Slow Wine Lazio Festival da Eataly Roma: il Lazio che cresce, si racconta e guarda lontano

Slow Wine Lazio Festival da Eataly Roma: il Lazio che cresce, si racconta e guarda lontano

Sabato 31 gennaio lo store Eataly di Roma Ostiense ha accolto lo Slow Wine Lazio Festival, evento promosso da Slow Food Lazio. Una selezione di cantine dalla guida Slow Wine 2026, curata da Alessio Pietrobattista, che ha offerto uno spaccato rappresentativo della viticoltura laziale contemporanea. Realtà storiche, produttori affermati e aziende giovani che stanno contribuendo al rinnovamento del panorama regionale.

Dalla Tuscia alle zone pontine, il parterre di produttori presente ha dimostrato quanto la viticoltura regionale abbia compiuto un salto decisivo. Un percorso costruito nel tempo grazie alla caparbietà dei vignaioli, e dalla loro voglia di sperimentare. Guidati dalla convinzione che i vini del Lazio potessero esprimere una qualità e identità più ampia rispetto di quanto a lungo è stato loro riconosciuto.

Vini che per anni hanno abitato l’immaginario quotidiano, pensati unicamente, come quelli del pranzo della domenica, della tavola dei nonni. Vini per un consumo immediato, dall’interpretazione semplice e da una prospettiva temporale limitata, oggi sono in grado di raccontare complessità, profondità e longevità. Un’evoluzione che ha permesso a molte etichette laziali di raggiungere traguardi che, fino a qualche decennio fa, sarebbero sembrati difficilmente immaginabili.

Il risultato è una produzione che oggi ha superato l’etichetta di vino facile e non ha nulla da invidiare a regioni storicamente più blasonate. Affermandosi come voce autonoma e credibile nel panorama vitivinicolo nazionale, con vini non solo espressione identitaria dei territori. Vini capaci di raccontare anche le diverse annate e di misurarsi con il tempo.

Emiliano Fini ed il suo Lavente 2023
Emiliano Fini ed il suo Lavente 2023

Un esempio concreto di questo percorso è rappresentato dai vini di Emiliano Fini, vignaiolo dell’area pontina, che lavora con precisione su vitigni storicamente legati al territorio. il Grechetto e soprattutto la Malvasia Puntinata, nelle diverse annate, attraverso l’affinamento in bottiglia, riescono a esprimere una profondità sorprendente. Un’evoluzione verso note terziarie e una complessità aromatica capace di sostenere il tempo.

Il lavoro portato avanti negli anni da Emiliano Fini ha trovato una consacrazione importante con Lavente ‘23, ottenendo i Tre Bicchieri 2026 da Gambero Rosso. Un riconoscimento che conferma la solidità di un percorso produttivo capace di esprimere vini di profondità, identità e valore assoluto nel panorama laziale.

Una lettura diversa, ma altrettanto significativa, è quella offerta dal Grechetto di Sergio Mottura, riferimento storico della Tuscia viterbese. Un vitigno affine per matrice e tradizione, ma che qui trova un’espressione profondamente diversa rispetto all’area pontina. Questo grazie ai suoli, al clima ed a scelte produttive che ne amplificano struttura e vocazione evolutiva. Emblematico in questo senso è La Torre a Civitella, interpretazione in cui l’uso dell’affinamento in barrique accompagna il vino verso una dimensione più complessa. Capace di sostenere il tempo e di restituire, con l’evoluzione, un profilo ricco di profondità e tensione.

La stessa filosofia di affinamento prosegue anche nella produzione dei rossi, in particolare con il Montepulciano Nenfro, anch’esso affinato in barrique. Un vino in cui il legno accompagna l’evoluzione del frutto e della materia, contribuendo a delineare profondità, equilibrio e capacità di tenuta nel tempo.

