Turriga ‘95, capatosta d’un campidanese…

Oggi quando si parla di vini sardi non ci sono quasi le misure per contenere le dimensioni degli aggettivi da usare nel lodarne la qualità. Ma non si creda che questa sia piovuta dal cielo. Dicono che il Redentore ogni tanto faccia delle ispezioni quaggiù e che, sorvolando su una nuvoletta la Gallura per la prima volta nel dopoguerra, quasi pianse nel vedere come vivesse così poveramente e in mezzo a tante sofferenze la gente di quei rocciosi pascoli, buoni solo per le capre, che si estendevano tra l’arcipelago maddalenino e il golfo di Olbia. San Pietro, che lo accompagnava, gli raccontò che non facevano altro che ammalarsi, sacrificarsi e lavorare, tutto in osservanza alla lettera della sentenza di espulsione di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre e lui rispose «Suvvia, potevano anche capire che l’Arcangelo aveva un po’ calcato la mano»…

La seconda volta, qualche decennio più tardi, tornando sopra quelle stesse rocce, il buon Gesù rimase esterrefatto nel vedere una marea di piscine, campi da golf, panfili, catamarani d’altura e tutto quel bengodi della Costa Smeralda. E San Pietro, per giustificare a modo suo quel ribaltone, gli balbettò che da quando l’Aga Khan aveva comprato per poche lire quei quattro sassi ormai l’avevano capito tutti che, appunto, l’arcangelo dell’Eden, in fondo, aveva soltanto scherzato…

La vitivinicoltura sarda ha seguito esattamente la stessa trafila. Qualche decennio fa sopravviveva con dei bianchi anonimi e dei rossi fin troppo potenti, vini faticosi tanto da fare quanto da bere, senza nessun altro piacere che le botte dell’alcool in testa. Il vino era considerato, fino alla generazione del dopoguerra, uno fra gli alimenti, perciò più calorie dava e meglio era. Per questo l’isola esportava soltanto cisterne di vini da taglio verso la pianura padana, la Francia e la Germania, dove andava a rinvigorire i deboli vini delle loro denominazioni d’origine, una pratica a lungo tollerata e dura da sradicare.

Soltanto di recente, per via del benessere e dello sviluppo del buon gusto, il vino è diventato una bevanda raffinata. È stato il grande boom del turismo a far scoprire le enormi potenzialità della vitivinicoltura sarda, esaltandone terreni, clima e varietà autoctone davvero eccezionali. Le viti qui soffrono davvero la sete, il caldo, il vento, il sale e l’enologo sa bene che più la vite soffre e migliore sarà il suo vino. L’enologia sarda aveva quindi cominciato ad adeguarsi ai gusti dei turisti che la sera, arrostiti al sole e rossi come gamberi, cercavano conforto nella buona tavola, e così sono state finalmente abbandonate le produzioni sommarie di vini ambrati e rosati che sapevano di benzina e di rossi che sporcavano i bicchieri e si è dedicata maggiore attenzione agli impianti, alle vendemmie e ai processi di vinificazione.

Verso la fine degli anni ’70 si cominciavano finalmente a sentire nei vini sardi i profumi dei fiori della macchia mediterranea, i gusti pieni e fruttati, arrivavano in tavola sempre meno caraffe e sempre più bottiglie, ma la crisi era alle porte. Il caso del metanolo, che ha abbattuto violentemente i consumi di vino nel nostro Paese in pochi mesi, mise in ginocchio anche la Sardegna che stava rinnovando vigneti e cantine a forza di debiti con le banche, ma che non riusciva più a vendere neanche una goccia di vino. In pochi anni erano fallite diverse grandi cantine sociali e aziende private, come Marmilla, Serramanna, Mamuntanas, Surigheddu e altre un po’ dappertutto, finché non arrivò la manna dal cielo, cioè il contributo europeo per l’espianto dei vigneti. In poco tempo erano sparite decine di migliaia di ettari vitati e non solo di impianti obsoleti, ma addirittura anche di quelli nati da poco… grazie ai copiosi contributi della Regione.

