Noi terroni cantina degli altri.
- Noi Terroni siamo stati la cantina degli altri.
- La realtà – che fa rima con verità, ma senza coincidere come dovrebbe – ci dice invece che il mondo del vino continua a ritenere quali grandi zone vinicole e grandi vini.
- Le cisterne continuano a viaggiare, forse un po’ di meno perché sono state parzialmente sostituite dalle bottiglie; ma la logica del vino “made for the trade” è quella stessa dei decenni e dei secoli scorsi.
- E al prezzo segue la dignità, il riconoscimento del valore intrinseco, anche di chi lo fa.
- Di più; c’è storia, tanta storia negata perché ignota o misconosciuta.
- Ma quasi nessuno sa che, alla fine degli anni ‘50, la Polizia sparò sui braccianti brindisini – uccidendone tre – che protestavano contro le paghe da fame che gli venivano imposte.
- Fatti che hanno generato ondate migratorie.
Ho letto pochi giorni fa un tuo brano .
Di quel brano, un tuo inciso ha colto la mia attenzione, riferita alla tua famiglia di origine, in cui raccontavi di tuo nonno.
Scrivevi “…che forniva le falanghine maderizzate per i liquer d’expedition di un’importate Maison di champagne francesi con i cui proventi, e non solo di quello, ha laureato 5 figli maschi e diplomato 6 figlie femmine tra il 1940 e il 1962.”
Le tue parole mi rigirano in testa su un tema a me caro e sicuramente – così immagino – anche a te.
Se mi permetti, ti chiedo l’attenzione con queste due righe per parlare brevemente di una storia che tutti sanno, quasi tutti fingono di non sapere, non di rado ci viene rinfacciata e che le generazioni più giovani non conoscono.
Noi Terroni siamo stati la cantina degli altri.
Abbiamo fornito – oltre al liquer d’expedition del tuo amato Nonno – botti, cisterne, mosti rettificati concentrati e non, basi per vermouth e così via.
Ah, lo facciamo tuttora e se si potesse scrivere una storia alternativa del vino, gli esiti sarebbero ben diversi da quelli che il mainstream crede sia la verità.
La realtà – che fa rima con verità, ma senza coincidere come dovrebbe – ci dice invece che il mondo del vino continua a ritenere quali grandi zone vinicole e grandi vini.
Ma solo quelli di certe zone, di certe provenienze, di certe denominazioni, tutte inevitabilmente di latitudini oltre la Terronia.
Una poderosa macchina culturale ce lo ha fatto credere e ce lo fa ancora credere.
Una poderosa macchina ancora nutrita, di fatto, anche dalla politica di tanti consorzi di tutela meridionali (siamo noi stessi tra i nostri peggiori nemici) in mano agli imbottigliatori – di nome o di fatto, la sostanza è quella – che scarificano le ragioni di una consapevole produzione sull’altare di quella del mero commercio.
Le cisterne continuano a viaggiare, forse un po’ di meno perché sono state parzialmente sostituite dalle bottiglie; ma la logica del vino “made for the trade” è quella stessa dei decenni e dei secoli scorsi.
Una delle più evidenti cartine di tornasole è l’elevato prezzo che viene ritenuto diffusamente accettabile per taluni vini.
Mentre per gli altri viene ritenuto fuori luogo (quante volte abbiamo sentito dire “io non spenderei mai tutti quei soldi per una bottiglia).
Salvo eccezioni, ovviamente, ma che sono e restano eccezioni, fenomeni passeggeri, mode.
Episodi congiunturali, non strutturali.
E al prezzo segue la dignità, il riconoscimento del valore intrinseco, anche di chi lo fa.
Attenzione, non voglio negare che ci siano stati o permangano anche aspetti oggettivi che possano spiegare questo stato di cose.
La questione è profonda per intrecci storici, sociali, politici ed economici.
Tuttavia, anche la loro mancata conoscenza e comprensione non solo impedisce il consolidamento degli sviluppi raggiunti, ma ne mina la continuità e pone le premesse per la loro perdita.
Di più; c’è storia, tanta storia negata perché ignota o misconosciuta.
Mi spiego meglio.
Giustamente tanta parte del mondo del vino – dalla produzione ai degustatori, dai commerciati ai professionisti della comunicazione – conosce gli stenti e le miserie dei vignaioli di Langa prima dell’avvento dei cosiddetti “Barolo Boys”.
Te lo insegnano ovunque, anche nei primi corsi basici da assaggiatore o sommelier.
Ma quasi nessuno sa che, alla fine degli anni ‘50, la Polizia sparò sui braccianti brindisini – uccidendone tre – che protestavano contro le paghe da fame che gli venivano imposte.
E ciò in occasione delle vendemmie, dagli imbottigliatori del Centro e Nord Italia che li sfruttavano al limite della schiavitù.
Fatti noti solo a chi ha avuto la fortuna di leggere “La Guerra del Vino” del bravissimo Antonio Polito (caro amico) che ha recuperato anche gli atti della Commissione di inchiesta parlamentare presieduta dal Giovane Giorgio Napolitano.
Fatti che hanno generato ondate migratorie.
Per dirne una il cantante Albano Carrisi emigrò per far fortuna, promettendo al papà Carmelo di comprargli la vigna e affrancarlo dalla condizione in cui versava.
Fatti che però sono generalmente ignorati, forse anche volutamente.
Non posso dilungarmi oltre pur a fronte di mille suggestioni e mille spunti e mi spiace non averli approfonditi.
Ho promesso a me stesso sintesi e brevità e non so se ci sono riuscito.
Tuttavia, un’urgenza ho sempre avvertito e il ricordo del tuo caro Nonno me l’ha risvegliata.
E’ necessario impostare una seria, profonda, accurata e capillare riscoperta delle ragioni del Vino del Sud.
In modo anche crudo, senza sconti per nessuno a qualsiasi latitudine, ma sempre con criterio rigoroso e documentato.
Se c’è un modo per fondare un territorio identitario, senza fermarsi alla sola mappa, questo lo è, in modo assolutamente necessario.