Laura di Tenuta la Pazzaglia ed il pluripremiato Poggio Triale
Laura di Tenuta la Pazzaglia ed il pluripremiato Poggio Triale

Sempre dalla Tuscia, da Castiglione in Teverina, Tenuta La Pazzaglia propone una lettura del Grechetto fondata su un lavoro estremamente accurato in vigna. Una selezione clonale di eccellenza, pensata per individuare il materiale vegetale più adatto a esprimere il territorio. A questa scelta si affianca una gestione attenta della vendemmia, orientata al rispetto dei tempi di maturazione e all’equilibrio della materia prima, senza forzature.

Con il 109, il Grechetto trova un’espressione di struttura e precisione, capace di coniugare concentrazione e tensione. Un vino che mette in evidenza non solo il vitigno, ma anche il lavoro puntuale svolto in vigna. Ciò trova massima espressione nel Grechetto, Il Poggio Triale che rappresenta la sublimazione del percorso sostenuto dall’azienda in questi anni. Un progetto coerente, orientato al rispetto dei tempi naturali di evoluzione ed a una valorizzazione misurata della materia prima. Un vino premiato con numerosi riconoscimenti, tra cui i Tre Bicchieri Gambero Rosso e destinato a rimanere a lungo nelle guide di eccellenze dei vini laziali.

Dalla cantina Marco Carpineti'Apolide' altra versione del Nero Buono
Dalla cantina Marco Carpineti ‘Apolide’ altra versione del Nero Buono

Dalla Tuscia si ritorna quindi a Cori, nel cuore dell’area pontina, con i vini di Marco Carpineti.  Qui la ricerca sull’identità dei vitigni autoctoni passa anche attraverso una produzione biodinamica con scelte di affinamento alternative. Emblematica è la nuova interpretazione del Bellone nel Nzù Bianco, affinato in anfora. Una tecnica che consente al vino di preservare integrità varietale, profondità e verticalità espressiva. La stessa filosofia prosegue con il Nzù Rosso, ottenuto da uve Nero buono e anch’esso affinato in anfora. In coerenza con un approccio produttivo che privilegia la purezza del frutto e una lettura essenziale del vitigno.

Palazzo Tronconi il rosato millesimato Cloe, da uve di Lecinaro
Palazzo Tronconi il rosato millesimato Cloe, da uve di Lecinaro

Un’altra azienda da considerare capostipite della produzione biodinamica nel Lazio è Palazzo Tronconi, realtà storica situata ad Arce, nel cuore della Ciociaria. Qui vengono coltivate e valorizzate varietà che affondano le radici nella storia agricola del territorio del Regno delle Due Sicilie.

Il patrimonio viticolo aziendale comprende il Lecinaro e l’Ulivello Nero , il  Pampanaro, Capolongo e Maturano bianco.  Varietà identitarie, legate a una tradizione contadina profonda, oggi recuperate e interpretate attraverso una visione biodinamica coerente e rispettosa del territorio. Un lavoro che ha segnato la via e che ha contribuito in modo decisivo alla riscoperta di un patrimonio ampelografico unico nel panorama laziale.

Accanto al lavoro in vigna, Palazzo Tronconi ha sviluppato nel tempo anche un progetto di ospitalità e accoglienza fortemente integrato nel contesto rurale. Capace di offrire esperienze enogastronomiche a 360 gradi, permette all’ospite di entrare in contatto diretto con il territorio, la natura e la vita agricola.

Francesco con'Divitia' la Malvasia Puntinata di CantinAmena
Francesco con ‘Divitia’ la Malvasia Puntinata di CantinAmena

Una filosofia affine, pur declinata su scala più contenuta, è seguita da CantinAmena, realtà che da diversi anni ha abbracciato i principi della produzione biologica. La cantina ha sede a Campoleone di Lanuvio, nell’area dei Castelli Romani e rappresenta una produzione ancora relativamente giovane ma con una fisionomia ben definita. Ha saputo dare, in particolare a vitigni come la Malvasia Puntinata, il Trebbiano e il Cesanese d’Affile, un’interpretazione propria e riconoscibile. Espressione non solo del territorio, ma anche del lavoro svolto in vigna e delle scelte produttive della cantina. Attraverso il progetto Vino in vigna, CantinAmena permette inoltre di seguire un intero anno di vita della cantina, dalla cura della vigna alla vendemmia. Tutte le fasi di vinificazione e imbottigliamento, rafforzando il legame diretto tra produttore, territorio e appassionato.

