Snack ai bambini: come ridurre il consumo?

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Tra le cause principali dell’obesità infantile ci sono le cattive abitudini alimentari. Tra queste, una delle peggiori è il consumo, spesso più volte al giorno, di snack a base di ingredienti che, assunti in elevate quantità, possono danneggiare la salute come i grassi saturi, lo zucchero e il sale. Questi prodotti oltretutto attenuano l’appetito, alimentando un circolo vizioso nel quale bambini e adolescenti mangiano molto fuori pasto e poco a tavola, dove potrebbero trovare alimenti più vicini a una dieta equilibrata.

La fascia d’età particolarmente vulnerabile alle tentazioni degli snack è quella dei ragazzini delle scuole medie. In genere i ragazzi a questa età non sono più accompagnati a scuola dai genitori, e anche quando svolgono attività extra scolastiche sono sempre soli. In questo modo i giovani hanno più opportunità di imbattersi in  distributori e negozi dove acquistare snack. Nei ragazzi di questa età è dimostrata l’esistenza di una sorta di errore cognitivo: per cui quasi sempre si teme a sopravvalutare la quantità di junk food mangiata dai coetanei. Dal momento che una delle motivazioni più importanti a quell’età è l’imitazione (che assicura l’appartenenza al proprio gruppo sociale), i ragazzi sono portati a mangiare più snack solo perché pensano che gli amici facciano altrettanto. Conoscendo questi meccanismi psicologici, i ricercatori della Staffordshire University e della Manchester Metropolitan University del Regno Unito si sono chiesti se fosse possibile correggere le opinioni sbagliate attraverso un intervento educativo specifico, basato sull’osservazione degli errori altrui e chiamato Approccio delle Norme Sociali (SNA).

Adolescenti, Smiling female eating sweet cake
Bambini e adolescenti sopravvalutano quanti snack mangiano i propri coetanei, così tendono a consumarne di più per omologazione

Come riportato sul British Journal of Health Psychology, gli scienziati hanno scelto 150 allievi dell’età di 11-12 anni di due scuole medie della zona di Manchester e dello Staffordshire. I due gruppi sono stati sottoposti a un programma di educazione alimentare. Metà del campione è stato oggetto di un intervento di tipo SNA nell’ambito del quale ai ragazzi veniva mostrato, attraverso poster interattivi suggeriti dai ragazzi più grandi di un anno, quali erano le idee sbagliate in merito ai consumi alimentari  dei loro compagni.

I risultati hanno confermato che l’approccio funziona: i ragazzi del gruppo SNA hanno consumato meno snack rispetto agli altri, e una valutazione  fatta tre mesi dalla fine del programma ha mostrato che l’intervento è duraturo, probabilmente perché contribuisce a formare convinzioni autentiche e controllabili che, una volta acquisite, difficilmente vengono abbandonate. Del resto, le verifiche sulle opinioni degli allievi in merito a qualità e quantità degli snack hanno confermato un netto miglioramento del livello di conoscenza, con maggiore aderenza alla realtà rispetto alle risposte date da loro stessi nel periodo precedente l’intervento, e a quelle date dai ragazzi non sottoposti allo SNA.

Le scuole scelte per la sperimentazione sono situate in zone povere del Regno Unito. Si tratta di una scelta voluta, dal momento che gli abitanti (e in special modo i ragazzi) residenti in quartieri disagiati sono più spesso obesi. Questo accade perché i giovani sono indotti ad acquistare cibo di pessima qualità proposto a prezzi stracciati, e perché, in generale, il livello di istruzione è basso. Un intervento come lo SNA, concludono gli autori, può essere messo in atto senza bisogno di grandi risorse e in qualunque tipo di scuola, e potrebbe essere di grande aiuto proprio laddove ce n’è più bisogno. 

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