Perché in vacanza tutto sembra più buono?
- Non è stata la mia prima vacanza pugliese e, probabilmente, non sarà l’ultima.
- È successa in spiaggia, davanti a un pasto semplicissimo preparato sul lido.
- In vacanza quel rumore di fondo si abbassa.
- Cerchiamo qualcosa da vivere.
- I sapori acquistano profondità.
- La frisella non arrivava da sola.
- Il cibo resta lo stesso.
- È una forma spontanea di assaporamento, che gli inglesi chiamano savoring.
- La novità.
- Tentiamo di ritrovarli una volta tornati a casa.
- La memoria non conserva i sapori come schede tecniche separate dal resto della vita.
- La libertà.
- In vacanza può diventare il tempo per guardarsi intorno.
- La frisella, la frutta e il pasticciotto diventano così piccoli strumenti di presenza.
Lo ammetto.
Quando devo scegliere un posto dove mangiare parto leggermente avvantaggiata.
Il lavoro che faccio mi permette di chiedere consiglio a colleghi competenti, capaci di indicarmi luoghi nei quali difficilmente potrei sbagliare.
Collaborare per una testata dedicata al cibo offre anche questo privilegio.
Esiste quasi sempre qualcuno al quale chiedere dove mangiare, cosa assaggiare e quale insegna meriti davvero una visita.
Questa estate sono tornata in Puglia.
È una terra che conosco bene.
Non è stata la mia prima vacanza pugliese e, probabilmente, non sarà l’ultima.
La frequento da anni.
Potrei dire da decenni, anche se scritto così comincia a suonare pericolosamente anagrafico.
Ho il mio ristorante del cuore.
So dove cercare il pasticciotto.
Conosco il posto nel quale mangiare un buon rustico leccese.
Spesso sono locali storici, diventati parte dell’identità dei paesi nei quali si trovano.
Le indicazioni ricevute dai miei colleghi hanno reso il viaggio ancora più interessante.
Eppure la cosa che mi ha fatto riflettere non è accaduta davanti a un piatto elaborato.
È successa in spiaggia, davanti a un pasto semplicissimo preparato sul lido.
Una frisella (o fresella) con pomodoro, olio, sale e origano.
In un giorno normale avrei probabilmente osservato gli ingredienti, valutato l’equilibrio e cercato qualche eventuale difetto.
In quel momento, invece, mi sembrava perfetta.
Sentivo il profumo del pomodoro e dell’origano.
Percepivo l’olio che penetrava lentamente nel pane.
Avevo il tempo di osservare i colori e ascoltare il rumore del mare.
Non esisteva la voce che, durante l’anno, accompagna quasi ogni pausa.
Devo finire presto.
Devo tornare al lavoro.
Ho una scadenza.
Devo fare la spesa.
Devo occuparmi di qualcos’altro.
In vacanza quel rumore di fondo si abbassa.
Resta il cibo.
Resta il luogo.
Soprattutto, restiamo noi, finalmente presenti nel momento che stiamo vivendo.
Anche una tagliata di frutta, mangiata sotto l’ombrellone, può sembrare il dessert di un ristorante stellato.
Non perché qualcuno abbia inventato una tecnica rivoluzionaria per tagliare il melone, l’ananas e l’anguria.
Semplicemente, abbiamo il tempo di sentirne la freschezza.
Siamo meno selettivi e forse anche meno severi.
Non cerchiamo necessariamente qualcosa da valutare.
Cerchiamo qualcosa da vivere.
Naturalmente la vacanza non trasforma tutti in creature pacificate.
Esistono persone capaci di litigare anche davanti a un mare perfettamente calmo.
Talvolta sembra che abbiano portato in valigia soprattutto le discussioni rimaste in sospeso durante l’anno.
Per molti di noi, però, accade qualcosa di diverso.
L’assenza delle incombenze quotidiane rende più intensa l’attenzione verso ciò che abbiamo davanti.
Gli odori sembrano più nitidi.
I sapori acquistano profondità.
Un pasto semplice smette di essere una soluzione veloce e diventa parte della giornata.
Quella sensazione non è soltanto una suggestione da ombrellone.
Il gusto non nasce esclusivamente sulla lingua.
Ciò che chiamiamo sapore nasce dall’incontro tra gusto, olfatto, consistenza, temperatura, vista e suono.
Anche l’ambiente nel quale mangiamo contribuisce a costruire l’esperienza.
La luce, i colori, i rumori e perfino il piatto possono modificare il modo in cui giudichiamo un alimento.
Non significa che il contesto possa trasformare qualsiasi pietanza in un capolavoro.
Significa che il cervello non assaggia mai un alimento isolandolo da tutto il resto.
La frisella non arrivava da sola.
Con lei arrivavano il mare, la compagnia giusta, il vento, la luce e il tempo finalmente libero.
Questi elementi non erano soltanto lo sfondo del pasto.
Facevano parte del suo sapore.
Durante l’anno, invece, mangiamo spesso mentre la mente si trova altrove.
Pensiamo all’appuntamento successivo, al telefono che vibra o alla lista delle cose ancora da fare.
Il corpo è seduto a tavola, mentre l’attenzione continua a correre.
In queste condizioni possiamo riconoscere il cibo senza viverlo pienamente.
Sappiamo cosa stiamo mangiando, ma non sempre ci accorgiamo di ciò che stiamo sentendo.
Anche lo stress può modificare il piacere collegato al cibo e la percezione di alcuni sapori.
