocollo “naturale”, così, perde sovrastruttura di pensiero ed è mera conseguenza.
Il vino è la terra in cui cresce l’uva e l’Icario che la cura e trasforma.
Il vino degustato

«Io queste cose non le so, io so’ contadino!» è la risposta di Luigi ai commenti degustativi del cronista, dopo la prima goccia di Falanghina deglutita.
Intensa e densa come Luigi, nel bicchiere oscilla compatta e dorata.

Una fioritura mediterranea di roccia vulcanica sembra sollevarsi dal bicchiere: salvia, ginestra, fico, pietra salina.
Denso e “masticabile” alla bevuta: si avverte il frutto.
Una sapidità tesa e quasi violenta trova contrappunto in dolci note di acacia e burro, regalo della tecnica di vinificazione.
Metà dei mosti viene lasciata a macerare con le bucce per qualche giorno, l’altra metà no. Poi rimontaggi e travasi che rendono il vino libero da torbidità.
Acciaio fino alla naturale fermentazione malolattica, a maggio-giugno dell’anno successivo alla vendemmia; infine bottiglia.
Un vino che si può bere assoluto, senza accompagnamento, o con tenaci bocconcini di pura bufala aversana, su calamaro arrostito, su una pasta con zucchine e ricotta, su un pecorino autentico.
A dispetto della densità di colore, odori e sapore, la gradazione è contenuta (11%).
Occorre sapersi fermare.
Maresa, Roccamonfina IGP, di Masseria Starnali: un sorso che parla di roccia vulcanica, macchia mediterranea e lavoro contadino.
Maresa Falanghina (100%), Roccamonfina IGP
Annata in degustazione 2022
Degustazioni del 19 e 22 agosto 2025
Masseria Starnali di Luigi Ferrara
via Sessa, Galluccio (CE)


