Pornassio, terra di Ormeasco

Ormeasco

Pornassio, terra di Ormeasco

La Liguria è un territorio misconosciuto di profumi intensi, colori scoscesi, paesaggi dilanianti, personalità aspre, vini magici.

E poi, per ragioni che poco interessano al lettore, lì ho lasciato il cuore e qualche amico.

Era inevitabile, allora, che questa rubrichetta finisse prima o poi per fermarsi davanti a una bottiglia nata sui tirchi lembi di quella terra.

Nell’entroterra dell’estrema provincia di Imperia, in bilico tra mare e montagna, incastonata tra Francia e Piemonte, c’è una delle enclave viticole più particolari della Liguria e d’Italia.

«Forse il più spettacolare ed originale paesaggio viticolo che abbia mai visto in vita mia», scrisse Mario Soldati.

È l’area della DOC Pornassio, nell’alta valle Arroscia. Non più costa, non ancora territorio alpino.

Una location — cedendo al volgare linguaggio contemporaneo, anglofono ma efficace — che regala una condizione climatica particolare e che, per certi versi, mi ricorda quella di Gioia del Colle (di cui magari parleremo prossimamente): qui si incontrano la corrente mitigatrice del Mar Ligure e le correnti fresche che scendono dal Piemonte.

Escursioni termiche anche importanti, autentica linfa aromatica per le uve.

Come accade ad altri vitigni che, attraversando territori e culture, cambiano nome, così qui il Dolcetto del limitrofo Piemonte diventa Ormeasco.

Non ci si fidi mai troppo delle narrazioni sull’origine dei nomi dei vitigni: spesso sono cespugli di stronzate. Nella fattispecie, però, la spiegazione appare plausibile. Il nome deriverebbe infatti da Ormea, comune piemontese dove il Dolcetto è storicamente diffuso. Ormeasco sarebbe dunque il risultato del viaggio — probabilmente commerciale — di uve, vini e uomini attraverso questi valichi. Una tesi che affonda le radici nella geografia e nei commerci più che nelle fantasiose genealogie di cui il vino è ricco.

Quale che sia l’origine del nome, l’Ormeasco resta un Dolcetto. Vivace, segnato dal marchio dell’allegria violacea ben riconoscibile al bordo del bicchiere. Profondo nel colore, molto personale nel gusto, inconfondibile in quella nota amarognola finale che smentisce il nome stesso del vitigno.

Qui parliamo dell’Ormeasco Superiore di Cascina Nirasca, giovane (vent’anni) e vivacissima realtà produttiva insediata appunto a Nirasca, in piena valle Arroscia.

Cinque ettari: un fazzoletto che, in questa terra ostile coltivata su terrazzamenti sostenuti da muretti a secco, equivale quasi a un latifondo. Poco meno di quarantamila bottiglie all’anno tra Pigato, Vermentino e, naturalmente, Ormeasco.

Rubino profondo, riflessi violacei, come da copione. Profumi intensi di frutta rossa matura, quasi sotto spirito. Rosa, mammole, pizzicottini speziati.

Il sorso è privo di spigolosità, suadente. Si avverte il calore alcolico, torna un’amarena intensa. La rosa accarezza mentre tannini in nuvola mordicchiano le gengive. Se spezie e materie esotiche sono afrodisiache per antonomasia, a prescindere dagli effetti reali sul desiderio, questo finale cacaoso è decisamente afrodisiaco.

Nessuna stonatura. Solo grande piacevolezza, risultato tutt’altro che scontato per un vitigno che sa essere ossuto, spigoloso, agreste.

Un vino per una compagnia matura e consolidata, quando ormai ci si è detti tutto. Per guardarsi continuando a parlare, ma con il disincanto di chi non ha più nulla da dimostrare.

Abbinamenti? L’ottimo Marco Temesio, uno dei due soci dell’azienda, o chi per lui, scrive sul sito: piatti della tradizione ligure, piatti ricchi e strutturati, formaggi stagionati o a pasta molle.

Noi ci abbiamo accompagnato chiacchiere di architettura da strapazzo, discussioni aspre su economia circolare e capitalismo e, per finire, baccalà in umido, alla napoletana: prima fritto e poi ripassato nella salsa di pomodoro (nella fattispecie, e lo si dice giacché non indifferente dettaglio, ottenuta da pelati frullati).

Eccellente.

Cascina Nirasca

Vai delle Alpi, 3

Pieve di Teco (IM)

https://www.cascinanirasca.org/

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Zang tumb tumb è il rumore del suo passo, del suo cuore e della sua mente. Giornalista, commercialista e docente, ha collaborato con diverse testate giornalistiche (Roma, Sannio quotidiano, giancristianodesiderio.com, Sonar Magazine), scrivendo di enogastronomia, cultura e paesaggi umani. Nel 2019 è stato premiato dal Centro Pannunzio di Torino come finalista del Premio Mario Soldati, sezione enogastronomia, per un articolo sui vini delle Cinque Terre. Nel 2021 ha pubblicato L'ingordo. La gola, il vino, le donne, il piacere e il dolore della forchetta. Ha un blog (www.ilgourman.it) su cui scrive saltuariamente storie ispirate alla sua relazione segreta e pubblica con Irene. È un lettore accanito, cinefilo indefesso e animatore di convivi. Vive con tre donne: Marina, Anna Stella e Marialaura. Insomma, fa… tante cose. Ma tutte con gusto.
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