Spagna, una legge vuole imporre in agricoltura il comunismo

I prezzi delle materie prime devono essere legati ai costi non alla qualità. Invece bisogna andare nella direzione opposta.

In agricoltura la parola crisi è da sempre un fastidioso compagno di viaggio. Almeno a partire dal secondo dopoguerra e, non a caso, gran parte del bilancio comunitario viene destinato a sostenere il reddito agricolo.

È opinione diffusa che senza questa integrazione gran parte dell’agricoltura sarebbe sparita. Negli ultimi tempi la crisi si sta facendo più forte, migliaia di aziende hanno chiuso o stanno chiudendo, migliaia di agricoltori occupano strade e palazzi con i loro trattori per attrarre l’attenzione della politica.

E questo sta succedendo in tutta Europa, per non dire del modo. Quindi, per prima cosa, inutile e fuorviante prendersela con l’importazione di materie prime dall’estero, perché sono in crisi anche quelli che ci vendono il latte, la carne, il riso, ecc.

Occorrono modelli di sviluppo che cerchino di salvare capra e cavoli, il reddito dell’azienda e la mortalità delle stesse.

Negli ultimi tempi da più parti va prendendo consistenza la proposta di legare il prezzo della materia prima ai costi. Se ne parla in Italia, i francesi lo invocano a gran voce ma è stata la Spagna, prima fra tutti, perché pressata dalle proteste dei campesinos a fare addirittura ricorso ad un decreto-legge per regolamentare i prezzi e i rapporti fra i produttori e l’intera filiera.

Mi riferisco al Real Decreto-legge 5/2020, del 25 di febbraio.(Clicca sul link per consultarlo) Il decreto non si occupa solo dei prezzi ma anche dei lavoratori e della comunicazione però il tema centrale riguarda i prezzi della materia prima che devono essere legati ai costi e la legge obbliga tutti i segmenti della filiera a rispettarli.

Proviamo per un attimo ad ammettere che sia possibile stabilire, per ciascuna materia prima e per ciascun produttore, in qualsiasi luogo e condizioni si trovi, quale debba essere il prezzo in quella specifica annata agraria e proviamo ad immaginare le possibili conseguenze.

Prima considerazione: chi paga, visto che i prezzi aumenteranno?

A sentire il governo spagnolo, non ci dovrebbero essere effetti sull’aumento dei prezzi al consumo perché si tratterebbe solo si rendere più efficiente ed efficace il rapporto fra i vari segmenti della filiera.

Insomma, la colpa è della distribuzione e allora se sbaglia le facciamo un milione di euro di multa. Ma ammettiamo che questa tesi regga. La legge, a sua insaputa, fa proprio il famoso aforisma di Marx: da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni.

In pratica il produttore non deve essere pagato in base al livello qualitativo della sua materia prima ma solo in base ai costi, che poi sono molto legati alle sue capacità.

E quali sono le conseguenze per il consumatore, che poi alla fine è quello che paga e che avrebbe diritto ad un giusto rapporto prezzo/qualità?

In teoria i prezzi al consumo aumenteranno per quei prodotti i cui costi di produzione sono più alti. Che i prezzi tendano ad aumentare è già una buona notizia, perché uno dei problemi del settore è la omologazione di prezzo e qualità.

Ma torniamo al rapporto prezzo/qualità. Chi ha i costi più alti?

Certamente chi opera in sistemi intensivi dove i margini per kg di prodotto sono minimi, di qui la tendenza ad aumentare sempre più la resa per ettaro o per animale.

Ma anche se così non fosse, comunque non ci sarebbe mai una relazione fra qualità e costi. Ma è cosa nota che la qualità dei sistemi intensivi è ai minimi livelli.

Quindi, è molto probabile che le materie prime dei sistemi intensivi, di bassa qualità spunteranno prezzi più alti perché hanno costi più alti. In pratica, il consumatore finirà per pagare molto prodotti scadenti.

Ma perché i prezzi delle materie prime sono bassi?

Semplicemente perché l’aumento annuale della produzione agricola è superiore persino all’aumento dei consumi.

E questo avviene nonostante che, ogni anno, migliaia di aziende chiudano, perché i sistemi più intensivi subito ne approfittano per aumentare la loro produttività.

Come se ne esce?

Andando nella direzione opposta, verso un capitalismo più giusto, non verso un becero comunismo di ritorno. Il motto deve essere: a ciascuno il suo, secondo le proprie capacità.

Dobbiamo eliminare la borsa merci, i prezzi devono essere legati al livello qualitativo. Ora sappiamo come si fa, abbiamo gli indicatori per decidere e misurare del livello qualitativo.

E possiamo farlo senza avere bisogno di leggi che comminino multe esagerate ma solo di incentivi ai vari segmenti della filiera per dare al consumatore un prodotto con il giusto rapporto prezzo/livello qualitativo.

Roberto Rubino

Ha diretto per oltre trenta anni il CRAE di Bella, Italia. Si è occupato di sistemi pastorali in particolare ha studiato la relazione fra erba e qualità del latte e dei formaggi. Ha fondato Anfosc, Associazione nazionale formaggi sotto il cielo, di cui è oggi Presidente e la rivista Caseus.
Attualmente è impegnato sul Metodo Nobile, che ha ideato, messo a punto e che sta provando a sviluppare in diverse aree del mondo.

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