Da Casale della Ioria'Torre del Piano' Cesanese del Piglio DOCG Superiore
Da Casale della Ioria ‘Torre del Piano’ Cesanese del Piglio DOCG Superiore

Il Cesanese è un vitigno uno e trino, capace di esprimersi in modo diverso a seconda degli areali. Dal Cesanese d’Affile si passa naturalmente all’interpretazione del vitigno all’interno della DOC Olevano Romano, dove cambia il contesto territoriale. Resta centrale il lavoro in vigna e la lettura identitaria del territorio.

Inseriti all’interno della DOC Olevano Romano, i vini di Damiano Ciolli rappresentano una delle espressioni più rigorose del Cesanese di Olevano Romano. Un’interpretazione che mette al centro il territorio e il lavoro in vigna, restituendo vini di precisione, profondità ed equilibrio.

Un’altra declinazione del vitigno è quella del Cesanese del Piglio, che trova una delle sue espressioni più autorevoli nei vini di Giovanni Terenzi. Firma storica e punto di riferimento nella produzione di questa denominazione. Con Vajoscuro, Cesanese del Piglio Superiore Riserva, e con Colle Forma, Cesanese del Piglio Superiore, Terenzi interpreta il vitigno con uno stile classico e coerente. L’affinamento in botti di rovere accompagna il vino verso equilibrio, profondità e capacità evolutiva, senza sovrastarne il profilo varietale.

Altre interpretazioni, del Cesanese del Piglio e del Cesanese di Olevano Romano, si ritrovano nei vini dell’Azienda Agricola Alberto Giacobbe. Una realtà che affianca al lavoro sul vitigno simbolo del Lazio rosso una produzione altrettanto interessante di Passerina del Frusinate. Vitigno autoctono della Ciociaria coltivato esclusivamente nei territori ciociari.

Tra le interpretazioni più classiche e consolidate del Cesanese del Piglio rientrano anche i vini di Casale della Ioria, realtà storica della denominazione, profondamente radicata nel territorio della Ciociaria. Un’azienda che nel tempo ha contribuito in modo costante alla costruzione dell’identità del Piglio, proponendo una lettura solida e territoriale del vitigno, capace di coniugare struttura, equilibrio e fedeltà all’areale di origine. Una presenza che rappresenta la continuità agricola e produttiva di una denominazione ormai matura, affiancando le interpretazioni più contemporanee senza mai perdere il legame con la tradizione.

Tenute Filippi ed il Nero Buono'Enea'
Tenute Filippi ed il Nero Buono ‘Enea’

Con i vini di Tenute Filippi dall’area lepina di Cori, a ridosso della Ciociaria, viriamo verso una diversa interpretazione dei vitigni simbolo del Lazio. Un’azienda che già dai primi anni Novanta ha avviato la sperimentazione biologica nelle proprie tenute, evolvendo successivamente verso l’agricoltura biodinamica. Un approccio che non coinvolge esclusivamente la produzione di vino, ma l’intera produzione agricola: dall’ olio alla coltivazione degli ortaggi. Al centro del progetto vitivinicolo la valorizzazione delle varietà autoctone, Bellone e Nero Buono, interpretate attraverso un lavoro agricolo attento e rispettoso degli equilibri naturali.

