Ristorante Limu

Ristorante Limu
Una Stella Michelin
Cena del 29 Maggio 2026
A una quindicina di chilometri da Palermo, lungo la costa che piega dolcemente verso il Golfo di Termini Imerese, sorge Bagheria, una città che porta con sé due anime.

La prima è quella della bellezza barocca delle sue ville settecentesche.

Costruite dall’aristocrazia palermitana come residenze estive oggi sono testimonianze imponenti di uno splendore che fu.
La seconda è quella della leggenda oscura che le ruota attorno, alimentata soprattutto dalla celebre Villa Palagonia, detta la “Villa dei mostri” per le bizzarre statue grottesche che popolano il suo perimetro.
Un luogo che ha affascinato Goethe, Brydone e generazioni di viaggiatori del Grand Tour.
È in questa città, colta e popolare allo stesso tempo, che nel settembre 2021 Nino Ferreri sceglie di tornare, di piantare radici e di aprire il ristorante di una vita.
Non a Palermo, dove la scena gastronomica era già affollata e competitiva, non altrove ma a Bagheria.
A pochi metri dall’Arco della Santissima Trinità, conosciuto anche come Arco del Padre Eterno, nel cuore di una città che conosce a memoria, e che da subito diventa il soggetto principale della sua cucina.

LIMU si trova all’interno di uno dei luoghi storici più suggestivi di Bagheria.

La Torre Ferrante, costruita nel 1565 come parte del sistema difensivo cittadino, una delle sette torri di guardia erette nel Cinquecento per proteggere il territorio dagli attacchi dal mare.
Un edificio antico, stratificato, che porta ancora nel tufo le tracce di secoli di storia siciliana.
Il nome scelto da Nino Ferreri per il suo ristorante non è casuale né decorativo.
Līmū è il termine dialettale siciliano per indicare il limone, il frutto per eccellenza dell’isola, uno degli ingredienti più amati dallo chef che ne ha fatto un filo rosso della propria cucina ma il termine ha radici ancora più profonde.
Deriva dal persiano e testimonia, nella sua stessa etimologia, il retaggio storico di questa terra di conquista che nei secoli è passata dal dominio greco a quello arabo, normanno e spagnolo, un palinsesto di civiltà che si legge ancora oggi nel paesaggio, nell’architettura e nel cibo.

Chiamare il proprio ristorante Līmū è dunque un atto di orgoglio identitario.

Rivendicare le radici di una Sicilia stratificata, acida e luminosa al tempo stesso, come il frutto che le dà il nome.
Appena passato l’ingresso del Ristorante resto sorpreso dalla bellezza e dalla cura con cui sono stati realizzati gli interni.
La Torre Ferrante è stata restaurata con rispetto e intelligenza, lasciando che la pietra di tufo d’Aspra, quella tipica dell’edificio storico, porosa e dorata, restasse protagonista degli ambienti, fondendosi con il concept elegante e sobrio degli arredi contemporanei.
L’effetto è quello di un contrasto riuscito.
La rugosità antica della pietra e la pulizia minimale del design moderno si parlano senza sovrastarsi.

Il ristorante si sviluppa su due piani.

Al piano terra si trovano il cocktail bar e alcuni tavoli mentre al piano superiore, cui si accede attraverso una piccola scala, la sala principale, dove una volta un vecchio camino funge da cantinetta per la selezione dei vini.
Le volte basse e il tufo alle pareti creano un’atmosfera raccolta e quasi intima, molto lontana dalla pomposità che certi luoghi storici tendono a imporre.
In sala, il servizio è affidato a Giandomenico Gambino, classe 1990, amico d’infanzia di Nino, entrambi originari di Trabia, il piccolo paese lungo la costa palermitana dove sono cresciuti insieme, con un curriculum maturato nella ristorazione stellata milanese e negli eventi in Sicilia.
Ad accogliere gli ospiti c’è anche Maria Grazia, moglie di Nino e padrona di casa nel senso più autentico del termine, che cura l’accoglienza e la gestione del progetto imprenditoriale con la stessa cura con cui Nino gestisce la cucina.
Antonino Ferreri, Nino per tutti, si forma all’Istituto Alberghiero Pietro Piazza di Palermo, e già dai primi anni scolastici ha la fortuna di affiancarsi a maestri del panorama palermitano che accelerano il suo processo di crescita.
Ma è fuori dalla Sicilia che Nino costruisce la propria identità culinaria, attraverso un percorso europeo lungo e articolato.
Dopo il diploma inizia a farsi le ossa nelle brigate di grandi maestri: prima I Frati Rossi di Porto Cervo, poi le tappe in Belgio, e infine Milano Marittima, nelle cucine del Palace Hotel a fianco degli chef Mario Beccari e Roberto Scarpelli.

