Note Georgiane – secondo capitolo

klasztorne wino

Articolo di Mariusz Kapczyński – Traduzione di Mario Crosta

In questo articolo il nostro amico “Kapka” continua la pubblicazione degli appunti che ha preso durante le sue degustazioni presso le piccole cantine della Georgia nel corso della sua visita del 2014, in cui ha giocato molto il suo aumentato interesse per la tipologia dei vini naturali.

Come avevo già scritto, le sue annotazioni sembrano fotografie, la realtà emerge con una forza superiore alle opinioni, spesso mi ricordano i reportage di Mario Soldati quando andava in giro per l’Italia del vino, agli albori della televisione. Con lui mi sembra sempre di viaggiare anch’io, anche perché posso confermare che siamo sempre d’accordo sulle bottiglie che lui descrive sul posto della degustazione e che io riesco poi a procurarmi in seguito tramite amici e importatori.

Lo invidio sicuramente per i campioni da botte (in questo caso dalle anfore) che devo accontentarmi di sognare, ben sapendo che anche su quelli sarei perfettamente in sintonia con i suoi giudizi. Vi lascio perciò immediatamente alla traduzione della seconda parte delle sue annotazioni, pubblicate nel suo sito Vinisfera.pl e corredate dalle foto scattate in gran parte proprio dall’autore.

Note georgiane (2)

Prosegue il mio peregrinare enologico per la Georgia dove sto incontrando monaci che nei kvevri producono vini eccellenti, ma anche ogni specie di outsider, di individualisti e di autentici enoappassionati.

Kakha Berishvili

Kakha Berishvili – Foto dell’autore – ©

Lasciare il passato

Arrivare qui è stato difficile, ma riuscire a trovare quel piccolo casolare che cercavo è stato ancora più duro, sebbene ormai ci ho fatto il callo. Si trattava di un posto che mi ha confermato la sua unicità. In questa cantina dominava un’atmosfera un po’ hippie. Sul muro esterno della vecchia cantina era appeso un vecchio cartellone pubblicitario che annunciava un concerto di Keith Jarrett a Tbilisi; sparsi per il giardino si trovavano dei sedili smontati dalle automobili e ingegnosamente usati come poltroncine; all’ingresso c’era appeso un cartello che avvertiva che il proprietario è vegetariano, dunque qui non c’era proprio nessuna speranza di trovare degli spiedini (una dichiarazione davvero fuori dal coro rispetto alle altre cantine georgiane).

Questa cantina si trova nel villaggio di Artana (nella zona di Napareuli in Kachetia) ed è di proprietà di Kakha Berishvili. È un po’ piccola, 2 ettari, e mostra fino in fondo la sua vena “artistica”. Qui si fanno poco più di 3.000 bottiglie di vino tra Rkatsiteli bianco e Saperavi rosso. Kakha è un musicista, una volta viveva a Tbilisi e faceva la vita tormentata dei bohémien locali. Poi è arrivato il momento di cambiare e più di 10 anni fa ha deciso di mollare tutto e di venire in campagna. Si è isolato, ha cominciato a condurre una vita tranquilla in armonia con la natura. Ha una casa semplice, una cantina semplice, priva delle attrezzature più moderne.

I vigneti sono biologici, niente irroramenti né concimi sintetici, eccetera: «Quando si guardano, sembrano più trascurati degli altri», mi ha detto Kakha mentre camminavamo tra i filari, «invece quelli coltivati dai vicini con i metodi convenzionali possono sembrare più attraenti e più verdi, ma la qualità e la “purezza” del frutto sono completamente diverse, potete credermi».

Non avevo motivo per non credergli, anche perché dopo un attimo ci siamo seduti a tavola e mi ha versato nel calice il suo Saperavi 2012 (5-), un rosso maturo, estrattivo e potente (alcool 14,2%). Molto attraente, succoso, pieno, con sentori di affumicatura, di fumo e di frutta (more, lamponi, ribes). Il tutto era profondo, intenso, un po’ foxy e intensamente lungo, in modo molto naturale. Un piacere puro, che veniva dal connubio tra vino naturale, luogo naturale e persone naturali.

Atmosfera da museo

Sono poi arrivato nel villaggio di Velistsikhe, dove in un unico blocco ho trovato cantina, museo del vino e pinacoteca. Il museo e la vecchia cantina risalgono al XVI secolo e raggiungono i 6 metri di profondità sotto terra, secondo le tipiche tradizioni della Kachetia, con un sistema di ventilazione naturale molto ingegnoso.

