Napoleone. Frugale e pasticcione
Napoleone Bonaparte non è passato alla storia come grande gastronomo, eppure le sue abitudini alimentari raccontano molto del suo carattere.
Frugale, veloce, ossessionato dall’azione più che dal piacere della tavola.
Per lui il cibo era soprattutto carburante, una pausa funzionale tra una decisione politica e una campagna militare.
Le testimonianze di segretari, medici e aiutanti concordano su un punto.
Napoleone mangiava pochissimo e in fretta.
Da generale divorava i pasti in circa dieci minuti, da Primo Console arrivava a un quarto d’ora, da imperatore – quando non era in campagna – raramente si concedeva più di mezz’ora.
In marcia, invece, mangiava “quando e dove capitava”, spesso in piedi, a cavallo o direttamente insieme ai soldati, con porzioni semplici e pochi fronzoli.
La sua dieta quotidiana si basava su piatti di straordinaria semplicità.
Amava le carni bianche, soprattutto il pollo arrosto o in fricassea, e non disdegnava tagli meno nobili come il petto di montone o ragù di agnello.
Il celebre poulet à la Marengo, secondo la leggenda creato sul campo di battaglia dopo la vittoria in Piemonte, diventò uno dei suoi piatti preferiti, ma sempre all’interno di un repertorio molto essenziale.
Piatto poi che sarebbe stato modificato da Escoffier con l’aggiunta di uova fritte e gamberi di fiume.

Accanto alle proteine, Napoleone aveva una vera passione per gli amidi.
Patate, fagioli, lenticchie, pasta “all’italiana”, che consumava almeno una volta al giorno, e semplici zuppe di verdure e legumi.
Anche i dolci erano sorprendentemente sobri: biscotti, piccoli nugat e frutta fresca, in particolare albicocche, che considerava il suo frutto preferito.
Non era un grande fan delle porzioni abbondanti di frutta: spesso si accontentava di mezza mela o mezza pera, qualche acino d’uva o poche mandorle fresche.
Il suo rapporto con il pane è controverso.
Alcune fonti lo ricordano come molto esigente sulla qualità del pane bianco, altre sostengono che lo mangiasse di rado, preferendo concentrarsi su pasta e zuppe.
Molto più chiaro è il suo legame con le bevande.
Napoleone amava il vino, ma lo considerava qualcosa da dosare con attenzione
Il suo preferito era il Chambertin di Borgogna, quasi sempre diluito con acqua, e non era incline agli alcolici forti durante il lavoro.
Chi lo ha seguito a tavola descrive una vera dipendenza dal caffè, consumato “in quantità industriali” a colazione, dopo i pasti e durante le lunghe notti di lavoro.

Curiosamente, quando si tratteneva al tavolo fino alle due o tre del mattino, non chiedeva caffè ma cioccolata calda, ricca di cacao, vaniglia, cannella e zucchero, che condivideva con il suo segretario.
Anche in esilio a Sant’Elena, la qualità del caffè locale era per lui una delle poche consolazioni.
Le cronache insistono anche su un dettaglio meno “imperiale”.
Napoleone mangiava in modo disordinato, spesso con le mani, mescolando più portate nello stesso piatto e sporcando abiti e tovaglie al punto da dover essere cambiati dopo i pasti.
Non sopportava i banchetti lunghi, non amava mangiare in grande compagnia, detestava l’aglio e, pur avendo a disposizione i migliori cuochi d’Europa, si disinteressava della complessità culinaria, concentrato su velocità, praticità e continuità del lavoro.
È una contraddizione solo apparente: mentre la Francia del suo tempo viveva l’età d’oro della gastronomia, il suo capo massimo preferiva una tavola austera, rapida e funzionale al potere, più vicina alla mensa di un soldato che al fasto di una corte.



