Osteria Rabezzana e la sua storia antica

Osteria Rabezzana e la sua storia antica

Osteria Rabezzana e la sua storia antica

Si, va bene, il cibo è cultura e la cultura è cibo: lo dicono tutti.

Pochi, tuttavia, mettono in atto questa specie di assioma cartesiano, limitandosi a fare retorica, fra un piatto della tradizione (ma cos’è, poi, la tradizione? Come insegna Alberto Grandi in Denominazione di origine inventata), e il rispetto (esageratamente mistico) delle materie prime.

Franco Rabezzana (un ingegnere prestato alla ristorazione, come si definisce lui) la cultura invece la fa, in silenzio.

“Non amiamo mostrarci, per questo non ci troverete in vetrina”, si dice sul sito.
La storia dell’Osteria Rabezzana, in effetti, è antica.

Comincia nel 1911, in quella che prima era una balera e il nonno di Franco, Luigi, aveva acquistato e trasformato in un luogo d’imbottigliamento e di vendita dei vini di famiglia.

L’osteria si trovava nella vicina piazza Carignano, ma tutta una serie di successivi passaggi sono poi culminati, nel 2016, nell’apertura dell’attuale Osteria Rabezzana, in via San Francesco d’Assisi 23.

Nel locale seminterrato, dove ora c’è la cucina e il ristorante, si trova pure una pedana sulla quale, una volta alla settimana, si esibisce un gruppo musicale sempre diverso che ora fa jazz, ora blues, ora musica italiana anni ’60, ora operetta, ora lirica e ora (pure!) rock.

Gli incontri si chiamano RabMataz, interpretando in chiave Rab(ezzana) un album di Paolo Conte, Razmataz.

Sopra quel palco, per non scordare il passato, sono state apposte due sagome di coppie di ballerini, ma su quel palco si tengono pure (una volta al mese) delle presentazioni di libri e altri incontri con personaggi della cultura e del cinema.

La cucina, capitanata da Giuseppe Zizzo, parla piemontese, talora con l’accento siciliano dello chef.

E’ il caso dei maccheroncini con cozze e tenerume (i maccheroncini sono fatti dal limitrofo Pastificio Giustetto, degli zii di Franco, un negozio – ora internamente collegato con l’Osteria – che ha dei tavoli in cui si può pranzare).

Per il resto è un tripudio di carni crude, agnolotti, conigli e (ora) funghi.

Evviva.

Come se non bastasse, nel 2023 è stata aperta la Vineria Rabezzana in una splendida via pedonale ai piedi della collina torinese.

Lì si possono mangiare tapas e taglieri, bere numerose etichette non banali, e soprattutto bere i vini a marchio Rabezzana, che sono davvero interessanti.

Uno spumante (di Pinot nero in purezza) a bolla morbida, con una struttura ampia, ma anche piacevolmente “proseccante”.

Un Arneis poco spigoloso e molto varietale, che fa pensare a un Sauvignon

Un Ruchè privo della stucchevolezza floreale che contraddistingue molti suoi cugini di vitigno

Una Barbera d’Asti assai fresca e soprattutto un Grignolino piacevolissimo, che con la sua aromaticità non urlata, e la sua bassa alcolicità, si conferma come uno dei migliori rossi da tavola che abbiamo in Italia, ora che da qualche anno molte aziende hanno (finalmente) ricominciato a produrlo.

(Dimenticavo: tutti questi vini sono assai apprezzati da un certo Carlo Petrini, che è amico della famiglia Rabezzana).

Questo articolo è stato visualizzato: 95855 volte.
Condividi Questo Articolo
Giornalista e critico cinematografico ed enogastronomico per Il Messaggero, Gambero Rosso, Radio Roma Capitale e Cinecritica. Insegna Giornalismo Culturale e Storia dell'alimentazione in Sapienza, ed è regista del film Fritti dalle stelle, un documentario satirico sull'alta ristorazione visibile su Prime video. È inoltre autore e conduttore del programma "Come ti cucino un film", in onda su Gambero Rosso Channel, nel quale - grazie alla Cinestologia - racconta il cinema con delle associazioni alla tavola.
Nessun commento

Lascia un commento