Qui c’è una quindicina di kvevri che hanno prodotto vino fino ai nostri giorni (alcuni hanno più di cento anni). La signora Nunu Kardenakhnishvili, che conduce questa cantina, ha anche altre responsabilità: è direttrice del teatro del villaggio (il teatro di villaggio è un altro fenomeno georgiano).

Le vigne (15 ettari) si trovano nella valle dell’Alazani e vi si coltivano Rkatsiteli e Saperavi. I vini qui non sono emozionanti, li ho valutati tutti intorno ai 3 punti, ma l’insieme dell’esposizione museale e dell’antica cantina rende bene l’atmosfera enologica georgiana.

Eka Chvritidze

Eka Chvritidze – Foto dell’autore – ©

Progetti

Ho avuto l’opportunità di vedere non soltanto le cantine del passato, ma anche i progetti del futuro. Il progetto Danieli Marani (da non confondere con la cantina Marani di Telavi, NdT) si sta sviluppando nel piccolo villaggio di Argokhi (Akhmetis Raioni) in Kachetia. Colgo l’occasione per ricordare che da queste zone proviene uno dei più importanti vitigni bianchi: il Kisi.

I titolari del progetto sono i coniugi Eka Chvritidze, georgiana, e Daniel, danese (è dal suo nome che deriva quello della cantina). Una volta viaggiavano parecchio perché il marito di Eka cambiava di continuo la sua sede di lavoro in diverse rappresentanze diplomatiche. Alla fine hanno deciso di fermarsi e di costruire qualcosa di stabile: una cantina in Georgia.

Attualmente nelle loro vigne (in tutto 12 ettari) stanno crescendo impianti nuovi in tutte quelle località che hanno selezionato con molta attenzione. Vi coltivano Kisi, Rkatsiteli e Saperavi. Le ho viste: sono tenute molto bene e sono curate con la dovuta attenzione. È proprio fra questi filari che hanno preparato il pranzo e la degustazione dei vini dei loro amici, in quanto i propri vini non sono ancora pronti, anche se si annunciano molto promettenti, visto che ne è responsabile quel talento di Giorgi Babunidze, che è amico di Eka fin dai banchi di scuola.

I proprietari di Danieli Marani credono nella forza della famiglia e in uno stile più europeo dei vini georgiani. Ho ascoltato i loro piani per la costruzione della cantina e i loro concetti riguardo la stilistica dei vini. Il loro entusiasmo è stato contagioso. Ho lasciato perciò questo luogo ospitale di ottimo umore e molto eccitato. Ma il meglio doveva ancora arrivare.

Sul vulcano (Kachetia)

Ecco il prossimo obiettivo del mio viaggio, a circa 30 km a sud-est di Tbilisi, a 8 km dal villaggio di Tabatskuri. Qui, sopra una montagna che è un vulcano estinto, s’ innalzano le mura del secolare monastero di Shavnabada, dedicato a San Gregorio. Dal monastero si vede un magnifico panorama sulla valle e sulla vicina catena dei monti Abul-Samsari.

Stavo ammirando quel paesaggio mentre aspettavo padre Kalenike. Era lui che doveva guidarmi nella visita al monastero e soprattutto a ciò che agognavo: i luoghi dedicati alla produzione di vino. Nei kvevri di questo monastero nascono infatti dei vini eccellenti. Volevo assolutamente vederli. Questo monastero, le cui mura più antiche sono state costruite nel XII secolo, fu ricostruito e ampliato nel XVII secolo. In epoca moderna, nel 1992, ha subito un’ulteriore ristrutturazione completa, ma conserva ancora gli antichi dipinti e gli affreschi (alcuni dei quali riguardano il vino).

In questo monastero si produce vino da secoli e si sono rinnovate proprio le stesse cantine in cui è sempre stato prodotto. Dal 1998 i monaci si sono nuovamente dedicati alle pratiche enologiche. I vini che qui si producono con il nome di “Shavnabada” sono diventati famosi non soltanto fra i fedeli locali, ma anche fra gli “enoappassionati” e sono diventati perciò un elemento importante delle attività economiche del monastero.

