Nel solco dell’anarchia carnevalizia: la frittella vegana.
La storia del Carnevale si colloca all’incrocio tra calendario religioso, pratiche stagionali e forme di convivenza collettiva. Prima di diventare una festa codificata, il Carnevale è stato un tempo sociale separato, riconoscibile proprio perché limitato e condiviso. Jacques Le Goff, nel volume Tempo della Chiesa e tempo del mercante (Einaudi), spiega come il Medioevo occidentale fosse attraversato da una pluralità di tempi, alcuni legati al lavoro e altri alla sospensione delle regole quotidiane. In questo quadro, il periodo che precede la Quaresima assume una funzione di compensazione simbolica, ovvero di momento in cui si mettono tra parentesi le regole sociali vigenti. Questa lettura è rafforzata da Peter Burke in Cultura popolare nell’Europa moderna (Mondadori), dove il Carnevale viene descritto come uno spazio rituale in cui il corpo e il cibo diventano strumenti di comunicazione sociale.
La frittella veneziana.
È soprattutto a Venezia, la città in cui abito, che il legame tra Carnevale e frittella assume una forma stabile. La città lagunare, con il suo fitto tessuto urbano e la forte presenza di spazi pubblici, favorisce la diffusione di cibi di strada. Alvise Zorzi, in La Repubblica del Leone: storia di Venezia (Bompiani), ricorda come il Carnevale veneziano fosse un periodo in cui la vita cittadina, già ampiamente giocata all’esterno, si spostava del tutto tra calli e campielli.
In questo scenario si afferma la figura dei “fritoleri”, ovvero dei venditori specializzati nella preparazione di frittelle. La frittella veneziana è un dolce semplice, nella sua versione originale composto da farina, uova, zucchero e grassi, spesso arricchito con frutta secca. La sua caratteristica principale non è tanto la ricetta, quanto come si consuma: è un cibo pensato per essere mangiato caldo, in piedi e in mezzo alla folla. I dolci di Carnevale sono infatti legati alla strada e alla condivisione immediata, più che alla tavola domestica e, astraendo, la frittella ci racconta come si sta(va) insieme in questo periodo dell’anno, caratterizzato da un eccesso controllato e dal piacere condiviso. Un periodo segnato non tanto dal disordine, quanto da una pausa all’ordine riconosciuta, che permette alla comunità di attraversare il tempo e le stagioni.
Qual è l’origine del Carnevale?
Le radici di queste pratiche sono più antiche del cristianesimo. Le feste romane dei Saturnali, celebrate nel mese di dicembre, prevedevano lo scambio di ruoli, il banchetto pubblico e una temporanea libertà di parola. Mary Beard, in SPQR. Storia dell’antica Roma (Mondadori), sottolinea come queste feste non fossero anarchiche, ma rigidamente delimitate nel tempo, proprio per evitare che il disordine diventasse permanente. Anche Georges Dumézil, in Feste romane d’inverno (Adelphi), mette in evidenza come il cibo abbondante e condiviso avesse un valore di rinnovamento collettivo.
Il Medioevo eredita e rielabora queste logiche, adattandole a un nuovo quadro simbolico.
Nel contesto urbano medievale, il Carnevale diventa una pratica riconoscibile e diffusa. Le piazze ospitano giochi, travestimenti e consumi alimentari fuori dall’ordinario. La maschera aveva proprio questa funzione: nascondere le fisionomie e dare l’opportunità a chiunque di cimentarsi nei giochi di ruolo, sperimentando e scardinando le strutture sociali consolidate che vigevano al tempo.
Il cibo gioca un ruolo centrale in questo processo. Massimo Montanari, in La fame e l’abbondanza (Laterza), spiega come le società europee abbiano concentrato il consumo di grassi e zuccheri in momenti precisi dell’anno, quando l’eccesso era socialmente accettato. I dolci fritti del Carnevale nascono in questo contesto: alimenti energetici, semplici negli ingredienti, di facile fruizione e molto invitanti come nota Felipe Fernández-Armesto, in Storia del cibo (Rizzoli), dove si sottolinea come la frittura sia storicamente associata alle feste, perché trasforma rapidamente la materia e rende speciale ciò che è ordinario.
E quale miglior modo se non con una frittella tra le dita?!
Per chi non lo sapesse è possibile creare delle frittelle golosissime con ingredienti 100% vegetali, per offrire un’alternativa più inclusiva senza ingredienti di origine animale.
Frittella veneziana vegana
Ingredienti: 350 g di farina 1; 140 g di zucchero di canna grezzo; 160 g di uvette; 150 g di tofu naturale; 400 ml di bevanda vegetale; 3 cucchiai di rum; 5 cucchiai di pinoli; zest di limone;16 g lievito per dolci; 1 pizzico di sale; 2 cucchiai di rum; 1 l di olio di arachidi; zucchero semolato per la superficie.
Ammolla le uvette in acqua tiepida finché non sono morbide. Frulla il tofu con metà della bevanda vegetale per ottenere una crema liscia. Unisci la farina, lo zucchero, lo zest di limone, il lievito, il sale, la crema di tofu, la bevanda vegetale e il rum. Mescola bene con l’aiuto di una frusta fino ad ottenere una pastella liscia e senza grumi. Infine unisci anche le uvette scolate e i pinoli.
Scalda l’olio di arachidi fino a 180°C (se lo hai a disposizione, aiutati con un termometro da cucina per verificare la giusta temperatura). Versa l’impasto poco alla volta aiutandoti con due cucchiai e fai cuocere le frittelle poche per volta per qualche minuto fino a che in superficie saranno belle colorite. Scolatele con l’aiuto di un ragno per frittura e adagiale su un vassoio coperto di carta alimentare per far assorbire l’olio in eccesso. Quando hai fritto tutte le frittelle, trasferiscile ancora calde in una ciotola piena di zucchero semolato e infine su un piatto da portata.



