Perché scegliamo sempre gli stessi gusti di gelato?

Perché scegliamo sempre gli stessi gusti di gelato?

Perché scegliamo sempre gli stessi gusti di gelato?

La psicologia della memoria, del gusto Puffo e delle scelte che raccontano chi siamo.

C’è una scena che si ripete ogni estate.

Entriamo in gelateria, ci fermiamo davanti alla vetrina e osserviamo decine di gusti diversi. Ci sono novità, abbinamenti insoliti, creme gourmet, frutti esotici e combinazioni che fino a pochi anni fa non esistevano nemmeno.

Eppure moltissimi di noi finiscono per ordinare sempre gli stessi gusti.

Pistacchio.

Nocciola.

Stracciatella.

Cioccolato.

Limone.

Fragola.

Come se una parte del cervello avesse già deciso prima ancora di arrivare alla cassa.

Ma perché succede? Perché davanti a così tante possibilità scegliamo spesso ciò che conosciamo già? La risposta ha poco a che fare con il gelato e molto con la memoria.

Il gusto come macchina del tempo

Quando pensiamo ai nostri gusti preferiti, siamo convinti di scegliere in base al sapore.

In realtà la scelta è spesso più complessa.

Gli psicologi che studiano la memoria autobiografica spiegano che alcuni alimenti diventano nel tempo dei veri e propri contenitori di ricordi. Non conserviamo soltanto il gusto di un cibo, ma tutto ciò che gli stava intorno: le persone, il luogo, la stagione, le emozioni.

Per questo una coppetta di stracciatella può riportarci a una passeggiata sul lungomare.

Un cono al limone può ricordarci le vacanze da bambini.

Una crema alla nocciola può far riaffiorare pomeriggi che pensavamo dimenticati.

Non ricordiamo soltanto il sapore. Ricordiamo chi eravamo mentre lo stavamo mangiando.

Quando scegliamo un gusto di gelato non scegliamo soltanto un aroma. Molte volte stiamo scegliendo un ricordo.

La rassicurazione delle cose conosciute

C’è poi un altro aspetto. Il cervello ama la novità, ma ama anche la prevedibilità.

Soprattutto quando si tratta di piacere.

Scegliere un gusto che conosciamo significa sapere già cosa aspettarci. Riduce l’incertezza e aumenta la probabilità di soddisfazione.

È un meccanismo che utilizziamo continuamente nella vita quotidiana.

Torniamo nei ristoranti che ci sono piaciuti.

Riguardiamo film che conosciamo già. Ascoltiamo canzoni che sappiamo a memoria. E, diciamolo, c’è perfino chi torna dagli ex.

Il nostro cervello, quando trova qualcosa che gli ha dato sicurezza, ogni tanto ci riprova.

Con il gelato succede qualcosa di molto simile.

A volte non stiamo cercando il gusto migliore. Stiamo cercando quello che ci fa sentire più a casa.

Nel mio caso succede una cosa curiosa.

Per il lavoro che faccio sono quasi obbligata a provare i gusti nuovi.

Ogni volta che entro in una gelateria mi incuriosiscono le proposte stagionali, gli abbinamenti insoliti, gli ingredienti che non ho mai assaggiato.

Mi piace capire come cambia il mondo del cibo e raccontarlo.

Eppure, dopo tutta quella curiosità, finisco quasi sempre per tornare agli stessi due gusti: cioccolato fondente e zuppa inglese.

È come se avessi bisogno di esplorare, ma anche di ritrovare casa. E forse il nostro cervello funziona proprio così: ama la novità, ma conserva sempre un luogo in cui tornare quando cerca qualcosa che conosce e che lo fa sentire bene.

E i bambini? Perché scelgono sempre il gusto Puffo?

Poi basta osservare un bambino davanti alla stessa vetrina per accorgersi che sta succedendo qualcosa di completamente diverso.

Mentre gli adulti sembrano attratti dalla familiarità, i bambini vengono catturati dalla sorpresa. Non chiedono la nocciola. Non chiedono sempre e solo  il fiordilatte.

Vogliono il  gusto Puffo.

Se c’è un gusto che racconta perfettamente il rapporto dei bambini con il gelato, è proprio lui.

Non perché sia necessariamente il più buono. Non perché abbia il sapore più raffinato. Ma perché riesce a fare qualcosa che gli altri gusti non fanno: catturare l’immaginazione prima ancora del palato.

Quando nasce il gusto Puffo?