Mi è capitato di aspettare padre Kalenike per quasi due ore e di trovarlo poi vestito in una tonaca linda, elegante, impeccabilmente stirata e con un comportamento che denotava un certo distacco, prima per via della Messa e poi a causa di un’inattesa visita di un enologo che arrivava dalla Russia (con cui abbiamo scambiato qualche parola).

Tuttavia, alla fine ce l’ho fatta. Ho visto che nel monastero il vino viene prodotto secondo l’antica tradizione georgiana. Qui si trovano dei sistemi semplici per pigiare le uve, i sacnacheli (basse vasche di legno, in genere scavate all’interno di grossi tronchi come si fa per le mangiatoie, in modo da poterci entrare e pigiare le uve stando in piedi, ma alcune sono molto più vaste, quindi sono costruite) e 80 kvevri di capacità diverse.

La maggior parte di questi sono sepolti a cielo aperto, ma si stanno già costruendo tetti e tettoie. I vigneti di quest’ordine monastico (circa 12 ettari) si trovano nel villaggio di Melaani in Kachetia. Vi si coltivano soprattutto Saperavi e Rkatsiteli, ma la cantina dei frati viene rifornita anche dalle uve delle vigne dei fedeli e degli amici del monastero.

In totale, qui nascono annualmente circa 150.000 bottiglie. Il principale vino del monastero deriva dai vitigni Saperavi e Rkatsiteli (ce ne sono anche degli altri, ma non sono tutti disponibili). Dopo la fermentazione il vino viene affinato sei mesi sui lieviti e poi, dopo il travaso, per altri tre anni nei kvevri; quindi viene imbottigliato, senza essere filtrato, in bottiglie classiche e ben etichettate.

Ho avuto l’opportunità di assaggiare un sublime Shavnabada Saperavi 2007 (5 -), che si è rivelato essere un vino di razza, ricco di fruttato, buona acidità ed eleganza. Il tutto era espressivo, squisitamente equilibrato, pulito e fatto benissimo.

Qui si fa anche una chacha (acquavite) potente (alcool 55%) al prezzo di 15 lari per una bottiglietta (poco più di 7 €). Ha un colore giallo-arancio, l’aroma è delicato e l’alcool, al momento, quasi non si sente. In bocca è fruttata, dolce, sa di nocciola e di miele, è buona, grassa, con toni di caramello e di vaniglia. È morbida e matura (ha trascorso in totale quattro anni nei kvevri e nelle botti).

I monaci fanno del loro meglio e vendono il vino a validi ristoranti locali, ne esportano un po’ in Ucraina e in Italia, ma sono alla ricerca di nuovi contatti commerciali. Dopo l’incontro, quando siamo scesi dalla montagna, pensavo a questo luogo straordinario, al vino, alla chacha e alla minuscola comunità dei monaci che vivono qui. Valeva proprio la pena di aspettare tanto per questo incontro.

Padre Kalenike

Padre Kalenike – Foto dell’autore – ©

Giorgi

L’incontro successivo ha rafforzato le impressioni avute fin qui. Sono andato a Mtskheta, vicino a Tbilisi (nella regione della Kartlia), un luogo molto importante per i Georgiani. Vi si trovano la cattedrale di Sveti Tskhoveli (o del “pilastro vivente”) che risale all’XI secolo e il monastero di Dzhvari, del VI secolo. Sono considerati i due monumenti più importanti dell’architettura sacra in Georgia.

Ci sarebbe molto da scrivere su questo posto, ma mi limito a dire soltanto che merita in ogni caso una visita. Nel centro della città, in una casa proprio accanto alla strada che porta alla cattedrale, vive uno dei migliori esperti in materia di tecnologia della vinificazione tradizionale: Giorgi Barisashvili.

Giorgi ha studiato Enologia a Tbilisi, fa il vino da più di 20 anni, inoltre scrive, gestisce una piccola cantina con un piccolo museo pieno di interessanti collezioni di manufatti relativi al mondo del vino in Georgia. Il vino viene prodotto soltanto in kvevri e a questo metodo davvero unico ha dedicato un opuscolo speciale. Questo libretto s’intitola “La produzione di vino in kvevri” e ciascuno dovrebbe averlo nella propria collezione, tanto più che è stato tradotto in lingue più accessibili (ce ne sono versioni anche in francese, tedesco e inglese).

