TASTE 2026: la boutique delle eccellenze che rischia di perdere identità

TASTE 2026: la boutique delle eccellenze che rischia di perdere identità.

Potremmo scrivere “Quando la crescita rischia di soffocare l’identità: inchiesta sulla trasformazione della fiera più esclusiva del food italiano”

Il 9 febbraio 2026 si sono chiusi i cancelli di quella che per anni è stata considerata la “boutique delle eccellenze enogastronomiche italiane” lasciando intravedere uno scenario profondamente mutato.

TASTE, il salone di Pitti Immagine a Firenze dedicato alle grandi eccellenze food del Made in Italy, ha celebrato la sua diciannovesima edizione con un numero che fa riflettere: 810 aziende espositrici.

Un dato che, letto superficialmente, potrebbe sembrare il segno di un successo inarrestabile. Ma per chi conosce la storia di questa manifestazione, quel numero suona più come un campanello d’allarme.

Perché solo pochi anni fa, quando il Taste era ancora un club esclusivo dove l’ingresso veniva concesso con il contagocce da una giuria interna che selezionava ogni singolo produttore con criteri severissimi, gli stand erano circa 400.

Oggi sono più del doppio. Nuove aziende a qualche ritorno. E sul tavolo c’è già un progetto che fa tremare i puristi: un nuovo padiglione per arrivare a ospitare fino a 1.200 aziende.

Tra i corridoi dei padiglioni della Fortezza da Basso, le voci di molti espositori storici si fanno sempre più critiche. “Questa non è più la fiera che conoscevamo”, confida a malincuore un produttore di olio campano presente fin dalla prima edizione.

“Un tempo, essere selezionati per TASTE significava qualcosa. Significava aver superato una selezione rigorosa, far parte di un’élite del cibo artigianale italiano. Ora guardiamo intorno e ci chiediamo: dove stiamo andando?”

La critica non è rivolta tanto alla qualità dei nuovi ingressi – molti dei quali, va detto, mantengono standard elevati – quanto al cambio di filosofia.

Il Taste nasceva come alternativa alle grandi fiere generaliste come il Cibus di Parma o TuttoFood di Milano, con una promessa chiara: niente industria alimentare, solo piccoli produttori artigianali con storie autentiche da raccontare.

Un manifesto che negli anni ha attirato buyer nazionale ed internazionali alla ricerca proprio di quella unicità, di quella differenza rispetto ai circuiti della grande distribuzione.

I dati ufficiali raccontano una crescita impressionante sul fronte internazionale: nel 2025, i compratori esteri sono aumentati del 24%, toccando quota 900 buyer da Francia, Germania, Stati Uniti, Svizzera, Gran Bretagna e mercati emergenti come Giappone, Emirati Arabi, Brasile.

Un successo che Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine, commenta così: “Taste cresce in maniera spontanea e sostenibile, grazie a un’accurata selezione dei nuovi ingressi”.

Eppure, l’erosione di spazi comuni per ampliare il numero di stand e la prospettiva aumentarli ancora solleva interrogativi legittimi.

E se aumentano gli stand non aumentano invece le Toilette che per il numero esiguo raggiungono rapidamente uno stato pietoso.

Può una fiera mantenere la sua identità di “salone delle eccellenze” quando la platea si allarga così tanto?

E soprattutto: quella “accurata selezione” di cui parla Napoleone è ancora rigorosa come un tempo?

Un altro elemento che preoccupa gli espositori storici è la presenza, seppur ancora limitata, di aziende straniere. TASTE è sempre stata il tempio del Made in Italy, il luogo dove celebrare l’eccellenza della produzione agroalimentare italiana.

Vedere bandiere che non sono tricolori tra gli stand genera, per alcuni, un senso di spaesamento.

E poi c’è il capitolo più delicato: l’ingresso, seppur camuffato da un prodotto di punta, di alcuni nomi che, per dimensioni e processi produttivi, non possono essere definiti artigianali.

La Campania è sempre presente con le sue grandi eccellenze: Pastificio dei Campi, Latteria San Salvatore, 28 Pastai, Birra Kbirr, Antica Marineria Famiglia Gallo, Armatore, Birrificio Serrocroce, Caffè Trucillo, Hera nei Campi, Pastificio Marulo, Santomiele, Tomeo, GB Agricola, Giovanniello, per citarne alcuni.

Il tema scelto per questa edizione, “True Food” – cibo vero, autentico – suona quasi come un manifesto di resistenza.

Come se gli organizzatori stessi sentissero il bisogno di ribadire i valori fondativi di fronte a una trasformazione che rischia di snaturarli.

“Noi continuiamo a credere nell’autenticità”, recita il comunicato ufficiale.

Ma l’autenticità può essere misurata in numero di stand? O il rischio è che, cercando di sfruttare il successo, TASTE finisca per perdere proprio quella distintività che l’ha resa unica nel panorama delle manifestazioni enogastronomiche mondiali?

Credo che il Taste è oggi davanti a un classico paradosso.

Il successo della formula originale – esclusività, selezione rigorosa, focus sul piccolo produttore – ha attirato sempre più attenzione.

E questa attenzione ha generato pressione per aumentare il business, per includere più aziende, per non deludere chi bussa alla porta con prodotti che “meriterebbero” di esserci.

Ma può un club esclusivo restare tale se apre le porte a tutti?

Può una boutique mantenere il suo fascino se diventa un grande magazzino?

Forse valeva la pena di aumentare un po’ il costo degli stand, che è sempre stato considerato molto accessibile, piuttosto che aumentarne il numero.

Ho lasciato la fiera soddisfatto come sempre delle bellissime aziende con il quale ho interagito e assaggiato i loro magnifici prodotti, ma con in testa questo dubbio: True Food o True Business?

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Pino Coletti, ingegnere napoletano, esperto di tecnologia & food da oltre 20 anni, dopo una brillante carriera internazionale che lo porta a ricoprire ruoli manageriali in importanti multinazionali hi-tech, da IBM ad Apple, torna a Napoli e fonda Authentico, una startup che aiuta i consumatori a riconoscere il vero cibo italiano e supporta le aziende agroalimentari nell'intraprendere percorsi di trasparenza delle materie prime utilizzate con la tecnologia blockchain. Gli amici lo definiscono un “bon vivant” per la sua ricerca spasmodica del buono. Per lavoro e per passione ha girato i 7 continenti mangiando e bevendo praticamente ovunque, dai baracchini dello street food dei peggiori mercatini asiatici ai ristoranti stellati delle grandi capitali. È diplomato sommelier AIS dal 2003, ha seguito numerosi corsi di degustazione di oli, formaggi e caffè, ed è sempre più convinto di non sapere.
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