Accanto alle realtà storiche e ai nomi ormai consolidati della viticoltura laziale, Slow Wine Fest ha messo in luce anche nuove generazioni di vignaioli. Con approcci diversi, e una rilettura consapevole dei vitigni del territorio che passa dalla rivalutazione di varietà classiche. Ne è un esempio l’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, interpretato da Monti della Moma con un’attenzione nuova alla qualità e all’identità espressiva. Chissà, che le sperimentazioni delle sorelle Elisa e Valentina non portino, nei prossimi anni, a scoprire nuove sorprendenti declinazioni dei vini dei nostri nonni.

Le cantine presenti
Le cantine presenti

Con questa edizione 2026, lo Slow Wine Lazio Fest ha realizzato un mosaico ampio e articolato.  Aziende di dimensioni diverse, micro-produzioni, esperienze giovani e realtà agricole che stanno ritrovando una voce propria. impossibile da raccontare nella sua totalità ma sufficiente a restituire l’immagine di una regione vitivinicola viva, in movimento e sempre più consapevole del proprio valore.

Slow Wine conferma la propria identità come spazio di selezione e racconto di cantine che adottano comportamenti virtuosi, sia in vigna sia in cantina. Una scelta, attenta ed oculata che privilegia modelli produttivi fondati sul rispetto del territorio, dell’ambiente e dei suoi equilibri. Attraverso pratiche di agricoltura biologica e biodinamica, piuttosto che su logiche esclusivamente orientate al mercato.

Percorrere questa strada significa accettare tempi più lunghi, investimenti maggiori e una risposta produttiva che non è immediata. La vigna, infatti, segue i ritmi della natura, e la qualità richiede pazienza, ascolto e continuità. È un approccio che si pone in controtendenza rispetto alla produzione di vini omologati, di più facile presa sul pubblico. Un lavoro coraggioso, che nel lungo periodo restituisce identità, profondità e autenticità.

A tutto questo si aggiunge oggi la sfida del cambiamento climatico, che impone ai produttori una capacità costante di adattamento. Modificare pratiche e scelte agronomiche senza snaturare il vino, preservando nel tempo l’espressione del vigneto e del terroir di origine.

Per i vignaioli del Lazio, quest’anno si apre ancora con nuove sfide in vista dell’appuntamento con la guida Slow Wine 2027.

Per chi volesse approfondire di seguito l’elenco di tutte le cantine presenti.

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Napoletana di nascita e romana d’adozione, dal 2010 vivo nella Capitale, dove lavoro come IT Manager. Da buona donna del Sud, amo la cucina tradizionale, i sapori autentici e le tavole conviviali, anche se preferisco più stare davanti ad una tavola imbandita che dietro ai fornelli. Le contaminazioni moderne? Le accetto, ma con moderazione. Diciamo che, se volete conquistarmi, una buona pizza batte sempre il sushi! Ho molte passioni: il cinema anni ’50 e ’60, il teatro, i romanzi gialli, la musica, l’opera lirica, la disco music rigorosamente anni ‘70 e ’80 e sono una grande tifosa del Napoli. Quando posso mi piace viaggiare tra borghi e luoghi poco battuti, od andare alla ricerca di ristoranti e realtà che coniugano semplicità e raffinatezza, dove poter vivere quelle esperienze “per molti, ma non per tutti”. Nel 2022 mi sono avvicinata per curiosità al mondo del vino. E pensare che credevo di essere astemia! È stato amore a prima vista. Da allora ho iniziato a studiare, a degustare e a partecipare a corsi e masterclass, fino a diplomarmi Assaggiatore ONAV e certificarmi Wine Ambassador. E non mi fermo qui, perché la mia sete di sapere (e di vino) continua a spingermi verso nuove avventure Nel 2025 ho creato un mio blog, Un bicchiere alla volta per condividere, con curiosità e leggerezza, le emozioni che nascono da un calice di vino e da un buon piatto. Con molta umiltà, cerco di non parlare di tecnicismi, ma di raccontare le emozioni che il vino sa suscitare. Come diceva Socrate, “so di non sapere”, e ogni calice resta per me un piccolo mondo da scoprire.
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