Non mangiate il salmone perché inquina
Il salmone è diventato simbolo di cucina “sana” e moderna, ma dietro il suo successo si nasconde un impatto ambientale e sociale tutt’altro che trascurabile.
Soprattutto nella versione di allevamento questo pesce racconta una filiera intensiva che consuma risorse, inquina i fondali e minaccia gli ecosistemi marini.
E, spiace dirlo, anche quando si presenta con l’etichetta “biologico”.
Gli allevamenti intensivi, biologici o meno, concentrano centinaia di migliaia di pesci in gabbie galleggianti.
Un sovraffollamento che favorisce malattie, parassiti (come i pidocchi del salmone) e l’uso di farmaci, pesticidi e trattamenti chimici.
Secondo inchieste internazionali, intorno alle gabbie si accumulano migliaia di tonnellate di deiezioni, mangimi non consumati, residui di farmaci e microplastiche.
Questo insieme di scarti cambiano la chimica dei sedimenti marini e possono “uccidere la vita sul fondo del mare” in maniera irreparabile.
Si creano così zone ipossiche, vere “zone morte” dove l’ossigeno si riduce e la biodiversità crolla irreparabilmente.
A questo si somma il problema delle fughe.
I salmoni d’allevamento, spesso selezionati o geneticamente modificati per crescere più in fretta, si incrociano con le popolazioni selvatiche alterandone il patrimonio genetico e competendo per cibo e habitat.
Alcune ONG parlano di “ecosistemi millenari messi a rischio in poche decine d’anni” da un’industria che ha trasformato fiordi e coste in fabbriche sommerse.
Gli allevamenti biologici fissano limiti più stringenti su densità dei pesci, uso di antibiotici e qualità dell’acqua, garantendo generalmente carni meno contaminate da residui chimici.
Tuttavia restano forme di allevamento intensivo!
Gli animali vivono comunque in gabbie.
Producono enormi quantità di liquami e dipendono da mangimi a base di farine e oli di pesce e di soia.
Responsabilità – secondo studi LCA – di oltre il 60‑70% dell’impronta climatica complessiva dell’allevamento.
Anche in contesti considerazioni modello, come i fiordi islandesi e norvegesi, le associazioni ambientaliste denunciano tassi di mortalità che superano il 40% in alcuni impianti.
Per non parlare di fioriture algali e fondali degradati sotto le gabbie.
In molti casi, precisa il WWF, gli scarti organici non vengono trattati ma scaricati direttamente in mare, con effetti a cascata sulla catena alimentare e sulla pesca locale.
Legambiente, che da anni critica i grandi allevamenti intensivi come “licenza di inquinare”, sottolinea come la logica di massimizzare le rese per soddisfare una domanda globale in crescita.
Basti pensare che il consumo di pesce è quasi triplicato dal 1961, (secondo la FAO) con scarichi e costi ambientali sulle comunità costiere e sulla biodiversità.
Tutto questo non significa demonizzare ogni forma di acquacoltura, ma riconoscere che il modello dominante del salmone d’allevamento – anche quando “bio” – è lontano da un’idea davvero sostenibile di mare.
Chi cerca un’alimentazione etica e attenta all’ambiente deve ridurre o evitare il consumo di salmone.
Privilegiare pesci locali a ciclo breve, provenienti da piccola pesca selettiva o da allevamenti a minore impatto certificati da enti indipendenti.
Ogni volta che si rinuncia a una fetta di salmone standardizzato a favore di specie dimenticate e filiere trasparenti, si manda un segnale chiaro a un’industria che oggi consuma oceani, energia e vita marina per riempire scaffali e pubblicità.
E nel frattempo la Nord Sea Food riduce drasticamente la millenaria essicazione di merluzzo (leggasi stoccafisso) in ragione di profitti rapidi come quelli che si fanno con il salmone e il merluzzo fresco.
Tutto, maledetto e subito.
Maledetta fretta!