Quel periodo è stato veramente cruciale. Si doveva decidere tra ripagarsi delle perdite estirpando le viti per dedicarsi ad altro, oppure fallire. Ma non ci sono limiti al genio del vignaiolo. C’era un’altra strada, certamente più lunga, piena di sacrifici, rischiosa, senza l’aiuto di nessuno e in particolare della Regione (notoriamente sempre in linea con i quattro mori bendati e decapitati del suo stemma): convertire la produzione e dedicarsi ai vini di grande qualità.

E proprio così ha fatto Antonio Argiolas, che avrebbe potuto anche fare una bella fortuna espiantando a suon di contributi CEE le decine di ettari vitati che avevano su circa 230 delle loro proprietà e invece, caparbio com’è il carattere dei sardi, non ci pensò nemmeno. Quando tutti vendono, Rockefeller compra, così almeno l’America è uscita dalla grande crisi del ’29 e proprio così un solido imprenditore campidanese è stato capace di fare.

La storia degli Argiolas era cominciata un po’ come una leggenda, con alcuni prigionieri polacchi e austriaci della guerra mondiale che, sotto la guida del fondatore Antonio, figlio di Cicittu, e sotto la sferza delle zanzare, piantumarono i vigneti sulle dolci sinuosità a monte di Cagliari, una zona dove si sa fare ancora oggi uno dei pani più gustosi del mondo, famoso quello di Sanluri. Cominciava così la produzione di vini Nuragus, Nasco, Vermentino, Monica e Cannonau destinati dapprima a Toscana, Lazio e Veneto e poi all’estero, Francia e Germania soprattutto. Tutti vini esportati in cisterna, però, e che raccoglievano briciole di nobiltà con l’imbottigliamento sotto altro nome presso famose aziende produttrici dei mostri sacri dell’enologia, continentale. Soltanto sessant’anni dopo, a seguito della crisi e grazie all’indomito carattere del padre Antonio, con la gestione dei figli Franco e Peppetto, si decise di cominciare a imbottigliare in proprio i vini. A Serdiana era arrivato Giacomo Tachis, già famoso per il Tignanello e il Sassicaia, uno che non cominciava mai da ciò che non c’è, e cioè la cantina, ma dai terreni e dalle vigne, com’è stato abituato a fare quando creava i capolavori, non ultimi il Solaia e il Carignano del Sulcis.

Il grande vino viene solo da una grande uva, ed era iniziata così la grande avventura. Per prima cosa bisognava cambiare i vigneti, e gli Argiolas li hanno rifatti da capo a fondo. Un po’ alla volta, con tanta pazienza e a testa bassa, gli impianti a tendone erano stati rimpiazzati da quelli ad alberello nei 230 ettari di ben quattro tenute a vigneto (nella quinta, a oliveto, si produce ancora un profumatissimo olio), tutte tra i 250 ed i 300 metri di altezza sul livello del mare. E qui, nel 1988, è nato il Turriga. Come il Salvatore non aveva una casa ed è nato in una grotta, così il Vino da Tavola 1988 Turriga non aveva nemmeno la cantina ed è maturato in una sala della casa degli Argiolas rinfrescata da un condizionatore per ufficio…

Un lavoro da poveri di risorse, ma ricchi d’ingegno, studiato a fondo in tutti i particolari. Tachis aveva insegnato a scegliere i cloni migliori delle varietà, uno per uno, degustando i chicchi delle uve dalle caratteristiche sensoriali più diverse fino a stabilire quali sarebbero entrate in produzione e in che percentuale di uvaggio, secondo un modello di vino che era in progetto in tutte le caratteristiche organolettiche che doveva assumere. E con la stessa scientificità e semplicità che, nel caso dei vini di questo maestro, sono sempre appaiate (perché soltanto le menti distorte cercano le alchimie impossibili), si sono provate e ristabilite tutte le fasi del processo, dalla vendemmia, come e quando, fino alla vinificazione e alla maturazione in legno, con il valido contributo dell’allievo, l’enologo Mariano Murru.

