No storia no geografia
Siamo nel Mediterraneo, ma se il vino è sempre un viaggio nella geografia, e spessissimo anche nella storia, quello che propongo oggi è un salto quasi fuori dalla geografia e, praticamente, in una specie di non storia.

L’Isola di Saint Honorat
E’ una delle isole abitate più piccole del Mare Nostrum, appena 37 ettari, ed è la seconda (per estensione) Îles de Lérins, nome che viene dal latino Lerina (e l’isola maggiore, Santa Margherita, per i Romani era Lero); qui da oltre 16 secoli è presente una comunità monastica giunta nel 405 con Sant’Onorato d’Arles (da non confondere con Sant’Onorato di Amiens, il patrono dei pasticcieri). Da allora una comunità di monaci poi diventati cistercensi vivono modestamente dei frutti del loro lavoro, badando alle colture e producendo vini e liquori, continuano insomma così la Regola benedettina; il vigneto, è un po’ più giovane, ma si ritiene sia comunque medievale, anche se solo negli anni ‘90 è stato rilanciato con moderna cognizione di causa, anche analizzando 5 diversi micro-terroir dell’isola.
Il vigneto
Perché l’isola è piccola (per dare un’idea: più piccola della minore delle Tremiti) ma geologicamente e pedologicamente (la scienza che studia composizione, genesi e modificazioni del suolo) interessantissima: le isole sono composte da rocce sedimentarie, principalmente calcare e dolomite (una roccia marina ricca di magnesio, che contribuisce a mantenere la neutralità del suolo), ricoperte da uno strato di limo argilloso rosso spesso dai 30 ai 120 centimetri, naturalmente irrorate da una sorgente di acqua dolce dalle Alpi.
Il vigneto della tenuta dell’Abbazia di Lerino è nella parte centrale dell’isola, ampio 8,5 ettari: cinque sono dedicati ai vini rossi e tre ai vini bianchi. I vigneti hanno tra 25 e 80 anni e come da tradizione sono allocate molte varietà, soprattutto Syrah (4,2 ettari) Pinot Nero (meno di 1 ha) e Mourvèdre; e per i bianchi Chardonnay (2,0 ha), Clairette (0,8), Viognier e Rolle, cioè Vermentino, tutto in regime biologico certificato. In media meno di 50 quintali per ettaro e le vinificazioni sono parcella per parcella. Il clima eccezionale della Costa Azzurra, sole, esposizione, umidità nottturna e venti frequenti contribuiscono al benessere delle vigne, e persino la salsedine delle brezze fornisce, di fatto, un’azione anti parassitaria.
Il Saint Pierre 2023
“Un’isola, fratelli, un grande vino”, è il motto di questa produzione, ed io ho avuto il piacere di assaggiare uno dei loro bianchi, il Saint Pierre 2023, ad un banco di degustazione di Proposta Vini. 8000 bottiglie da un vigneto di 1,62 ettari, a predominanza argillo-calcarea, con Chardonnay (vendemmiato il 16 agosto, precisa la retroetichetta), il Rolle (29 agosto) e la Clairette il giorno successivo. Fermenta 24 giorni a bassa temperatura e poi affina 10 mesi in acciaio.
Nel bicchiere è luminosissimo, colore paglierino appena accennato, ma abbastanza denso. Intenso al profumo, di macchia mediterranea, erbe balsamiche, agrumi, mirto, fiori gialli, e a fare da fil rouge a tutti questi aromi, un rimando assolutamente marino, il profumo della brezza.
L’assaggio è ancora più sorprendente
Fresco e sapido, salino e acidulo: il gusto viene investito da questa fantastica alternanza, questa pienezza assoluta, ogni millimetro della bocca viene sollecitato da questa dinamica gustativa. Sensazione salina e freschezza, temperati dall’alcol (che è al 13%) entrano in un loop di durata indefinibile come il colpo perfetto di un flipper, quello che lascia rimbalzare la pallina su tutti i respingenti: un sorso lunghissimo e instancabile che lascia a bocca aperta.
La conclusione
Insomma: quasi fuori dalla geografia, un’isola che è più piccola di un quartiere; in fondo fuori dalla storia, intesa come evoluzione, se dopo quasi un millennio sono ancora monaci cistercensi che allevano la vite. E però, Saint Pierre, che grande vino.






