Quel salmone grigio e senza striature.
- Le testimonianze e le indagini rivelano scenari preoccupanti negli allevamenti di salmone convenzionali.
- Per contrastare queste infestazioni, si ricorre all’uso massiccio di sostanze chimiche, con centinaia di migliaia di litri riversati in acqua.
- Milioni di salmoni morti finiscono accatastati e sepolti in “fosse comuni”, un’immagine che ricorda più una discarica.
- Tuttavia, le ONG ribadiscono che numeri così elevati di decessi prematuri sono chiaramente correlati al proliferare di parassiti e malattie negli allevamenti intensivi scozzesi.
- I dati pubblici del Fish Health Inspectorate del 2020 indicano che ben il 64% dei casi di morte registrati nel 2019 dipendeva da malattie e dai trattamenti sanitari effettuati.
- Una delle maggiori contraddizioni degli allevamenti intensivi riguarda l’alimentazione dei salmoni.
- Negli allevamenti intensivi, dove la dieta è controllata e priva di questi elementi, la carne del salmone sarebbe naturalmente grigiastra o bianca.
- L’impatto ambientale degli allevamenti di salmone è un’ulteriore preoccupazione.
- Di fronte a queste criticità, come può il consumatore scegliere un salmone di qualità e allevato in modo responsabile?
Un tempo, l’espressione “sano come un pesce” evocava un’immagine di benessere e purezza.
Oggi, però, questa convinzione è messa in crisi non solo dall’inquinamento dei mari, ma anche e sempre più dalle pratiche intensive negli allevamenti ittici, in particolare quelli del salmone, un alimento molto amato dai consumatori.
Diverse associazioni lanciano l’allarme: le condizioni in cui vengono allevati questi pesci mettono a rischio la salute umana e l’ambiente, sollevando importanti criticità.
Le testimonianze e le indagini rivelano scenari preoccupanti negli allevamenti di salmone convenzionali.
L’attivista Don Staniford, dell’associazione Scottish Salmon Watch, denuncia un sovraffollamento estremo: “In una vasca da 30 metri di diametro possono essere rinchiusi fino a 100mila esemplari”.
Questa densità è insostenibile per pesci abituati a vasti spazi e li costringe a vivere compressi, quasi senza potersi muovere.
Tali condizioni favoriscono il proliferare di malattie e parassiti.
Tra i più temuti ci sono i pidocchi di mare, che letteralmente divorano i salmoni ancora vivi.
Per contrastare queste infestazioni, si ricorre all’uso massiccio di sostanze chimiche, con centinaia di migliaia di litri riversati in acqua.
Questo approccio non solo compromette il benessere animale, ma ha anche un impatto devastante sull’ambiente marino circostante.
Un rapporto congiunto di Compassion in World Farming (Ciwf) e OneKind, due autorevoli organizzazioni non governative, evidenzia “gravissime violazioni del benessere animale” nella quasi totalità degli allevamenti scozzesi.
Le criticità non si limitano alle condizioni di vita, ma si estendono anche al momento della macellazione, con metodi brutali che prevedono pesci uccisi con ripetute martellate e il taglio delle branchie quando sono ancora vivi.
Le statistiche diffuse dalla ONG Ciwf sono allarmanti: ogni anno, circa il 28,2% dei salmoni inseriti nelle “gabbie d’acqua” muore a causa delle condizioni di allevamento.
Di fronte a una percentuale di mortalità così elevata (un salmone su quattro non sopravvive al periodo di ingrasso), Ciwf ha chiesto un’immediata moratoria per bloccare l’espansione di tali pratiche.
Milioni di salmoni morti finiscono accatastati e sepolti in “fosse comuni”, un’immagine che ricorda più una discarica.
Indagini internazionali, come quella pubblicata dall’organo di informazione scozzese The Ferret, hanno svelato che “tra i 4,4 e gli 8,9 milioni di salmoni sono stati inceneriti, sepolti o mandati in discarica nel 2020″.
L’industria scozzese del salmone ha giustificato questa pratica affermando che le carcasse vengono gestite nel rispetto delle normative e che si sta lavorando per attivare forme di economia circolare.
Tuttavia, le ONG ribadiscono che numeri così elevati di decessi prematuri sono chiaramente correlati al proliferare di parassiti e malattie negli allevamenti intensivi scozzesi.
Le malattie più comuni che affliggono i salmoni negli allevamenti includono la malattia nodulare branchiale (Agd), l’anemia infettiva del salmone (Isa), la cardiomiopatia (Cms) e la pancreatite (Pd).
I dati pubblici del Fish Health Inspectorate del 2020 indicano che ben il 64% dei casi di morte registrati nel 2019 dipendeva da malattie e dai trattamenti sanitari effettuati.
Mentre il dibattito su questi dati è acceso in Europa, un paese ha già preso una posizione drastica.
Il 1° luglio 2025, l’Argentina, e in particolare i legislatori della Terra del Fuoco, ha votato all’unanimità una nuova legge che vieta ufficialmente l’industria degli allevamenti di salmoni in tutta la regione, diventando il primo paese al mondo a farlo.

Una delle maggiori contraddizioni degli allevamenti intensivi riguarda l’alimentazione dei salmoni.
