Màriu

Tanti anni fa aveva trovato ospitalità nella più bella cittadina turritana un personaggio stravagante: Màriu. Era un simpaticissimo burlone, un cantore, anzi un urlatore di canzoni, specialmente di quelle napoletane. Applaudito come un divo nelle trattorie dove si presentava la sera con il suo cavallo di battaglia, ”O sole mio”, si rigenerava subito dopo il famoso acuto con un sorso di birra per riprendere subito dopo, intonando altre canzoni. Era un personaggio dal lessico forbito e si diceva che fosse addirittura un mancato laureato in medicina. Nessuno sapeva veramente da dove provenisse, c’era chi diceva da Tattari mannu, chi da Gasteddu, chi diceva da chissà dove altro ancora, ma nessuno si era mai preoccupato di scoprire la sua vera identità perché tutto sommato divertiva e faceva sorridere i bambini che gli facevano subito cerchio intorno.

Laggiù la gente è sempre stata generosa e i caramba dell’indimenticabile capitano Fabrizio Polvani sapevano chiudere perfino un occhio con questi nonnetti di strada, qualsiasi cosa si dicesse di loro sulle altre panchine. Ricordo Michelino ”la moncirola”, Gavino ”lu maccu” e il buon ”sorighittu”. Anche ”topolino”, 30 anni di prigione per un fatto mai commesso, ma condannato ugualmente per non aver fatto la spia, trovato poi morto nelle domus de janas a Ponti Pizzinnu, rosicchiato dai topi di campagna. Per Màriu fu diverso. Perfino la stampa locale se n’era occupata, dedicandogli un trafiletto nella cronaca cittadina per quanto era simpatico, chiamandolo però, ad un certo punto, ”barbone”, un cartellino che i pennivendoli più perversi dovrebbero appiccicarsi addosso davanti allo specchio, facendosi schifo da soli e invece lo appioppano a quelli che imparano a vivere in strada e che, al contrario di lorsignori, sanno cantare fuori dal coro, non sono a libro paga del potente di turno e perciò andrebbero tutelati come monumenti nazionali dalla soprintendenza alle belle arti.

Fu proprio dopo quell’infame sentenza di uno scribacchino che tutto cambiò: Màriu non sorrise mai più e non fece mai più sorridere i bambini. Urlava soltanto, imprecava, malediva a parolacce quella masnada di ragazzacci che per puro divertimento lo insultavano per strada. Inseguito da questa muta di cani a due zampe che lo strattonavano e gli sputavano addosso, cadde in disgrazia fra gli imbecilli e cominciò a vivere soltanto sulle panchine dove poteva scherzare con tutti quelli che non lo prendevano in giro.

E di scherzo morì. Un’automobile che gli frenò dietro le spalle all’ultimo momento, mentre era appoggiato a una panchina nella piazzetta del municipio, un capogiro, e fu tragedia. Forse aveva bevuto un po’ troppo? No. Forse aveva bevuto molto male da qualche parte, forse qualche vino fin troppo a buon mercato recuperato chissà dove, per via del misero borsellino. Beh, sulla tomba, dovunque l’abbia, se ne ha una, scriverei: «che Dio si dimentichi di tutti quelli che si dimenticano di me». Io non mi posso dimenticare di quelli come Màriu, di quelli che bevevano fin da tempo immemorabile anche più di me.

E Màriu, se fosse ancora qui, direbbe con me la stessa cosa e cioè che non è giusto dimenticare tutte quelle persone che per aver bevuto male a loro insaputa ci hanno lasciato anche la pelle. Era il 1986, avevo 34 anni soltanto e bevevo sicuramente meglio di Màriu, ma non ne sono troppo sicuro, visto che aveva anche lui certi amici che il vino buono non glielo negavano mai, come Giacomino Usai e Paolo Dettori vicino al porto, ma anche sotto la basilica di San Gavino come Gallo, l’ex fotografo dei CC e altri ancora che purtroppo non ho avuto il piacere di conoscere di persona.