Nel 1991 erano pronte le prime bottiglie per la gioia di Antonio Argiolas e dei figli Maria, Franco e Peppetto, ma la sala era rimasta piena perché in Sardegna nessuno conosceva questo vino. Ma anche a venderlo tutto, si sapeva che in Sardegna poi nessuno lo volava pagare di buona voglia. Così gli Argiolas hanno fatto tutto da soli, ricorrendo alle banche, con tanti debiti da saldare. Tempi duri, è stato arduo anche sopravvivere. Non era per niente facile iniziare a promuovere questa novità di vino anche nei mercati più recettivi e remunerativi. La strada era molto lenta e lunga, si doveva viaggiare con gli aerei e ci voleva un sacco di soldi, anche se la fortuna ogni tanto non negava una mano, come nel caso della famosa cena al ristorante San Lorenzo di Londra tra il presidente Francesco Cossiga e sir Charles Forte, quella che ha spalancato al Turriga le porte dell’importantissimo mercato inglese. Da allora, uno strepitoso successo dietro l’altro; la medaglia d’oro ottenuta al Vinitaly del 1993 dall’esordiente Turriga ’88, le tre stelle sulla guida di Veronelli, i tre bicchieri della guida del Gambero Rosso per i vini delle annate ’92, ’93, ’94 e per l’eccezionale ’95, premiato anche come vino dell’anno 2000 dall’Associazione Italiana Sommeliers, le cinque @ de l’Altra Guida on line per tutte le annate degustate.

Riconoscimenti e trofei che continuano fino ai nostri giorni ma che, in questo caso, sono nati da una serie di grossi sacrifici e di rischi imprenditoriali notevoli, cioè sono stati ampiamente meritati, perché ai contadini non regala niente nessuno. Oggi non si contano più, ne arrivano ogni giorno a Serdiana, un placido paesino a 13 chilometri dalle prime case di Monserrato a Cagliari e soltanto a 20 km da Gasteddu, come ancora oggi viene chiamato il centro del capoluogo sardo.

Nel 1996 Christie’s di Londra aveva messo all’asta su Internet una partita di bottiglie del Turriga ’93 presentata da Roberto Parker, poi il Turriga era stato esposto nelle vetrine dello show room di Valentino in via Condotti a Roma e presentato ai cocktail party di Giorgio Armani a New York e da Bulgari a Ginevra. Tutti se lo contendevano e da allora è distribuito col contagocce, come avviene per le Ferrari. Ma quanto lavoro c’è voluto! E quanto ne tocca ancora da fare. Oggi non c’è più la Regione che paga tutto, adesso se non si cammina con le proprie gambe si chiude, come fanno molte cantine, anche cooperative, quando non hanno il coraggio di investire come gli Argiolas in qualità. E ci sono ancora tanti problemi da risolvere, per esempio quello del Cannonau che molto facilmente supera i 14, 15 gradi ed è perciò arduo da vendere, quindi bisogna trovare ogni anno il giusto equilibrio tra vendemmie anticipate e basse rese, tutte spese che non si ripagano subito, ma soltanto dopo alcuni anni. E bisogna girare il mondo che conta, Europa, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Emirati Arabi, Cina, tutti posti dove si beve bene, come hanno fatto i gemelli Franco e Peppetto Argiolas e come continuano a fare due delle tre figlie di Franco (Valentina e Francesca) con Antonio, il figlio di Peppetto. per essere presenti non solo col Turriga, ora IGT, ma anche con gli altri vini dai loro 45 ettari vitati: per esempio i rossi Senes Cannonau DOC, Iselis Monica DOC e Korem IGT, con i bianchi S’Elegas Nuragus DOC, Iselis Nasco DOC, Costamolino Vermentino DOC, Cerdeña IGT e con il rosato Serra Lori.