È qui che incontra per la prima volta Felix Lo Basso, colui che considera il suo vero mentore.

Un incontro che segnerà in modo determinante la traiettoria del suo percorso professionale.
Affascinato dalla cucina francese, decide di spingersi oltre i confini italiani per continuare ad imparare.
Due anni al ristorante stellato La Table d’Adrien a Verbier, nella Svizzera francese, all’interno dell’Hotel Chalet d’Adrien.
Qui lavora su una cucina con basi francesi e influenze italiane, scoprendo nuove tecniche e sperimentando lavorazioni che lasciano, nelle sue stesse parole, “una traccia indelebile” nel cuore professionale.
Completata l’esperienza svizzera, il richiamo di Felix Lo Basso è più forte di qualsiasi altra opportunità.
Nino si trasferisce a Milano da Unico, dove Lo Basso lo vuole come sous-chef, ruolo che nel tempo cresce fino a quello di Executive Chef.

Il 14 settembre 2021 apre Līmū a Bagheria.

Poco più di un anno dopo, nel novembre 2022, arriva la stella Michelin.
Un riconoscimento straordinario per un ristorante così giovane, che porta l’alta cucina della provincia palermitana a un nuovo livello di visibilità internazionale.
La cucina di Nino Ferreri si regge su quattro pilastri fondamentali “Tradizione, Territorio, Tecnica e Talento”.
La tradizione gastronomica siciliana come punto di partenza irrinunciabile.
Il territorio, inteso come filiera corta, piccoli fornitori artigianali, biodiversità locale, come bussola per gli acquisti.
La tecnica affinata negli anni europei come strumento, mai come fine.
Il talento come elemento personale che tiene insieme tutto il resto.
È una cucina golosa e al tempo stesso elegante, sobria nel numero degli ingredienti e nella tecnica di lavorazione, fresca e concreta, rispettosa della materia prima con quasi scientifica devozione.
La carta dei vini, curata da Giandomenico Gambino, privilegia i vitigni autoctoni siciliani ma non rinuncia a espressioni enologiche dal resto d’Italia e del mondo, con qualche piccola grande chicca di una Sicilia che tanto sta regalando nel settore.

La cena.

Ci accomodiamo nella sala principale e partiamo con uno Champagne Selection 1er Cru Extra Brut di Marc Hebrart e la consueta serie di canapè di benvenuto.
Cannoli croccanti ripieni di zucchine alla scapece, zucchine fritte, menta e un croccante alla cicoria.
Cannoli croccanti ripieni di zucchine alla scapece, zucchine fritte, menta e un croccante alla cicoria
 Tartellette con una sfera al pesce azzurro e salsa al basilico e aringa affumicata.
Tartellette con una sfera al pesce azzurro e salsa al basilico e aringa affumicata
 Una versione dello chef del “pane e mortadella”, del pane con cacao e tartufo con una mousse di mortadella e cantalupo marinato, delle crespelle di caciocavallo con un gel all’aceto e origano.
pane e mortadella
Bignè ripieni di una crema di patate e polvere di pomodoro.
Bignè ripieni di una crema di patate e polvere di pomodoro
Ed infine una divertente zuppa di cozze “liquida”.
Bello e variegato il servizio pane dove abbiamo anche un simpatico finto pomodoro che è in realtà burro di Normandia con un concentrato di pomodoro siccagno.

Gli antipasti.

Prima vera portata del menù il bellissimo piatto “Seppia e piselli”.
Un gazpacho realizzato con piselli, sedano e aceto di champagne, salsa alle acciughe, tartare di seppia a crudo, gel di piselli e caviale Calvisius.
In un side abbiamo una seppia cotta alla brace con le sue uova e i tentacoli, spuma di patate, nero di seppia, polvere e germogli di piselli.
seppia cotta alla brace con le sue uova e i tentacoli, spuma di patate, nero di seppia, polvere e germogli di piselli
Ad accompagnare questo inizio Giandomenico sceglie due vini di Florio, il suo celebre Marsala Superiore Riserva Semisecco 2014 e il suo Vino Bianco.
Portata successiva il “Surrol”, un gioco di parole che richiama il celebre lobster roll ma qui utilizziamo il suro detto anche Sugarello.
Surrol
Marinato come si fa con le alici, olio, aceto e limone su di una pane in cassetta fatto in casa, una maionese realizzata con gli scarti di lavorazione dello stesso pesce, cipolla marinata e misticanza.
Portata goduriosa.

Non da meno il successivo

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Altro piatto che conferma l’alto gusto estetico dello Chef.

Con un ottimo Timorasso, 2023, “Derthona” di Borgogno passiamo ad un signature dello Chef.

