Perché gli investitori abbandonano il food

Perché gli investitori abbandonano il food.

Il settore food sta perdendo appeal come fonte diversificata di investimento.

Investire nel food era un tempo sinonimo di stabilità, passione e crescita costante: ristoranti, catene Horeca, produzione agroalimentare attiravano capitali privati e istituzionali.

Oggi, però, l’abbandono del food come investimento è un trend evidente, con flessioni nei ricavi previsti (4,6% nel 2025, in calo al 4,4% nel 2026 secondo Food Industry Monitor).

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Perché succede?

Analizziamo le cause principali, dalla crisi del personale alle normative complesse, passando per scenari internazionali più attraenti.​

La mancanza di personale qualificato è il tallone d’Achille della ristorazione italiana.

Secondo Ristorazione Italiana Magazine, mancano 150.000 lavoratori.

Il post-Covid ha accelerato l’esodo di cuochi e camerieri: turni da 12 ore, salari bassi (7 euro l’ora netti nei migliori casi), pasti consumati in piedi e burnout mentale spingono i giovani a mollare.

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Il 25% dei ristoranti lavora sotto organico, il 41% cerca assunzioni senza successo.

Investire in un ristorante significa rischiare chiusure forzate o qualità calante, con turnover altissimo e costi di formazione che erodono i margini.

L’Italia soffre di regolamentazioni eccessive che frenano gli investimenti.

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FoodDrinkEurope denuncia “troppo carico amministrativo” per PMI, con il 60% dei dirigenti che dubita della competitività UE.

Controlli HACCP, etichettature, sostenibilità e tracciabilità generano costi nascosti e ritardi. Confronta con paesi come Spagna o USA: lì, normative semplificate e incentivi fiscali (es. crediti d’imposta per innovazione) attirano capitali.

In Germania, il food tech beneficia di sussidi statali; negli USA, venture capital fluisce in food delivery e alternative protein con meno vincoli.

In Italia, la burocrazia spaventa gli investitori stranieri, che preferiscono mercati più agili.​

L’inflazione energetica post-Ucraina ha colpito duro: +30-40% sui costi per cucine e logistica.

Materie prime volatili (olio, grano) comprimono i profitti.

Il settore agroalimentare europeo perde fiducia, con PMI al 61% scettiche sulla crescita.

Investire nel food richiede resilienza a shock esterni, ma senza politiche di contenimento prezzi, i rendimenti calano.​

La rivoluzione digitale (kiosk self-service, app ordering) promette efficienza, ma richiede investimenti iniziali alti che le PMI italiane faticano a reperire.

La transizione green – packaging sostenibile, filiere zero km – è un obbligo UE, ma senza incentivi adeguati scoraggia.

Paesi come Olanda e Francia premiano con fondi pubblici; qui, la mancanza di visione rallenta.​

Gli investitori migrano verso settori ad alto rendimento: tech (AI, SaaS), rinnovabili e logistica.

Il food, percepito “lento” e laborioso, perde punti.

Eppure, nicchie come food tech o export bio potrebbero rilanciare, se supportate da politiche mirate.

L’abbandono del food come investimento non è irreversibile.

Servono semplificazioni normative, formazione professionale (alleanze con scuole alberghiere), incentivi fiscali e cultura aziendale che valorizzi il capitale umano.

Solo così l’Italia riprenderà a essere meta appetibile per chi cerca diversificazione sicura e redditizia nel food.​

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Di formazione classica sono approdato al cibo per testa e per gola sin dall’infanzia. Un giorno, poi, a diciannove anni è scattata una molla improvvisa e mi sono ritrovato sempre con maggior impegno a provare prodotti, ad approfondire argomenti e categorie merceologiche, a conoscere produttori e ristoratori. Da questo mondo ho appreso molte cose ma più di ogni altra che esiste il cibo di qualità e il cibo spazzatura e che il secondo spesso si mistifica fin troppo bene nel primo. Infinitamente curioso cerco sempre qualcosa che mi dia quell’emozione che il cibo dovrebbe dare ad ognuno di noi, quel concetto o idea che dovrebbe essere ben leggibile dietro ogni piatto, quella produzione ormai dimenticata o sconosciuta. Quando ho immaginato questo sito non l’ho pensato per soddisfare un mio desiderio di visibilità ma per creare un contenitore di idee dove tutti coloro che avevano piacere di parteciparvi potessero apportare, secondo le proprie possibilità e conoscenze, un contributo alla conoscenza del cibo. Spero di esservi riuscito. Il mio è un viaggio continuo che ho consapevolezza non terminerà mai. Ma è il viaggio più bello che potessi fare.
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