Pelaverga di Verduno, grammatica sottile

vigneto

Pelaverga di Verduno, grammatica sottile

Ogni tanto vale la pena spostarsi di lato.

Uscire dalle traiettorie obbligate, dai nomi che tornano sempre, dai vini che conosciamo o pensiamo di conoscere perché ci è noto il nome, la denominazione, il vitigno.

vigneto
vigneto

Il vino, nell’esperienza e nell’idea di questo modestissimo cronista, è un medium per conoscere terre, storie, vite.

- Advertisement -

Così ho deciso di dare una direzione alla mia presenza in questa rubrica: rotta sui vitigni minori, le denominazioni misconosciute o maltrattate, le cantine marginali.

Non per spirito di recupero o per vezzo snobistico (sebbene ammiri lo snobismo), ma per raccontare quel che vale la pena bere di ciò che sta dove si guarda meno.

Iniziamo da Verduno, in Piemonte. Un’altura tra Alba e La Morra, affacciata sul Tanaro che regala correnti più fresche rispetto al cuore compatto del Barolo.

Duecento ettari di vite e una manciata di abitanti (561). Margine nord dell’area del Barolo, Nebbiolo a go-go, insinuazioni di Pelaverga piccolo. Grappolo grande, acini piccoli, vino raffinato.

Speziale Verduno Pelaverga
Speziale Verduno Pelaverga

La versione Speziale dei Fratelli Alessandria nasce da sei vigneti per tre ettari complessivi, posti tra i 250 e i 400 metri di altitudine. Vigne storiche intorno al paese.

- Advertisement -

Rosso scarico, ma non esile. Ha quella trasparenza che ruba l’occhio, ammalia. Non smetteresti di guardarlo: lo guardi e già vibra il piacere.

Viene da pensare a certi tessuti leggeri, che mostrano e non mostrano, lasciano intuire.

Speziale 2024
Speziale 2024

Al naso si muove su una linea sottile: pepe bianco, piccoli frutti rossi, fragola, un petalo di rosa. Echi, più che profumi pieni. È tutto giocato sul dettaglio, su ciò che resta e viene evocato sotto la soglia dell’evidenza.

- Advertisement -

In bocca conferma questa attitudine.

Scorre, ma resta. Ha una trama finissima, un ritmo preciso. La speziatura, che dà il nome al vino, è palese ma discreta, non invadente. Soprattutto non stanca.

Un vino che lavora per sottrazione, ma senza essere magro.

E qui sta forse il punto.

Perché il confronto viene naturale: da un lato i grandi rossi delle Langhe costruiti su struttura, profondità, durata; dall’altro questo Pelaverga, che sembra muoversi lateralmente. Senza competere. Semplicemente cambia il piano del discorso.

L’ho bevuto in una sera tranquilla, con uno dei miei amori.

È un vino che funziona benissimo: tra amici o amanti che non devono convincersi, con una donna che non ama le semplificazioni e le banalità.

E alla fine resta quella sensazione precisa, difficile da spiegare senza banalizzarla: di aver bevuto qualcosa di perfetto, piuttosto che qualcosa di grande.

Questo articolo è stato visualizzato: 35249 volte.
Condividi Questo Articolo
Zang tumb tumb è il rumore del suo passo, del suo cuore e della sua mente. Giornalista, commercialista e docente, ha collaborato con diverse testate giornalistiche (Roma, Sannio quotidiano, giancristianodesiderio.com, Sonar Magazine), scrivendo di enogastronomia, cultura e paesaggi umani. Nel 2019 è stato premiato dal Centro Pannunzio di Torino come finalista del Premio Mario Soldati, sezione enogastronomia, per un articolo sui vini delle Cinque Terre. Nel 2021 ha pubblicato L'ingordo. La gola, il vino, le donne, il piacere e il dolore della forchetta. Ha un blog (www.ilgourman.it) su cui scrive saltuariamente storie ispirate alla sua relazione segreta e pubblica con Irene. È un lettore accanito, cinefilo indefesso e animatore di convivi. Vive con tre donne: Marina, Anna Stella e Marialaura. Insomma, fa… tante cose. Ma tutte con gusto.
Nessun commento

Lascia un commento