Storia e tipologie di Bento Box, la madre di tutti i termos porta pranzo, cestini e gavette militari

bento box

Da noi in Europa abbiamo mutuato l’uso del contenitore per il cibo da portare sul posto di lavoro dalla gavetta militare. L’uso di questo strumento è però sempre più in disuso per vari motivi.

In testa il mutamento della composizione familiare dove la figura della casalinga è sempre più residuale e lascia sempre meno spazio a preparazioni organizzate il giorno prima. A seguire la possibilità di reperire un poco ovunque cibo caldo o freddo a prezzi accessibili.

Le mense aziendali e scolastiche che a costi abbastanza contenuti rimuovono il problema e non creano disparità tra differenti classi sociali. In ultimo un modo di mangiare ben lontano da quello dei nostri padri abituati a primo e secondo.

In Giappone, però, questa tradizione è quasi millenaria e conserva in se un significato ben più profondo del preparare un pasto per un familiare che va a scuola o al lavoro. La tradizione giapponese riconosce l’esistenza del bento a partire almeno dal XII secolo, quando del riso essiccato veniva preparato per essere mangiato fuori casa da lavoratori come pescatori e contadini.

In breve tempo quest’usanza si diffuse anche all’interno delle classi sociali elevate.

In epoca Edo (1603-1868) il bento diventò un pasto comodo per i viaggiatori: nacque in questo periodo il cosiddetto ekiben, dall’unione tra luogo di sosta / stazione (eki) e bento.

La sua importanza crebbe fino a farlo diventare elemento indispensabile durante escursioni, feste da e spettacoli teatrali (che nel teatro NON durano diverse ore), per incontrare un declino nel XX secolo, tra le due guerre, con il cibo diventato un lusso.

Il successivo diffondersi delle mense contribuì a cacciare da scuola il cibo fatto in casa.

Il bento paradossalmente, e contrariamente a quanto accaduto in Europa, deve il suo ritorno al diffondersi dei microonde negli anni ’80, quando il cestino del pranzo casalingo (o industriale) tornò di uso comune a scuola e sul lavoro.

Per quanto si tratti di un pasto destinato a essere consumato in poco tempo, come per ogni cosa in Giappone, il bento viene scelto e preparato con estrema cura e varietà: a partire dal contenitore, disponibile in ogni forma, materiale, stile e colore, la più alta considerazione è posta nella preparazione e disposizione del cibo, con un’alternanza di gusti e colori di grande importanza, dove presentazione e nutrimento hanno entrambi valore. Esistono diversi stili riconosciuti di bentō:

Ekiben: il bento venduto nelle stazioni
Kyaraben : un bento preparato per somigliare a un personaggio famoso della cultura popolare o altro
Makunouchi bentō: il bento che veniva servito tradizionalmente a teatro, contenente riso, carne, pesce, uova, umeboshi in salamoia e verdure;
Noriben: il bento classico, molto semplice, composto da massimo di 3 preparazioni, tra cui il riso coperto da alga nori;

La praticità del bentō lo rende particolarmente popolare. Ma la comodità non è la caratteristica più peculiare del bentō, che ha, come dicevamo, anche valenza sociale nell’ambito dei gruppi familiari.

Un bentō preparato in casa, con cura e attenzione, porta con sé tutti i sentimenti di chi lo prepara per chi lo mangia. Ha la stessa valenza del ricevere la sorpresa di un manicaretto particolare che si desiderava o di un piatto preparato con amore.

Questa comunicazione fatta di azioni, invece che di parole, è estremamente presente in Giappone, e particolarmente potente in forma di cibo: il pranzo di una mamma che fa apparire belle e buone le odiate verdure al suo bambino, o il cestino del pranzo preparato al marito da una moglie arrabbiata che contiene solo riso bianco. Quanto si può dire con un bento!

Un po’ come le nostre nonne che quando ce l’avevano con il marito caricavano di sale la minestra o confondevano questo con lo zucchero da mettere nel caffè.

Il cibo parla. Ed in Giappone lo fa anche attraverso il Bento.

Di formazione classica sono approdato al cibo per testa e per gola sin dall’infanzia. Un giorno, poi, a diciannove anni è scattata una molla improvvisa e mi sono ritrovato sempre con maggior impegno a provare prodotti, ad approfondire argomenti e categorie merceologiche, a conoscere produttori e ristoratori.
Da questo mondo ho appreso molte cose ma più di ogni altra che esiste il cibo di qualità e il cibo spazzatura e che il secondo spesso si mistifica fin troppo bene nel primo.
Infinitamente curioso cerco sempre qualcosa che mi dia quell’emozione che il cibo dovrebbe dare ad ognuno di noi, quel concetto o idea che dovrebbe essere ben leggibile dietro ogni piatto, quella produzione ormai dimenticata o sconosciuta.
Quando ho immaginato questo sito non l’ho pensato per soddisfare un mio desiderio di visibilità ma per creare un contenitore di idee dove tutti coloro che avevano piacere di parteciparvi potessero apportare, secondo le proprie possibilità e conoscenze, un contributo alla conoscenza del cibo. Spero di esservi riuscito.
Il mio è un viaggio continuo che ho consapevolezza non terminerà mai. Ma è il viaggio più bello che potessi fare.

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