Pomodoro cinese e tutela del “Made in Italy”

Pomodoro cinese e tutela del “Made in Italy”

La cucina italian ha ricevuto da qualche giorno il riconoscimento dall’Unesco come patrimonio immateriale.

Eppure ogni giorno alcuni suoi prodotti simbolo vengono continuamente importati e diffusi in maniera fraudolenta.

Il pomodoro italiano è uno dei prodotti più apprezzati sia a livello nazionale che estero e sono i numeri a dimostrarlo: l’Italia è, infatti, il primo Paese al mondo per produzione ed esportazione di pomodori e prodotti da essi derivati.

Proprio per la grande attrattiva che generano, negli anni, si è sentito parlare spesso di pomodori importati dalla Cina e venduti come “Made in Italy”.

Ma si tratta di leggenda o realtà? Lo scopriamo insieme in questo articolo, da leggere fino alla fine per sfatare ogni falso mito.

L’importanza di tutelare il Made in Italy

Il Made in Italy è un vero e proprio marchio di qualità. Sebbene faccia gola a molti, ricordiamo che possiamo parlare di Made in Italy solo ed esclusivamente in riferimento a prodotti o beni fabbricati interamente o prevalentemente in Italia e che sono riconosciuti per la loro eccellenza in termini di qualità, design e tradizione.

Questo vuol dire che non è possibile rivendicare la certificazione Made in Italy per quei beni per i quali una parte rilevante del processo produttivo è stato realizzato all’estero; allo stesso modo, non è possibile apporre in etichetta l’indicazione Made in Italy nel caso in cui l’ultima lavorazione sostanziale del prodotto avvenga in un Paese straniero, anche se la materia prima è di origine italiana.

La normativa internazionale e nazionale volta a tutelare il consumatore rispetto alle false e fallaci indicazioni d’origine ha origini antiche che risalgono all’Accordo di Madrid del 1891, riveduto a Lisbona nel 1958. Regolamentazioni più recenti, invece, sono la Legge 350/2003, modificata dalla legge 166/2009, che introduce la falsa indicazione “100% Made in Italy”.

È proprio la sempre più stretta maglia legislativa a tutelare i consumatori dalla cosiddetta “agropirateria, garantendo sempre prodotti di qualità sul mercato italiano.

Si fa inoltre presente come dal 2018 è entrato formalmente in applicazione il decreto italiano che obbliga a indicare in etichetta l’origine della materia prima. I produttori devono indicare per legge dove il pomodoro viene coltivato, lavorato e quindi trasformato in pelati piuttosto che salsa.

L’Italia importa il pomodoro o lo esporta?

Secondo i dati riportati da Anicav, ossia l’Associazione Nazionale Industriali delle Conserve aderente a Confindustria, le conserve e il concentrato di pomodoro sono un’assoluta eccellenza della produzione agroalimentare italiana e ben il 60% della produzione è destinata all’esportazione.

Queste conserve sono ottenute con pomodori 100% italiani di alta qualità, lavorati entro 24 ore dalla raccolta, garantendo un prodotto sostenibile sia sotto il profilo ambientale e che della sicurezza alimentare.

Quanto pomodoro importiamo dalla Cina?

Ebbene, questo è un falso mito. In Italia non si consuma nessun pomodoro in arrivo dalla Cina: lo garantisce il direttore generale di Anicav, a seguito di un recente scandalo che ha coinvolto alcune navi cinesi attraccate nel porto di Salerno, scaricando ben 40 container di concentrato di pomodoro cinese.

Tuttavia, il direttore spiega che, poiché le conserve italiane lavorano i pomodori raccolti nelle 24 ore precedenti, i tempi non sarebbero mai compatibili con il lungo viaggio che i pomodori cinesi fanno prima di arrivare nel nostro Paese.

Cosa ne facciamo del pomodoro importato dalla Cina?

C’è allora da chiedersi cosa ci faccia in Italia il pomodoro cinese. La verità è che questa materia prima si limita a transitare entro i nostri confini nazionali solo per essere poi esportata verso un paese terzo dell’Unione Europea. Le diffuse preoccupazioni su questo tema sono state originate dallo scandalo “Petti” risalente al 2021, che portò al sequestro di ben 4.000 tonnellate di pomodoro per frode.

Oggi, però, niente “fake in Italy” sul nostro mercato nazionale, che garantisce produzione e trasformazione del pomodoro 100% italiano.

Chi contrasta le frodi alimentari?

Il Dipartimento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF) effettua il controllo agroalimentare sul territorio italiano.

Fra le sue responsabilità troviamo:

prevenzione e repressione delle frodi agroalimentari;

vigilanza sugli organismi di controllo e certificazione di qualità regolamentata (DOP, IGP, Bio);

contrasto dell’irregolare commercializzazione dei prodotti agroalimentari introdotti da Stati membri o Paesi terzi;

Monitoraggio di fenomeni fraudolenti che generano situazioni di concorrenza sleale tra gli operatori e sanzioni per il corretto funzionamento degli accordi interprofessionali.

Come vengono punite le frodi alimentari in Italia?

Il reato di frode alimentare e l’alterazione delle sostanze alimentari che da esso deriva costituisce un grave rischio per la salute pubblica. Per questo motivo, la vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine è punita dall’articolo 516 del Codice Penale nel modo che segue:

“Chiunque pone in vendita o mette altrimenti in commercio come genuine sostanze alimentari non genuine è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino 1.032 euro”.

Avv. Enrico Di Roberti

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Avvocato, papà e amante della pizza e del buon cibo. Dopo aver aperto il suo blog personale si unisce nel 2016 alla squadra di Di Testa e di Gola.
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