Qualcuno salvi le pizzerie

Giustino Catalano

Qualcuno salvi le pizzerie

Il comparto delle pizzerie italiane, da sempre simbolo di convivialità e accessibilità, sta vivendo una crisi silenziosa e strutturale che mette in discussione il mito della “pizza per tutti”.

Negli ultimi anni, un boom di aperture ha invaso città e province: secondo i dati aggiornati, si contano quasi 89.000 pizzerie attive, con una crescita del 25% sul 2023 e una concorrenza mai così serrata.

Tuttavia, dietro la vetrina dell’espansione si cela la fragilità di un modello che fatica a restare sostenibile.​

L’incremento dei costi delle materie prime, l’aumento delle utenze, il carico fiscale e la difficoltà nel reperire personale qualificato stanno erodendo progressivamente i già ridotti margini di guadagno.

Il prezzo medio di una pizza Margherita nelle principali città ha superato i 7-9 euro, rendendo il “ridotto” – la pizza più piccola ed economica – meno accessibile a fasce ampie di popolazione, soprattutto giovani, famiglie con bambini, studenti e lavoratori.

L’inflazione, la stagnazione dei salari e il calo del potere d’acquisto stanno incidendo sulle abitudini di consumo; per molti la pizza non è più alla portata di tutte le tasche.​

La narrazione da parte degli operatori spesso racconta un settore vivace e ricco di opportunità.

La realtà è diversa: secondo la FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi), a fronte di molte nuove aperture si registra un saldo negativo delle imprese, con oltre 18.000 chiusure nel 2024 e tassi di sopravvivenza bassissimi – solo la metà delle pizzerie resta aperta dopo cinque anni.

Solo una minoranza riesce a prosperare, spesso grazie a format fortemente scalabili, una nicchia gourmet o la diversificazione su delivery e franchising.​

Inoltre, il proliferare di locali che si presentano come gourmet o “fine dining” – con pizze elaborate, impasti speciali, topping premium e prezzi ben sopra i 14-15 euro – ha allontanato parte dell’utenza tradizionale attratta da format popolari, pizzerie al taglio o proposte innovative ma più smart.

Il rischio è che la pizza, da cibo democratico, si trasformi in un prodotto d’élite relegando fuori dal mercato le imprese minori incapaci di sostenere i rincari o di differenziarsi davvero.

La sovraofferta genera una giungla dove la guerra sui prezzi rende ancora più difficile raggiungere la sostenibilità economica e alimenta il fenomeno dell’indebitamento o, peggio, della chiusura.​

In realtà, il segmento pizzeria vive una polarizzazione: pochi giganti, grandi marchi, franchising e “unicorni” del gourmet prosperano, mentre la maggioranza fatica a realizzare utili reali.

Il racconto ottimistico serve a camuffare una crisi ormai cronica, dove, salvo rare eccezioni, la marginalità è all’osso e la stabilità del settore viene messa a dura prova da un mercato in permanente fibrillazione.​

Il futuro?

Rischia di essere segnato dalla fuga del consumatore verso alternative più popolari, innovative ma accessibili, dallo street food alla pizza a portafoglio, dall’asporto low-cost alle proposte di cucina etnica.

La pizza fine dining, pur premiata dalla critica e dalla ristorazione glamour, rischia di diventare un fenomeno di nicchia.

Solo chi saprà ridisegnare processi, menù e identità senza perdere la propria anima o alienare la clientela tradizionale riuscirà a sopravvivere in uno scenario dinamico e profondamente mutevole.

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Di formazione classica sono approdato al cibo per testa e per gola sin dall’infanzia. Un giorno, poi, a diciannove anni è scattata una molla improvvisa e mi sono ritrovato sempre con maggior impegno a provare prodotti, ad approfondire argomenti e categorie merceologiche, a conoscere produttori e ristoratori. Da questo mondo ho appreso molte cose ma più di ogni altra che esiste il cibo di qualità e il cibo spazzatura e che il secondo spesso si mistifica fin troppo bene nel primo. Infinitamente curioso cerco sempre qualcosa che mi dia quell’emozione che il cibo dovrebbe dare ad ognuno di noi, quel concetto o idea che dovrebbe essere ben leggibile dietro ogni piatto, quella produzione ormai dimenticata o sconosciuta. Quando ho immaginato questo sito non l’ho pensato per soddisfare un mio desiderio di visibilità ma per creare un contenitore di idee dove tutti coloro che avevano piacere di parteciparvi potessero apportare, secondo le proprie possibilità e conoscenze, un contributo alla conoscenza del cibo. Spero di esservi riuscito. Il mio è un viaggio continuo che ho consapevolezza non terminerà mai. Ma è il viaggio più bello che potessi fare.
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