Allora si commentavano insieme i titoli dei giornali su quei fatti dolorosissimi per tutti i bevitori come noi che avevano dimezzato il consumo del vino nel nostro Paese: la tragedia del metanolo. Per 23 vittime sopravvenne la morte, 153 persone in Liguria, Lombardia e Piemonte vennero intossicate, alcune con danni neurologici permanenti, 15 persone persero completamente la vista, “cieche assolute” come recitavano i certificati dell’epoca. vennero intossicate o addirittura avvelenate con quel vino cui era stato aggiunto del metanolo, appena sgravato di tasse rispetto allo zucchero. Danni gravissimi per tutti, dalla cecità alle mutilazioni. Non volendo vomitare, non faccio i nomi dei loro assassini, uno dei quali, uscito dal carcere per un cavillo legale nel 2001, nonostante una condanna a 14 anni inflittagli nel 1992, si ritrovò ancora perfettamente libero di ”fare” il vino ancora con le polverine o altre ciofeche.

Non posso però non rammentarvi le località in cui vennero trovate le cantine di sofisticazione, perché i Vigili ed i Sindaci di quelle piccole comunità non possono far sempre finta di non sapere mai nulla: Narzole (Cuneo), Incisa Scapaccino (Asti), Quincinetto (Torino), Solarolo e Riolo Terme (Ravenna), Mezzano Inferiore (Parma), Veronella e Monteforte d’Alpone (Verona), Gambellara (Vicenza), Manduria (Taranto) e altre province della Toscana (Firenze, Lucca e Pisa) entrarono nel vivo delle indagini. Ben 60 aziende vinicole sono completamente fallite per il crollo delle vendite del vino che raggiunse immediatamente quasi il 40% per sfondare oltre in pochi mesi. Il 1986 si chiuse con una contrazione del 37% degli ettolitri e la perdita di un quarto del valore incassato l’anno prima. L’export del vino italiano crollò da 18 milioni di ettolitri a 11 e il fatturato da 1.668 miliardi di lire a 1.260. Oltre 21 milioni di ettolitri rimasero invenduti. Furono stanziati 10 miliardi di lire per una campagna straordinaria di educazione alimentare e 5 miliardi di lire per una campagna più specifica sul vino.

Siamo nel 2021, cioè 35 anni dopo, eppure l’associazione ”Vittime del metanolo” ha dovuto battersi ancora per riuscire a realizzare il diritto agli indennizzi per tutte le famiglie colpite, che ad anni di distanza non sono ancora pienamente rimborsati nonostante le numerose interrogazioni parlamentari e diverse iniziative in merito. Gli imputati, che avrebbero dovuto pagare pesantissime sanzioni pecuniarie, si sono sempre dichiarati ufficialmente nullatenenti e sono sempre riusciti a a evitare il pagamento di qualsiasi somma per i risarcimenti.

Qui ci legge anche Alessandro Dettori che, come me, non dimentica l’assassinio di Alina Cossu, come non lo dimentica Paolo Dettori, suo padre, che a Màriu nel suo negozio giù al porto il vino buono lo offriva volentieri con il cuore, grande come quello di sua moglie, l’anima della cucina di Kent’Annos su a Badde Nigolosu di Sennori, poco prima degli alti pascoli di pecore. Come tutti i turritani, anche loro si sono battuti per anni pur di far togliere quelle panchine dal ciglio del corso al bordo della piazza del municipio ed evitare così di piangere per altri scherzi mortali e ci sono riusciti. Ma penso che chi ci legge e ama il vino non può che ricordare puntualmente a tutti che in petto ci batte un cuore anche per quegli altri sfortunati che non hanno più altro se non il nostro ricordo della loro tragedia e la nostra solidarietà nel mantenere viva la speranza di giustizia.

So che Màriu mi sorriderà da lassù se qualcuno di quelli che contano, sui giornali, riuscirà con i suoi scritti a far togliere le ragnatele alla bilancia della Giustizia anche per quei poveri cristi che sono morti per aver bevuto quella porcheria di vinaccio al metanolo.

Io lo sentirò cantare, come una volta, ”o sarchiapone”… e che ugola! Magari ancora in coppia, come nei suoi grandi duelli lirici, con quel testa-sempre-nera di Angelo, classe di ferro 1928, zona Balai, che nell’immediato dopoguerra era stato sminatore nelle campagne di Guastalla (uno di quelli da ”7.000 lire a morto”, ma questa è un’altra storia…).

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it e oggi scrive per lavinium.it, nonché per alcuni blog. Un fico d’India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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