Sa Tàgula o Su Arre

Sa Tàgula o Su Arre

Sa Tàgula: l’antica polenta barbaricina

Ci sono piatti che non appartengono soltanto alla cucina: sono frammenti di memoria, gesti che attraversano i secoli, sapienze che resistono.

Sa Tàgula, conosciuta anche come su arre, è uno di questi tesori.

Si tratta di una polenta primordiale, poverissima e quasi scomparsa, che nasce nella Barbagia come espressione perfetta della filosofia del “non si butta via nulla”.

Si prepara cuocendo la semola di grano duro direttamente nel siero caldo avanzato dalla lavorazione del formaggio, arricchita a fine cottura con pezzetti di formaggio fresco rendendola filante, morbida, confortante.

Una pietanza che racconta la Sardegna più interna, quella dei pastori, delle donne che impastavano pane d’orzo e trasformavano ogni avanzo in nutrimento.

Grazia Deledda, il sapore delle origini

Grazia Deledda, il sapore delle origini

Non sorprende che su arre compaia più volte negli scritti di Grazia Deledda.

La scrittrice nuorese, attenta osservatrice della vita quotidiana, cita questa antica polenta nei Racconti sardi e nel saggio Tradizioni popolari di Nuoro dove descrive pietanze che oggi rischiano di scomparire.

L’opera nacque a puntate tra il 1893 e il 1895 sulla “Rivista delle tradizioni popolari italiane” di Angelo de Gubernatis. La prima edizione in volume fu pubblicata dall’editore Forzani di Roma nel 1895.

 “Grazia Deledda e il cibo.” 

“Grazia Deledda e il cibo” opera di Giovanni Fancello e Sara Chessa

Da Omero ai giorni nostri (Arkadia): l’ opera  scritta da Giovanni Fancello e Sara Chessa, restituisce piena dignità gastronomica a queste testimonianze.

Giovanni Fancello -studioso della storia della cucina sarda, giornalista, autore, gastronomo, prefetto per la Sardegna per l’Accademia Italiana di Gastronomia Storica AIGS, autore di “Taccuini Storici”, è stato ispettore per la guida nazionale ristoranti de “L’Espresso” e collaboratore del quotidiano “La Nuova Sardegna”- racconta come Grazia  Deledda anticipi, già prima del 1909, i temi della gastronomia italiana parlando di grano, farina, pane, pasta, e di come il cibo diventi identità.

Nelle sue opere,Grazia  Deledda non si pone nella veste di una cuoca, ma  di una conoscitrice profonda della cucina.

L’autrice descrive ricette, tecniche, ingredienti, spesso ignorati dalla gastronomia ufficiale.

È grazie a queste pagine che possiamo ricostruire la quotidianità alimentare dei sardi, fatta di orzo, erbe spontanee, pane scuro, cagliate, piatti poveri ma densi di significato.

La cucina “arcigna e sconosciuta”

Federico Lai prepara su arre durante Cortes Apertas ad Oliena

Giovanni Fancello ricorda come, fino al 1909, la cucina sarda fosse definita “arcigna e sconosciuta”.

Una definizione riportata dallo studioso Nicola Perullo, che cita La nuova cucina delle specialità regionali di Vittorio Agnetti: un testo che, per la prima volta, include sei ricette della tradizione sarda.

La Sardegna era considerata lontana, misteriosa, quasi indecifrabile.

Eppure, proprio in questa “arcigna” essenzialità si nascondeva un patrimonio gastronomico unico, fatto di cereali antichi, erbe spontanee, tecniche di cottura arcaiche.

Su arre ne è un esempio perfetto.

Federico Lai: il giovane chef che ha riportato alla vita su arre

Federico Lai: lo chef che ha riportato alla vita su arre

A Oliena, nel cuore della Barbagia, un giovane chef e biologo sta riportando alla luce questa polenta ancestrale.

Federico Lai, 25 anni, vive a Urbino per completare gli studi in biologia, ma il suo cuore resta legato alle tradizioni del suo paese.

Il suo su arre è un piatto che gli è stato insegnato dalla nonna Pietrina Piga e da Francesco Ignazio Fronteddu, 101 anni.

Durante “Cortes Apertas”, manifestazione itinerante che si tiene in Sardegna tra i mesi di settembre e dicembre, durante la quale i paesi della regione aprono al pubblico i cortili (cortes) delle loro case storiche, la sua polenta d’orzo è stata assaggiata da oltre 200 visitatori, diventando simbolo di una microfiliera agroalimentare locale.

Autunno in Barbagia: Cotres Apertas a Oliena

Gli ingredienti sono quelli della Barbagia più autentica: farina di orzo, acqua della sorgente di Su Gologone , lardo, olio extravergine, finocchietto selvatico e  ramolaccio, pecorino stagionato.

Lai sogna di vedere su arre nei menù dei ristoranti, come “specialità della casa”.