Cicale, cicale, cicale”, un riso carnaroli cotto con brodo di cicale di mare, mantecato con un burro al limone, delle salse di aglio nero, ricci e prezzemolo, del prezzemolo riccio e delle cicale di mare a crudo. Leggermente più fredde danno un piacevole gioco di consistenze e temperatura.
Piatto fantastico.
A seguire dei taglioni all’uovo, mantecati con burro ai gamberi secchi, al di sopra gamberi rosa di Sciacca e una salsa al pepe nero.
In pairing con Outis Nessuno, 2022, vino bianco siciliano del produttore Vini Biondi.
Assaggiamo un’altro signature dello Chef.
Il “pesce in crosta”, un filetto di sgombro avvolto in una foglia di porro cotto all’interno di una camicia di sale nero, cipollotto cotto alla brace, una beurre blanc e caviale.
Saint-Estèphe Grand Vin, 2021 dello Château de Pez per una bellissima sella d’agnello.
Maturata per circa un mese cotta alla brace con il suo fondo montato alla senape, millefoglie di patate con fave fresche, carciofo cotto alla brace e poi fritto.
Come contorno una piccola crepinette d’agnello e infine un panino soffiato farcito con ragù di agnello.

Il dolce.

La parte dolce del menu parte con una ricotta di capra al naturale, gelato di pera e zafferano, pere maturate al rum e menta fresca.
ricotta di capra al naturale, gelato di pera e zafferano, pere maturate al rum e menta fresca
E a seguire un dessert che lo Chef, riprendendo un detto locale, chiama “Con il tempo e con la paglia maturano le nespole
Con il tempo e con la paglia maturano le nespole
Abbiamo una salsa di nespole, crema, meringa e gelato al limone, al di sopra una finta paglia realizzata con pasta kataifi zuccherata e poi fritta.
Il tutto accompagnato da un ottimo Riesling Beerenauslese 2018 di Dr. Loosen.
Riesling Beerenauslese 2018 di Dr. Loosen
Ci spostiamo in cucina per la piccola pasticceria.
Qui con un piacevolissimo amaro aromatico, Zagara Amaricante prodotto da Sciatrièmatri, concludiamo una fantastica cena, che mi ha sorpreso per gusto ed eleganza.

Ci sono chef che fuggono dalla propria terra e non ci tornano più e chef che ci tornano portando con sé tutto ciò che hanno imparato altrove.

Nino Ferreri appartiene alla seconda categoria.
Uno Chef che ha scelto di scavare, di andare più a fondo di quanto chiunque si aspettasse, risalendo lungo le radici di una cultura gastronomica popolare che molti consideravano troppo umile per meritare un tavolo stellato.
I babbaluci, i tenerumi, la cucuzza, il cetriolo battaglione: ingredienti del mercato quotidiano di Palermo, della spesa del lunedì mattina, dell’estate in terrazza.
Ferreri li ha messi sotto una luce diversa senza snaturarli, lasciando che raccontassero ancora la stessa storia, solo con una voce più precisa, più consapevole, più libera.
Nino Ferreri ed io
La Torre Ferrante del 1565 regge questo racconto con la silenziosa autorevolezza di chi ha visto passare cinque secoli di Sicilia.
E Nino, dentro quelle mura di tufo, sembra essere esattamente al posto giusto.
Come se tutto il percorso europeo, fosse stato necessario non per diventare qualcun altro, ma per imparare a tornare a casa nel modo più vero possibile.
Un luogo dove tornerò più che volentieri.
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Ingegnere pugliese, nato a Foggia nel 1971, con oltre vent’anni di esperienza nel settore Qualità, maturata tra automotive e aerospazio, oggi responsabile del collaudo di linea per diversi programmi aeronautici nello stabilimento Leonardo Aeronautica di Foggia. Insomma, la precisione fa parte del mio DNA… ma accanto alla mia anima tecnica, pulsa fortissima una passione creativa che non ha mai smesso di cercare bellezza. Amo l’arte, il design, la moda, la musica, la pittura ma soprattutto, da anni coltivo un amore profondo e insaziabile per l’enogastronomia. Mi piace raccontarla come la vivo: con curiosità, entusiasmo e meraviglia, andando alla scoperta di territori, tavole, persone e storie che sanno emozionare. Giro l’Italia e l’Europa con la forchetta in una mano e la penna (o lo smartphone) nell’altra, convinto che dietro ogni piatto ben fatto si nasconda un mondo da scoprire. Scrivere di cibo, vino e luoghi è per me un modo per condividere esperienze con amici, colleghi e chiunque ne abbia interesse, esperienze che, oltre a deliziare il palato, arricchiscono l’animo umano. Perché, alla fine, il buono e il bello camminano spesso insieme. E io cerco di seguirli, con fame di vita e occhi sempre pronti a stupirsi.
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