Molti credono che sia sempre esistito, ma in realtà il gusto Puffo è una creazione relativamente recente.

Comincia a diffondersi nelle gelaterie italiane tra gli anni Ottanta e Novanta, in un periodo in cui il mondo del gelato inizia a rivolgersi sempre di più ai bambini non soltanto attraverso il gusto, ma anche attraverso il gioco, il colore e la fantasia.

Non esiste una ricetta unica.

A seconda delle gelaterie può contenere panna, vaniglia, aromi di frutta o altre combinazioni create dal gelatiere.

La sua caratteristica principale, però, non è mai stata il sapore.

È il colore.

Quel blu acceso e quasi irreale che spicca nella vetrina e che nessun altro gusto riesce a replicare.

Una curiosità: il gusto Puffo non appartiene a nessuno

C’è un aspetto curioso che pochi conoscono.

Nonostante sia uno dei gusti più riconoscibili delle gelaterie italiane, il gusto Puffo non è mai stato davvero codificato né protetto da un marchio unico. A differenza di molte preparazioni, non esiste una ricetta ufficiale e non esiste un disciplinare che stabilisca quali ingredienti debba contenere.

Ogni gelatiere può interpretarlo a modo suo.

Ed è ancora più sorprendente se si pensa che il nome richiama chiaramente i celebri Puffi, i personaggi creati dal fumettista belga Peyo negli anni Cinquanta e diventati famosi in tutto il mondo grazie ai cartoni animati trasmessi tra gli anni Ottanta e Novanta.

Pur evocando quell’immaginario, il gusto Puffo è diventato nel tempo una sorta di patrimonio collettivo delle gelaterie. È uno dei rari casi in cui un prodotto riesce a vivere di vita propria, indipendentemente dal personaggio che lo ha ispirato.

In un’epoca in cui marchi, slogan e perfino espressioni comuni vengono spesso registrati e tutelati, il Puffo continua a esistere come un’idea condivisa e continuamente reinterpretata.

Da dove arriva quel blu così intenso?

Se il sapore cambia da gelateria a gelateria, il colore resta quasi sempre lo stesso.

Quel blu acceso che lo rende immediatamente riconoscibile non esiste naturalmente negli ingredienti che compongono il gelato. Per ottenerlo vengono utilizzati coloranti alimentari, che negli anni sono cambiati seguendo l’evoluzione della normativa e della sensibilità dei consumatori.

Nelle prime versioni il blu era spesso ottenuto attraverso coloranti artificiali. Oggi alcune gelaterie utilizzano pigmenti naturali derivati, per esempio, dalla spirulina blu, dai fiori di Butterfly Pea o da estratti vegetali, anche se il risultato estetico può essere leggermente diverso.

Il punto, però, non è il colore in sé. È ciò che quel colore comunica.

Il blu non richiama un ingrediente preciso. Richiama un personaggio, un ricordo, un mondo immaginario. E forse è proprio per questo che continua a funzionare.

Il cugino americano: il Blue Moon

La storia diventa ancora più interessante se attraversiamo l’oceano.

Molto prima che il gusto Puffo si diffondesse nelle gelaterie italiane, negli Stati Uniti esisteva già un gelato blu chiamato Blue Moon, nato probabilmente tra gli anni Quaranta e Cinquanta nell’area del Midwest americano.

Ancora oggi il Blue Moon è considerato uno dei gusti più iconici di stati come il Wisconsin e il Michigan.

Anche in questo caso non esiste una ricetta univoca. Alcuni lo descrivono come una combinazione di vaniglia, marshmallow e agrumi, altri come un mix che ricorda il chewing gum o i cereali dolci dell’infanzia.

Proprio come il Puffo, il suo successo non deriva tanto dalla precisione del gusto quanto dall’esperienza che riesce a evocare.

Un colore impossibile.

Un sapore difficile da definire.

Una forte associazione con l’infanzia.

In fondo, sia il Puffo italiano sia il Blue Moon americano raccontano la stessa storia: quella di un gelato che non viene scelto per ciò che rappresenta davvero, ma per ciò che fa immaginare.

Il gusto che si mangia prima con gli occhi

A differenza della maggior parte dei gelati tradizionali, il Puffo viene scelto molto prima dell’assaggio.

Il bambino lo vede. Lo riconosce. Lo desidera. E soltanto dopo lo assaggia.

In un certo senso è uno dei primi esempi di cibo costruito attorno all’esperienza visiva prima ancora che a quella gustativa.