Ho cominciato questa visita dall’esplorazione della cantina, che è stata trasformata in un piccolo museo. Il mio anfitrione vi ha raccolto un sacco di preziosi manufatti e di stoviglie per il vino. Giorgi è una vera miniera di conoscenza enologica, un consulente rispettato ed è consigliere di diverse aziende vinicole. È un uomo amichevole, ben disposto al contatto e alla gentilezza. Giorgi ha detto, ha spiegato, ha fatto dei brindisi. Non poteva essere altrimenti.

Abbiamo bevuto un Aladaturi 2012 dalle tradizionali ciotole di terracotta chiamate phiale; sapeva di ciliegia, ma piccante. Giorgi ha parlato delle lunghe tradizioni enologiche in famiglia, delle sue pubblicazioni e ha spiegato realisticamente i dettagli della produzione di vino nelle anfore.

Nel suo cortile si trovavano dei kvevri appena comprati e che stavano per essere sepolti: Giorgi desidera aumentare la sua produzione che è ancora in scala minore. Produce poco più di un migliaio di bottiglie e si capisce perciò che è un vero e proprio micro-produttore. Tutto quello che fa viene consumato in proprio o dagli amici. L’incontro è stato lungo, eppure è passato velocemente, in un batter d’occhi. Ritengo che questo incontro sia stato uno dei più interessanti e stimolanti.

Giorgi Barisashvili

Giorgi Barisashvili – Foto dell’autore – ©

Soso

La cantina Mitra è acquattata nel piccolo villaggio di Ateni (nella regione Kartlia). La conduce Soso Lotiashvili, che ho trovato impegnatissimo in un intenso lavoro per ristrutturarla e interrarci nuovi kvevri). Qui c’è un’atmosfera completamente tradizionale. Vengono coltivati Chinuri e Goruli Mtsvane, anche il rosso Tavkveri (ci sono posti dove è avvinghiato a vere e proprie impalcature e alcuni di questi ceppi hanno 70 anni).

Si producono circa 2.500 bottiglie. Soso applica una tecnica non proprio tipica: suo nonno aveva costruito un torchio che a suo tempo era già atipico e costoso rispetto ai tradizionali sacnacheli. Aveva osato edificare una costruzione “moderna”, cioè una vasca di cemento! Finora Soso ha venduto il vino soltanto localmente; l’imbottigliamento ufficiale e regolare non è ancora cominciato, ma in questo villaggio sarà il primo a farlo.

l suo vino Gorula 2012 (3+) è un taglio (tipico della zona di Ateni) di Chinuri e Goruli Mtsvane. Qui si trova davvero un’altra atmosfera, un altro stile di vino. È leggero, semplice, selvatico, sa di cetriolo, mele autunnali, fieno, susina Mirabelka. Un vino che, comunque, non è fatto nei kvevri, ma nelle damigiane e in minime quantità.

Il Tavkveri (3) ha un colore lampone chiaro, è piuttosto verde (certamente per effetto dell’uso di uve meno mature e sane, quelle che si raccolgono “come capita”). Un vino rustico, ma tutto sommato interessante e accessibile (10 lari al litro, circa 2,5 €). Nella cantina di Soso c’è ancora qualcosa da migliorare.

Naturali al naturale

Mi va meglio a ovest. La successiva visita della mia lista si trova in Imerezia. Sono andato a visitare Archil Guniava che abita nel villaggio di Kvaliti. È un’azienda famigliare in tutto e per tutto; sono stato accolto da gente cordiale e ospitale.

Del vino si occupano alcune generazioni. Il padre di Archil, sebbene vecchiotto, sorveglia continuamente le attività e dà i suoi consigli. Le figlie di Archil, sebbene un po’ timide, rispondono volentieri alle domande in inglese e si vede che sono molto coinvolte in quest’impresa enologica della famiglia. Siamo andati subito nel marani, dove tutto si mantiene in un’atmosfera tradizionale. Archil, dopo i chiarimenti introduttivi, afferra una speciale pala di legno e comincia a scoperchiare il primo dei kvevri.

L’imboccatura è tappata da alcune tavole di legno, uno strato di argilla di 20 centimetri e un telo di plastica (che rimane uno degli elementi più moderni che siano arrivati in Imerezia). Dopo qualche minuto assaggiamo direttamente “dalla terra” un vino chiaro e gustoso, un taglio di Sviri (che è anche la denominazione) con altri vitigni bianchi autoctoni e tipici di queste terre: Tsolikauri, Krahuna e Tsitska.