Per realizzarlo occorre una sinergia tra cuochi e agricoltori, affinché l’orzo, cereale tradizionale della Barbagia, torni a essere coltivato.

l’orzo cereale tradizionale della Barbagia

Dietro questa ricetta non c’è solo cucina: c’è cultura, identità, economia, futuro.

Recuperare su arre significa recuperare un pezzo di Sardegna.

La voce degli anziani: memoria viva

La casa museo di Grazia Deledda a Nuoro (foto G. Strinna)

Federico Lai racconta che la nonna, dopo aver preparato il pane d’orzo integrale (s’ogliathu), proponeva alle donne del vicinato:

«A no nde cochimmos su arre?»  (Ne cuciniamo di farre?)

Era un rito: lardo, acqua, farina d’orzo, erbe spontanee.

Ogni volta diverse, ogni volta perfette: Il finocchietto selvatico (inucreddu) e il ramolaccio (s’armulatha) erano fondamentali, insieme al pecorino stagionato.

Il centenario Fronteddu ricordava: «Su arre hi bonu aberu!»

(Su farre era veramente gustoso.)

Un piatto povero, sì, ma ricco di storia e di sapienza.

La ricetta di Federico Lai

Sa Taugula detta anche Su Arre

Le parole di Federico Lai a proposito della polenta d’orzo ”su arre’’:

“In occasione della puntata televisiva In viaggio con Marcello[ndr: trasmissiione di Linea verde], ho avuto lonore di preparare lantica ricetta citata anche da Grazia Deledda”

lorzo che ho utilizzato per la preparazione di questo piatto è una varietà antica e locale, recuperata e coltivata da me ad Oliena;

Un piatto a cui tengo particolarmente, tramandato da mia nonna e dai centenari del mio paese”

 

Il video della preparazione QUI

Ingredienti per 4 persone:

1 litro di acqua della sorgente su Gologone,

120 grammi di farina di orzo (ogliu),

200 g di erbe spontanee (finocchietto e ramolaccio selvatico),

50 g lardo,

50 g olio extravergine di oliva,

50 g di formaggio stagionato,

pizzico di sale.

Procedimento:

Rosolare in un paiolo di rame, il lardo battuto con l’olio. Aggiungere poi con una brocca (brohà) l’acqua fresca e portare a bollore.

A questo punto aggiungere le erbe tritate e appena ribolle, versare la farina di orzo e il sale (poco perché tutti gli ingredienti sono sufficientemente sapidi).

Mantecare come una polenta e appena densa come una crema morbida (non troppo dura), spolverare sopra il buon formaggio pecorino stagionato.

Nel consumare la polenta si era soliti accompagnarla con pane d’orzo appena sfornato (ogliathu).

Pane carasatu d’orzo (foto G. Strinna)

Per saperne di più:

-Grazia Deledda: Tradizioni popolari di Nuoro

-Giovanni Fancello, Sara Chessa: Grazia Deledda e il cibo

Arkadia

-Dott. Federico Lai – Biologo Nutrizionista

+39 346 7133374

✉️ federicolainutrizionista@gmail.com

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Laura Manunta, è nata a Roma da famiglia con antiche origini che si dipanano tra diverse aree geografiche della Sardegna, le cui tracce documentali trovano riscontro sul territorio già dal XV secolo. All'isola è profondamente legata e suddivide il suo tempo vivendo a cavallo tra la città di Sassari e la capitale. È custode e conservatrice di un antico archivio documentale e fotografico che comprende testimonianze relative a molteplici contesti storici e tradizionali sardi. In questo ambito collabora con istituzioni e associazioni dedite all’approfondimento di tematiche culturali, alla rievocazione storica e alla conservazione del patrimonio delle antiche corporazioni d’arti e mestieri della città di Sassari. I suoi studi si sono svolti presso la facoltà di farmacia dell’università La Sapienza di Roma dove ha effettuato una tesi sperimentale in metodi fisici in chimica organica con lunga esperienza di laboratorio e di preparazione farmaceutica. La lunga pratica in ambito musicale la ha condotta all'approfondimento della musica antica rinascimentale, barocca e dell’antica tradizione persiana, perfezionandosi presso il conservatorio “Alfredo Casella" dell'Aquila. Numerosi viaggi la hanno portata a conoscere e approfondire le culture di molteplici paesi, tra cui in particolare quella del sud est asiatico connessa con la tradizione del tè in tutte le sue declinazioni. La passione per le culture orientali la ha condotta poi ad ottenere attestati relativi alla degustazione e alla conoscenza del tè e a fondare nel centro storico della capitale la sala da tè Fiorditè, specializzata nella somministrazione e nella vendita del tè in foglia. Luogo vocato alla promozione della cultura e della conoscenza di questa bevanda, punto di riferimento per esperti e amatori, nei circa vent’anni di attività è stata insignita di numerosi premi e riconoscimenti da parte della stampa e di organizzazioni del settore. Si è dedicata inoltre alla promozione e alla conoscenza del mondo del cioccolato e del caffè "d'autore" ricevendo formazione specifica, ospitando e promuovendo molteplici iniziative di divulgazione e approfondimento.
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