Viaggio dentro il dolce più americano al mondo: il Donut

Viaggio dentro il dolce più americano al mondo: il Donut

Introduzione 

C’è un momento preciso in cui capisci che a New York City i donuts non sono semplicemente dolci, 

sono cultura, sono routine, sono marketing, sono nostalgia americana servita in una scatola di cartone piena di zucchero.

Me ne sono accorta una mattina gelida a Manhattan. Erano le sette, la città stava ancora sbadigliando tra taxi gialli e vapore che usciva dai tombini, e davanti a un negozio di Krispy Kreme  c’era già una fila surreale di persone con il caffè in mano.

Da Krispy Kreme
Da Krispy Kreme

Manager in giacca e cravatta, studenti insonnoliti, turisti, operai, Tutti lì per la stessa cosa: un donut caldo appena glassato. È stato in quel momento che ho capito che il donut non è solo un dolce americano. È quasi una religione urbana.

E dietro quella ciambella perfetta c’è una storia gigantesca fatta di immigrati europei, guerre commerciali, campagne pubblicitarie geniali e rivalità miliardarie.

Gli Olykoeks
Gli Olykoeks

Le vere origini del donut: non nasce in America

Contrariamente a quanto molti credono, il donut non nasce negli Stati Uniti. Le sue radici sono europee. Nel Seicento gli immigrati olandesi portarono a New York gli “olykoeks”, letteralmente “torte oleose”: palline di impasto fritte nello strutto, dense e caloriche, perfette per affrontare gli inverni rigidi.

In Germania esistevano già i krapfen. In Italia c’erano ciambelle e dolci fritti regionali. A Napoli nasceva quella che oggi conosciamo come la graffa napoletana. La verità è che il donut moderno è il risultato di secoli di contaminazioni culinarie.

Il capitano Hanson Gregory
Il capitano Hanson Gregory

Il mistero del buco: leggenda o invenzione?

La leggenda più famosa porta a un nome: Hanson Gregory. Secondo il racconto, nel 1847 il cuoco/marinaio americano avrebbe praticato un foro al centro dell’impasto perché i donuts rimanevano crudi dentro. 

Altri raccontano che infilò il dolce nel timone della nave per avere le mani libere. Vero? Forse. Documentato? Non del tutto. Ma da lì nasce il simbolo che tutti conosciamo oggi: la ciambella perfetta col buco al centro.

Doughnut Girls Prima guerra mondiale
Doughnut Girls Prima guerra mondiale

Come il donut è diventato un simbolo americano

Durante la Prima guerra mondiale le volontarie americane soprannominate “Doughnut Girls” preparavano donuts per i soldati al fronte in Francia.

Quel gesto trasformò il donut in qualcosa di emotivo: casa, conforto, America. Nel dopoguerra esplose tutto: le città americane iniziarono a riempirsi di piccoli donut shop aperti giorno e notte.

Il donut diventò la colazione dei lavoratori, dei poliziotti, dei tassisti, degli studenti. Ed è qui che entrano in scena due nomi destinati a combattersi per decenni.

Krispy Kreme nel 1937
Krispy Kreme nel 1937

Krispy Kreme e Dunkin’: la guerra più dolce d’America

Krispy Kreme con il culto del donut caldo  nasce nel 1937 a Winston-Salem nella Carolina del nord ad opera dell’imprenditore Vernon Rudolph, che acquistò una ricetta segreta di ciambelle lievitate da uno chef francese di New Orleans. 

Con un capitale di soli 25 dollari, da umile rivenditore locale, Rudolph trasformò il brand in un colosso mondiale dello street food, All’inizio vendeva donuts ai supermercati. Poi successe qualcosa di incredibile: il profumo dei donuts appena fatti iniziò ad attirare gente dalla strada. 

Così aprirono una finestrella direttamente nel  laboratorio per vendere ai passanti. Nacque così la leggenda dell’Original Glazed: glassato appena fatto, caldo, lucido, leggerissimo, quasi scioglievole. Krispy Kreme non vendeva solo un prodotto. Vendeva un’esperienza sensoriale. Il famoso cartello rosso “Hot Now” divenne una specie di richiamo ipnotico per milioni di americani.

Dunkin donuts nel 1950
Dunkin donuts nel 1950

Dunkin donuts  nasce, invece, nel 1950 a Quincy, città nel Massachusetts dall’idea dell’imprenditore  William Rosenberg e qui cambia completamente la filosofia. Dunkin’ capì una cosa prima degli altri: il vero business non era il donut “speciale”, era la routine quotidiana. Così costruì un sistema velocissimo: caffè pronto in pochi secondi, donuts standardizzati, prezzi bassi e migliaia di punti vendita. Un modello molto vicino a quello di McDonald’s. Se Krispy Kreme era emozione, Dunkin’ era efficienza.

La rivalità: chi ha vinto davvero?

La rivalità tra i due marchi è diventata quasi culturale negli Stati Uniti. I fan di Krispy Kreme dicono: “I donuts veri sono questi”, “Mangiali caldi e capirai”, “Dunkin’ è fast food”

I fan di Dunkin’ rispondono: “Il caffè è migliore”, “È la vera colazione americana”, “Krispy Kreme è troppo dolce”.

Lo slogan di Dunkin
Lo slogan di Dunkin

Negli anni ’80 e ’90 la rivalità esplose con vere guerre pubblicitarie, campagne comparative, slogan provocatori, spot che indirettamente prendevano in giro il rivale.