Lo Sviri 2012 è gustoso, solare, equilibrato, con una buona struttura cremosa, tannini marcati e un fondo erbaceo. Come tanti altri progetti simili in giro per il mondo, la famiglia Guniava ha una vigna microscopica, quasi mezzo ettaro, perciò Archil compra le uve da vignaioli di fiducia per produrre annualmente da 1.000 a 2.000 bottiglie di vino.

Sta piantando anche nuove vigne, con Tsitska, Krahuna e il rosso Otskhanuri Sapere. Questa famiglia possiede 16 kvevri che possono contenere circa 70 quintali di mosto. Dopo la degustazione, Archil richiude accuratamente i kvevri e impasta diligentemente l’argilla con un apposito pestello di legno. A dire il vero, in questa cantina non mancano attrezzi semplici e molto tradizionali. Abbiamo provato anche altri vini dei kvevri.

Lo Tsolikauri / Otskhanuri Sapere 2012 (4) è un uvaggio di vitigni bianchi e rossi, dà un vino di colore lampone leggero con aromi di amarena, erbe aromatiche, carne affumicata, frutti di bosco (8 lari, circa 4 €).

Ho bevuto anche lo Tsolikauri / Otskhanuri Sapere 2011 (4) già imbottigliato, un vino di razza con l’aroma dolce della zucca. In linea di massima, in Imerezia la fermentazione e la macerazione tradizionale avvengono mantenendo a contatto del mosto soltanto una certa parte delle vinacce e delle bucce, a volte senza i peduncoli (invece in Kachetia si usa tutto, mentre lo stesso Guniava usa un 20% di vinacce, un 20% di bucce e qualche volta anche una minima quantità di peduncoli).

I vini dei kvevri dell’Imerezia sono perciò normalmente più delicati e leggeri di quelli prodotti con il metodo della Kachetia. Anche se la cantina di Archil si trova in un locale con il tetto, in Imerezia i kvevri sono tradizionalmente interrati a cielo aperto, presso i casolari o dentro i frutteti. Queste “cantine” si chiamano chur-marani (soluzioni del genere sono state favorite dal clima mite, oltre al fatto che non tutti i kvevri riuscirebbero a essere collocati in cantine o in altri edifici rurali, da costruire appositamente. Questo però è un metodo che si trova sempre più di rado. Si può anche osservare che in Imerezia fra i filari delle viti si coltiva spesso, per esempio, il granturco. Ne ho chiesto il motivo a Guniava. Mi ha risposto che si fa così perché il granturco protegge con la sua ombra le uve dal sole troppo cocente, ma allo stesso tempo è un modo per impiegare la terra libera e ottenere altri raccolti (nelle vigne si allevano anche altre colture).

Secondo Archil, l’enologia dell’Imerezia stava meglio quando si esportava vino in grande quantità verso la Russia. L’embargo imposto nel 2006 ha fortemente indebolito la vitivinicoltura della regione, che ha perso la possibilità di competere come prima con la Kachetia.

Sebbene le frontiere russe siano state riaperte nel 2013, non si sa se si può ricostruire il mercato precedente. Perciò Archil si concentra oggi in altre direzioni. Parte del vino viene venduto localmente, ma ci sono partite già esportate verso l’Italia. Recentemente anche il Giappone ha ordinato del vino e qualche centinaio di bottiglie sono state trovate in Polonia. Incoraggio questi vignaioli che sono sempre molto legati alla terra con il loro lavoro, che non si sono “inventati” naturalisti, ma continuano in piena normalità le tradizioni enologiche dei padri e dei nonni.

Una love story polacca

Resto in Imerezia. La strada mi porta al villaggio di Baghdati. Qui lavora Gaioz Sopromadze. Anche se qui sono quasi tutti produttori di vino, lui è l’unico veramente professionale. Gaioz ha in totale 0,3 ettari di vigne sparse, coltiva Chkhaveri, Tsolikauri, ma compra le uve anche dagli amici vicini (ultimamente ha comprato 2 ettari di terra per ampliare la produzione).

Gaioz è un vecchio amico dei Polacchi. «Conosci Wanda Lignowska di Rzeszów?» mi ha chiesto subito dopo il benvenuto. No, non la conosco, ma più tardi scoprirò perché era così importante per lui questa domanda. Le tradizioni della produzione di vino della famiglia Sopromadze sono antiche. Regole? Il minimo intervento. La vigna è condotta in modo abbastanza spontaneo e naturale.