Molto prima dei social network, delle torte arcobaleno, della frutta realistica o dei dessert pensati per essere fotografati.

Il Puffo funziona perché promette qualcosa di speciale ancora prima del primo cucchiaino.

Perché il blu ci affascina così tanto?

Da un punto di vista evolutivo il blu è un colore raro nel cibo, perchè è da sempre associato a sostante nocive per il corpo. Esistono frutti rossi, gialli, arancioni e verdi. Ma gli alimenti naturalmente blu sono pochissimi. Per questo il nostro cervello lo percepisce come qualcosa di insolito. Ad un adulto può sembrare artificiale. A  un bambino è quasi magico. È il colore dei cartoni animati, dei personaggi fantastici, delle storie che abitano l’immaginazione. Non rimanda ad un alimento preciso. Comunica gioco.

 I bambini cercano la sorpresa, gli adulti la memoria

Forse la differenza è tutta qui. I bambini hanno un rapporto diverso con il cibo.

Sono più attratti dalla scoperta che dal ricordo (anche perché il loro bagaglio di memoria si sta appena costruendo). Scelgono ciò che non conoscono ancora. Ciò che appare divertente. Ciò che promette un’esperienza.

Gli adulti, invece, spesso fanno il percorso opposto. Con il passare degli anni iniziano a cercare meno la sorpresa e più il significato. Il gelato smette di essere soltanto un gioco. Diventa memoria. Conforto. Una piccola abitudine felice.

Ed è curioso pensare che oggi molti adulti comprino il gusto Puffo ai propri figli proprio perché lo mangiavano da bambini.

Così quel gelato nato come simbolo della novità è diventato, con il tempo, un gusto della nostalgia.

Mi piace pensare che il destino di ogni gusto sia proprio questo. Nascere come sorpresa. E finire per diventare ricordo.

Il gusto che racconta chi siamo

Davanti alla vetrina di una gelateria accade qualcosa di così interessante. Non stiamo scegliendo soltanto un dessert. Stiamo scegliendo una parte di noi, di ciò che siamo stati e di ciò che stiamo diventando. C’è chi continua a inseguire gusti nuovi ogni estate. E chi torna sempre alla stessa coppetta ordinata da vent’anni. Nessuna delle due scelte è più giusta dell’altra. Raccontano semplicemente modi diversi di stare al mondo.

Una coppetta piena di ricordi

La differenza tra un bambino e un adulto davanti a una gelateria è forse tutta qui.

Il bambino cerca ciò che non conosce ancora. L’adulto cerca qualcosa che ha già amato. Uno sceglie la sorpresa, perché ha ancora tutto un mondo da scoprire. L’altro sceglie la memoria, perché sa che alcuni sapori riescono a custodire interi pezzi di vita.

Eppure, in fondo, stanno facendo la stessa cosa. Stanno cercando un piccolo momento di felicità.

Perché il gelato, da sempre, non è soltanto una questione di gusto. È una questione di identità. Ogni coppetta racconta qualcosa di chi siamo stati, di ciò che abbiamo amato e, qualche volta, perfino di ciò che stiamo ancora cercando. Forse è per questo che continuiamo a tornare davanti alla stessa vetrina ogni estate. Non per scegliere un gusto. Ma, inconsapevolmente, per ritrovare una piccola parte di noi.

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Mi chiamo Francesca Pappacena e racconto il cibo da dentro. Ho studiato psicologia, ho fatto l’impiegata in una fabbrica di pomodori, l’addetta stampa in un’agenzia romana, la commessa da Gucci, l’assistente alla poltrona da una ginecologa, la social media manager. In pratica, ho cambiato più ruoli di una posata in una cena di gala. Ma in ognuno ho sempre cercato la stessa cosa: capire come stanno davvero le cose. Ho scritto e fatto editing per BBQ4All, ho solo scritto per Gastronomica-Mente e Il Bugiardino, realtà diverse che mi hanno insegnato molto. Ho fondato “I Segreti di Stilla”, una linea di gin artigianali con tre etichette – Sei Nove, Nove Zero e Zero Sei – con tre caratteri diversi: balsamico, erbaceo e fruttato. Come le persone, ma più trasparenti. Mi occupo di cibo di qualità, diritti umani e cultura agricola. Sto anche dando vita a una realtà che racconti perché le tradizioni contadine non sono folclore, ma radici da difendere (e da viversi lentamente). Dietro la Pappa è il mio spazio di scrittura: un luogo dove racconto storie di cibo, vita vera e lavoro, servite senza fronzoli.
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