Per nutrirli, si impiega una quota significativa di pesce selvatico, principalmente pesce azzurro.
Questo comporta la sottrazione di quasi un quinto del pescato selvatico annuale mondiale (circa 18 milioni di tonnellate all’anno), di cui circa il 70% viene destinato alla produzione di mangimi (farine e olio di pesce) per gli allevamenti, compresi quelli di salmone.
Questo solleva seri interrogativi sulla sostenibilità delle risorse ittiche globali.
Un altro aspetto critico è la colorazione delle carni.
Il salmone selvatico deve la sua colorazione rosa-arancio ai carotenoidi (principalmente astaxantina) presenti nella sua dieta naturale, che include crostacei e alghe.
Negli allevamenti intensivi, dove la dieta è controllata e priva di questi elementi, la carne del salmone sarebbe naturalmente grigiastra o bianca.
Per ottenere la tonalità rosata che i consumatori si aspettano, si aggiungono ai mangimi pigmenti sintetici, come la cantaxantina e l’astaxantina di origine sintetica.
Sebbene l’astaxantina sia un potente antiossidante, quella di sintesi solleva dubbi sulla sua sicurezza e sull’accumulo nel pesce, con potenziali rischi per la salute umana, in particolare per il fegato, se consumata in quantità elevate.
L’impatto ambientale degli allevamenti di salmone è un’ulteriore preoccupazione.
I rifiuti organici e chimici prodotti possono uccidere la vita marina sul fondo del mare, deteriorare la qualità dell’acqua e favorire la formazione di fioriture algali dannose.
Medicinali e sostanze chimiche, come antibiotici e insetticidi, rilasciati nell’ambiente, sono noti per essere tossici per pesci, altri organismi marini, uccelli e mammiferi.
Come sottolinea Andrea Miccoli, professore di Biotecnologie animali all’università di Viterbo, “i danni più ingenti sono per l’ecosistema circostante”, evidenziando la necessità di soluzioni più sostenibili.

Di fronte a queste criticità, come può il consumatore scegliere un salmone di qualità e allevato in modo responsabile?
- L’Esame Visivo e Tattile del Filetto:
- Consistenza: Premendo la carne del filetto con un dito, in un salmone di qualità (o selvaggio) l’impronta tornerà indietro rapidamente. In un salmone proveniente da allevamento intensivo e con eccesso di grasso, l’impronta tende a rimanere.
- Striature di grasso: La carne di un salmone da allevamento intensivo spesso presenta striature bianche di grasso lungo tutto il filetto, più marcate rispetto a quelle di un salmone cresciuto con maggiore libertà di movimento e una dieta più equilibrata.
- Colore: Un colore rosa troppo acceso o innaturale può essere un indicatore dell’uso di coloranti nei mangimi. Il salmone selvatico ha una tonalità più naturale e variabile, talvolta rosa molto tenue e quasi impercettibile.
- L’Alternativa dell’Allevamento “Distensivo” e Biologico: Non tutti gli allevamenti operano con metodi critici. Esiste l’alternativa dell’allevamento “distensivo” o biologico, dove gli animali godono di maggiore libertà di movimento, sono nutriti con mangimi naturali e non vengono usate sostanze chimiche, coloranti o antibiotici. L’acqua di questi allevamenti è mantenuta più pulita, garantendo un ambiente più sano per i pesci.
- Le Certificazioni Affidabili: La certificazione è lo strumento più affidabile per garantire la provenienza e le modalità di allevamento sostenibili:
- ASC (Aquaculture Stewardship Council): Considerato uno degli standard ambientali e sociali più rigorosi per l’acquacoltura responsabile globale. La certificazione ASC garantisce che i pesci siano nutriti con mangimi sostenibili, protetti dalle malattie con un uso minimo o nullo di sostanze chimiche e antibiotici, e che l’impatto ambientale dell’allevamento sia ridotto al minimo. Scegliere prodotti certificati ASC supporta anche la disponibilità delle risorse ittiche future. Mowi Scotland, un importante produttore, sta avanzando verso il suo obiettivo di raggiungere il 100% di allevamenti certificati ASC a livello globale, con otto dei suoi allevamenti scozzesi in mare e in acqua dolce già certificati. Gli standard ASC sono nati dagli “Aquaculture Dialogues” promossi dal WWF USA.
- Friend of the Sea: Questa certificazione copre sia la pesca che l’allevamento, attestando pratiche sostenibili che rispettano gli ecosistemi marini e le risorse.
- Certificazioni Biologiche (ad es. Euro-foglia): Il salmone biologico, disciplinato da normative europee, impone limiti stringenti sulla densità degli allevamenti, sull’uso di mangimi biologici (con una percentuale minima di farine di pesce da scarti sostenibili), e vieta l’uso di antibiotici e ormoni della crescita. Anche la colorazione artificiale è proibita, garantendo un colore più naturale.
La lezione da imparare, come suggerisce il professor Miccoli, è quella di percorrere soluzioni più sostenibili per la salute del nostro organismo e della natura.
Le tecnologie per un allevamento responsabile esistono, e alcuni operatori stanno già applicandole, offrendo ai consumatori la possibilità di fare scelte più consapevoli e di supportare un futuro più etico e sostenibile per l’acquacoltura.