Non c’è il tempo di montarsi la testa, ma non c’è neanche la voglia. Loro sanno bene che la bufera dell’attuale popolarità raggiunta da questo vino isolano deve misurarsi con un mondo che guarda soltanto al Piemonte e alla Toscana, con un ambiente che vorrebbe merlotizzare e cabernetizzare anche il Barolo ed il Brunello di Montalcino, mentre il Turriga ha ancora il fascino dell’esotico, ma quanto durerà? Il futuro dell’enologia sarda sembra ancora troppo legato mani e piedi a un attendismo del sottobosco politico, qualcosa si muove dove le grandi cantine investono, ma la rinascita di un fenomeno sardo non può più essere lasciata a meritorie iniziative isolate, occorre rifondare il territorio e le istituzioni del mondo del vino, troppo spesso assenti. Per fortuna la materia prima c’è ed è straordinaria, compreso il genio.

Il Turriga è un uvaggio in percentuali variabili di uve autoctone sarde. Ci sono cannonau, carignano, bovale e malvasia nera, coltivate ad alberello o a spalliera su terreni poveri pietrosi e ciottolosi, dalle rese molto basse, con vendemmie fatte a mano e di primo mattino e una consegna veloce alla cantina per non cominciare processi di fermentazione all’aria aperta e fuori controllo.

La macerazione dura dai 16 ai 18 giorni con temperature all’inizio alte, ma che vengono poi ridotte col raffreddamento tra 28 e 32 °C per evitare un’eccessiva estrazione di polifenoli, con la tecnica del délestage. Dopo alcuni travasi ed una collatura, un periodo da 18 a 24 mesi di maturazione in barriques di rovere francese ed un affinamento di altri 12-14 mesi in bottiglia. Il Turriga ha un colore rubino scuro con riflessi granata, è trasparente ma non completamente, perché ha una sua accattivante densità. Il bouquet, molto intenso, si evolve per volute di aromi che vanno da quelli dei frutti maturi come mora selvatica, prugna, piccoli frutti di bosco e anche mirto fino a quelli delle confetture di una volta. La sua incredibile permanenza sviluppa successivamente in bocca degli aromi speziati, cacao, cannella, liquirizia, tabacco e un ricordo di vaniglia. Il sapore è secco, di fresca acidità, è un vino robusto, di buon corpo, ma rotondo, morbido, ben equilibrato nei tannini, armonico, eccellente. Il tenore alcolico ormai si mantiene piuttosto stabile intorno al 14,5%.

L’abbinamento con le pietanze sarebbe più consono con le carni rosse arrostite e brasate con sughi saporiti. Ma siamo in Sardegna, cribbio, come si fa a dimenticare il porcetto allo spiedo che da secoli è il piatto nazionale sardo per eccellenza? E allora un angolo di muro all’aria aperta, uno spiedo, minimo 4 ore di pazienza (o anche di più, a seconda del peso e della maniera di aprirlo ed incrociarlo sullo spiedo) durante la lenta cottura a una certa distanza dalla brace, legno aromatico e quindi lentisco, rosmarino e ginepro all’inizio, ma per finire bruciamo anche le foglie di mirto che lo aromatizzano alla perfezione. Ci sarebbe un’altra pietanza sarda da suggerire, che è ”sa cordula”, costituita dalle interiora dell’agnello, anche in questo caso non cotta in casseruola (dov’è comunque sopraffina) ma al camino o allo spiedo, con una bella passata di lardo, sgocciolante quando è infuocato, che va servita semplicemente su foglie di mirto. Un bel pranzo pastorale in campagnetta che termina meravigliosamente con il pecorino stagionato, anche quello scuro di colore e cremoso. Sì, proprio quello che… saltella e cammina sulla tavola!

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it e oggi scrive per lavinium.it, nonché per alcuni blog. Un fico d’India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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