Gli effetti non sono identici per tutti e dipendono dal tipo di stress, dalla durata e dalle caratteristiche personali.
Alcune ricerche, però, mostrano che tensione ed emozioni possono intervenire sull’esperienza gustativa.
In alcuni esperimenti, lo stress acuto è stato associato a una minore intensità percepita del dolce.
Altri studi hanno osservato che lo stato emotivo può cambiare la piacevolezza attribuita agli alimenti.
Il cibo resta lo stesso.
Cambia la persona che lo incontra.
In vacanza, quando il ritmo rallenta, possiamo dedicare al pasto una risorsa diventata rara.
L’attenzione.
Prestare attenzione non significa analizzare ogni boccone come durante una degustazione tecnica.
Significa esserci.
Sentire l’odore prima di assaggiare.
Accorgersi della consistenza.
Lasciare che un sapore duri qualche secondo prima di pensare a quello successivo.
È una forma spontanea di assaporamento, che gli inglesi chiamano savoring.
Consiste nella capacità di soffermarsi su un’esperienza piacevole e prolungarne mentalmente il valore.
Non riguarda soltanto il cibo.
Riguarda un tramonto, una conversazione, un bagno al mare o una mattina senza sveglia.
Quando siamo meno occupati a gestire il futuro, riusciamo a percepire meglio il presente.
Il viaggio aggiunge poi un altro elemento.
La novità.
In vacanza osserviamo con maggiore curiosità anche ciò che, per chi vive in quel luogo, è completamente ordinario.
Un banco di focacce diventa una scoperta.
Il profumo proveniente da un forno diventa un invito.
Una colazione consumata in una piazza sembra possedere un carattere di piacevolezza che a casa non avrebbe.
La novità risveglia l’attenzione e rende l’esperienza più memorabile.
Non assaggiamo soltanto un alimento.
Assaggiamo il fatto di essere altrove.
Per questo alcuni sapori restano legati a un viaggio in modo quasi inseparabile.
Tentiamo di ritrovarli una volta tornati a casa.
Compriamo lo stesso prodotto.
Cerchiamo la stessa ricetta.
Talvolta portiamo con noi confezioni sufficienti a prolungare simbolicamente la vacanza per qualche giorno.
Eppure, quando li assaggiamo di nuovo, qualcosa sembra mancare.
Non necessariamente perché siano peggiori.
Manca il contesto nel quale li avevamo incontrati.
Manca il tavolino vicino al mare.
Manca la persona che sedeva davanti a noi.
Manca quella particolare versione di noi stessi, temporaneamente libera dalle abitudini quotidiane.
La memoria non conserva i sapori come schede tecniche separate dal resto della vita.
Li lega ai luoghi, alle emozioni e alle persone presenti in quel momento.
Quando ricordiamo una frisella mangiata in spiaggia, non ricordiamo soltanto pomodoro, olio e origano.
Ricordiamo l’odore dell’aria, il rumore delle onde e la sensazione di non dover correre da nessuna parte.
Forse è questa la ragione per cui i sapori delle vacanze diventano così potenti.
Contengono qualcosa che, una volta tornati, desideriamo recuperare insieme al cibo.
Il tempo.
La libertà.
Una leggerezza che non dipende dalle calorie del piatto.
Naturalmente non tutto ciò che mangiamo in viaggio è davvero buono.
La serenità può renderci più indulgenti, ma non compie miracoli gastronomici.
Esistono friselle capaci di resistere anche alla poesia del tramonto.
Tuttavia la disponibilità emotiva cambia il modo in cui affrontiamo perfino le imperfezioni.
Durante l’anno un’attesa può irritarci.
In vacanza può diventare il tempo per guardarsi intorno.
A casa un piatto semplice può sembrarci una rinuncia.
Davanti al mare può apparirci esattamente ciò di cui avevamo bisogno.
Forse in vacanza tutto sembra più buono perché smettiamo, almeno per qualche giorno, di chiedere a ogni esperienza di essere efficiente.
Non mangiamo per chiudere rapidamente una pausa.
Mangiamo per accompagnare il tempo.
Non cerchiamo soltanto di saziarci.
Cerchiamo di restare dentro quel momento ancora un poco.
La frisella, la frutta e il pasticciotto diventano così piccoli strumenti di presenza.
Ci ricordano che il piacere non dipende sempre dalla complessità di ciò che abbiamo davanti.
Dipende anche dallo spazio che riusciamo a concedergli.
Forse, allora, in vacanza il cibo non diventa improvvisamente migliore.
Siamo noi a diventare più disponibili ad ascoltarlo.
E quando torniamo a casa non rimpiangiamo soltanto quel sapore.
Rimpiangiamo la persona che eravamo mentre lo assaggiavamo.
Una persona meno distratta, meno severa e, almeno per qualche giorno, finalmente presente alla vita.
Riferimenti verificati per la redazione
- Velasco C. e altri, “Multisensory Technology for Flavor Augmentation”, Frontiers in Psychology, 2018.
- Seo H.S., “Sensory Nudges: The Influences of Environmental Contexts on Consumers’ Sensory Perception, Emotional Responses, and Behaviors toward Foods and Beverages”, Foods, 2020.
- Hyldelund N.B. e altri, “Is Stress Taking the Pleasure Out of Food?”, Nutrients, 2022.
- al’Absi M. e altri, “Exposure to Acute Stress is Associated with Attenuated Sweet Taste”, Psychophysiology, 2012.
- Kaneko D. e altri, “Emotional State During Tasting Affects Emotional Experience of Food”, Foods, 2020.



