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Una denominazione di origine può – o deve – essere bio?

 

Ancora una volta Angelo Peretti ha, a nostro parere, centrato il punto in questo post dal titolo “Davvero una denominazione di origine può essere bio?” pubblicato il 1 novembre 2021 sul suo blog internetgourmet.it “Che cosa unisce la denominazione di origine toscana della Valdarno di Sopra e quella francese di Les Baux de Provence?

La risposta è che in entrambe le denominazioni il cento per cento delle aziende ha adottato il protocollo biologico (e dunque è certificata bio o e in corso di conversione), e che tutte e due chiedono che il biologico divenga parte integrante dei rispettivi disciplinari di produzione. La determinazione delle due filiere è ammirevole, così come il loro obiettivo. Tuttavia, mi auguro di essere molto presto smentito dai fatti, ma sono abbastanza scettico riguardo all’esito di tali richieste. Da quanto leggo, la scorsa primavera la richiesta dei produttori toscani, votata ormai da qualche anno, era ancora al vaglio del Comitato nazionale vini, l’organismo deputato a seguire l’iter di approvazione e variazione dei disciplinari di produzione italiani. Per Les Baux de Provence invece, stando a quanto riferisce La Revue du Vin de France, è appena arrivata la risposta dell’Inao, l’Institut national de l’origine et de la qualité (una sorta di corrispettivo transalpino del nostro Comitato nazionale), e la risposta è negativa.

L’Inao ha risposto al Syndicat d’initiative (più o meno il corrispettivo dei nostri Consorzi di tutela) dell’aoc Les Baux de Provence che il disciplinare della denominazione d’origine non può essere oggetto di condizionamento esterno da parte di un disciplinare diverso, quello dell’agricoltura biologica, il quale è indipendente, nelle sue possibili variazioni, rispetto alla denominazione di origine.

“In effetti – annota La Revue -, non è possibile integrare nel disciplinare di una denominazione di origine un altro disciplinare (il bio) suscettibile di evolvere al di fuori del suo controllo”. Insomma, si potrebbe creare un corto circuito regolamentare per cui l’organismo responsabile dei protocolli bio, modificando il proprio profilo normativo, determinerebbe nei fatti delle modifiche sostanziali anche al disciplinare della denominazione di origine, cosa che evidentemente non è giudiricamente lecita, essendo il disciplinare soggetto a tutela da parte dell’organismo che rappresenta la filiera (da noi il Consorzio, in Francia il Syndicat).

È complicato. Nulla vieta che – lodevolmente – tutti i produttori di un determinato territorio e di una determinata denominazione di origine decidano di essere bio, ma pare improbabile che questo sentire comune possa diventare norma regolamentare stretta, come lo è un disciplinare di produzione.

Okay, vediamo come va, e tutto sommato non mi dispiacerebbe avere torto. Aggiungo che in Francia c’è chi ha sollevato un’altra questione. Si è infatti osservato che una volta che il biologico diventati parte integrante e obbligatoria del disciplinare, anche le eventuali nuove aziende che entrassero nel territorio sarebbero costrette ad adottarlo, e questo costituirebbe un vincolo capace di porre un freno alla libera concorrenza, che è invece una pietra miliare dell’economia occidentale. Pare una cosa di poco conto, ma non lo è.



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