Gaioz ci tiene a mantenere tutto sotto il suo controllo e non permette a nessuno di intervenire nella vita della vigna. Ha cominciato a imbottigliare nel 2009, quando ha incontrato Georgi Barisashvili, che l’ha persuaso a un’attività più aperta, a uscire dalla sua zona. Non molto più tardi Georgi ha portato 20 bottiglie a un’esposizione di vini naturali in Italia ed è riuscito a trovare il primo cliente.

Gaioz mi ha detto: «Quando ho ottenuto il primo pagamento dall’estero, 300 euro, ho creduto che questi vini hanno delle potenzialità fuori dal mercato locale». E i vini? Lo Tsolikauri 2012 (4+) è un vino delicato, morbido, sa di mela e di autunno. Anche in bocca è soave, interessante, levigato, fresco, liscio e delicatamente acidulo. Si vede che qui c’è un’atmosfera mite, le uve hanno meno zucchero e i vini non sono così concentrati come in Kachetia. Inoltre i vini d’annata dell’Imerezia sembrano molto più stabili. In genere sono più moderni e più vicini alle versioni che si fanno in Europa Occidentale.

Lo Chkhaveri 2011 (5-) è uno dei vini georgiani più rari ottenuti da questo vitigno. Ci sono note di lampone, mora, bosco, terra. Lo stile del vino è levigato, delicato, acidulo in bocca, croccante, fresco, sa molto di bosco. Il tutto è interessante, non comune, gustoso ed equilibrato.

Gaioz ci ha raccontato una confessione sotto il piccolo bersò di fianco all’abitazione principale. Abbiamo mangiato delle gustose pietanze locali e tutt’intorno ho visto che era pieno di curiose e affascinanti “antichità”, come un tavolino di legno ultracentenario oppure un mortaio per impastare le erbe aromatiche che era stato realizzato da uno dei bisnonni. Gaioz abita con la mamma che, sebbene anzianotta, è rimasta vispa e in gamba. Ci ha servito portate squisite, ma nel frattempo stuzzicava e punzecchiava il figlio (che non è ancora sposato).

Quando siamo rientrati in casa, ha acceso il televisore ad alto volume e ci siamo sorbiti di continuo le voci del seriale in trasmissione oppure (a volume ancora più elevato) la musica delle vecchie romanze russe. Era davvero un piacere. Un incontro non solamente per il vino. Un bel colloquio, una discussione, molti ricordi. Gaioz mi ha detto che per tre anni ha fatto il ballerino nel gruppo di musica popolare danzante Erisioni, che si esibiva in tutt’Europa.

A quel che ho capito, in Polonia aveva incontrato il più grande e incompiuto amore della sua vita, la citata Wanda Lignowska di Rzeszów, che non è più riuscito a incontrare. In Polonia non ci sono i vini di Sopromadze, ma si vendono in Gran Bretagna, Giappone e Francia. Bisogna forse aspettare il momento in cui, accompagnati da etichette leggibili e con le dovute informazioni, si troverà qualche pista e si arriverà a qualche accordo. E magari anche questo testo può essere d’aiuto.

La scala di giudizio

( 6 ) eccezionale, un vero capolavoro

( 5 ) ottimo, vino di gran classe

( 4 ) buono, interessante

( 3 ) onesto, dignitoso

( 2 ) debole

( 1 ) stare alla larga, vino con evidenti difetti

( – oppure + ) per togliere o aggiungere mezzo punto

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mariu

Sono giornalista e critico enologico, sono stato collaboratore di Wine Magazine, Wine Time, Alcohol Markets, Kitchen, USTA Magazine, Top Class, SpaEden, AllInclusive, Internet Radio Polacca, Enotime, Wirtualna Polska e altri. Come giurato, prendo regolarmente parte a vari concorsi enologici e polacchi (tra cui Vinitaly, Concours Mondial de Bruxelles, Vinoforum, Vinaria, Vinul.ro, Enoexpo, Orszagos Borverseny, Clean Vodka Tasting). Faccio anche parte dell’organizzazione internazionale di giornalisti e specialisti dell’industria dell’alcool – International Federation of Wine and Spirits Journalists and Writers. Nel 2015 “Magazyn Wino” mi ha assegnato il Grand Prix nella categoria “promozione della cultura del vino in Polonia”. Nel 2018, mi è stato assegnato il capitolo del premio Saint Martin per “l’eccezionale servizio nel campo della promozione del vino polacco”.

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