Il colpo di genio più grande, però, lo ebbe Dunkin’: togliere la parola “Donuts” dal nome ufficiale per diventare un brand lifestyle legato soprattutto al caffè. Dunkin’ divenne famosa grazie allo slogan:

America Runs on Dunkin’

Una frase semplicissima ma potentissima: non stava vendendo donuts, stava vendendo il carburante dell’America che lavora. Oggi Dunkin ha oltre 14.000 punti vendita in circa 39–40 paesi con un fatturato che supera il miliardo e mezzo di dollari.

Lo slogan di Krispy Kreme
Lo slogan di Krispy Kreme

Krispy Kreme, invece, puntò tutto sul desiderio con vetri trasparenti dove vedere i donuts glassati, catene automatiche di produzione, insegna rossa “Hot Now” capace di creare file chilometriche. Oggi conta circa 1.400 negozi nel mondo. Quotato al Nasdaq, il fatturato oscilla tra il miliardo e il miliardo e mezzo di dollari.

Degustazione: le differenze tra Krispy Kreme e Dunkin’

Durante i miei soggiorni negli States ne ho assaggiati davvero tanti. I donuts di Krispy Kreme

sono più leggeri e ariosi, la glassa è sottile, l’esperienza del “fresco” appena fatto mantiene le sue promesse. Il menù è meno vasto: focus quasi religioso sul donut classico.

I donuts di Dunkin
I donuts di Dunkin

I donuts di Dunkin’ sono più compatti e tantissime le varianti proposte. Enorme focus sul caffè, modello fast food: l’esperienza è più veloce. Sicuramente preferisco la semplicità della manifattura di Krispy. Non sono l’unica. In America molti dicono:

Krispy Kreme è il donut che desideri. Dunkin’ è quello che prendi ogni mattina.”

Per il caffé, no grazie, come disse Totò “è una ciofeca”, ma posso segnalare un buon espresso all’ italiana della boutique Illy caffè sulla 5th Avenue.

Fuori dalle grandi catene esiste un universo parallelo fatto di veri artisti del donut. Nella grande mela voglio citare:

Donut quadrato XXL di Doughnut Plant
Donut quadrato XXL di Doughnut Plant

Doughnut Plant che a New York è considerato un tempio. Qui il donut diventa alta pasticceria con ingredienti premium, impasti soffici, gusti innovativi e produzione quasi maniacale. Molti foodies sostengono che abbia “nobilitato” il donut moderno e concordo con l’affermazione. È diventato famosissimo per i donuts XXL, glasse potentissime, gusti particolari come hibiscus e dulce de leche. È stato uno dei simboli dell’era Instagram dei dolci americani. Esteticamente sono perfetti per i social addict, all’assaggio perdono l’eleganza e la leggerezza del classico, un po’ troppo “obesi all’americana” per i miei gusti.

Randy's Los Angeles
Randy’s Los Angeles

Tra questi colossi non posso non citare Randy’s Donuts, iconico locale vicino Los Angeles con il gigantesco donut sul tetto. Lo avrete sicuramente visto in film, videoclip e famose serie TV americane. Sorprendentemente,  i donuts sono davvero eccellenti, non solo famosi.

Piccola curiosità: esiste un National Donut Day celebrato ogni anno nel primo venerdì del mese di giugno. Molte boutique negli States offrono un donut ed un caffè ai passanti.

E in Italia? I donuts stanno conquistando anche noi?

In Italia il fenomeno è arrivato più tardi, perché la nostra tradizione dolciaria simile è già fortissima: bomboloni toscani, krapfen altoatesini e ciambelle fritte romane. Ma negli ultimi anni i donuts stanno esplodendo soprattutto a Milano, Roma, nelle grandi città universitarie, reinterpretati in chiave italiana con glasse al pistacchio, al tiramisù e crema di nocciola, tanto per citarne alcune.

Nelle fiere dedicate al food ho notato l’introduzione di stand dedicati al donut: impossibile restare insensibili all’ esplosione di colori e l’odore sprigionato che ti segue ovunque. C’è un però: sarò troppo tradizionalista, ma non sono fan del prodotto frozen.

Le graffe di Chalet Ciro dal 1952 Napoli
Le graffe di Chalet Ciro dal 1952 Napoli

E poi c’è lei: la graffa napoletana. Per me resta superiore al donut americano perché è meno artificiale, più soffice, più “calda” emotivamente e legata alla tradizione di strada.

In fondo, tra una graffa appena fritta sul lungomare di Napoli e un donut glassato di Manhattan, il confine è immenso quanto l’oceano che li separa.

Conclusione 

Alla fine il donut è molto più di una ciambella fritta. Racconta l’immigrazione europea, il sogno americano, la nascita del fast food, il marketing moderno e la cultura pop.

È comfort food, nostalgia, zucchero e business insieme. E forse è proprio questo il suo segreto: un donut non cerca di sembrare sofisticato. Come afferma Homer Simpson vuole solo renderti felice per cinque minuti. E spesso ci riesce benissimo.

Dunkin’

302 5th Ave, New York, NY 10001

Krispy Kreme

1601 Broadway, NY 10001

Doughnut Plant

379 Grand St, New York, NY 10002

Randy’s Donuts

805 W Manchester Blvd, Inglewood, CA 90301

Chalet Ciro dal 1952

Via Caracciolo, 80122 Napoli

Photo Credit: Angela D’Esposito©; Wikipedia©; Dunkindonuts.com©; Krispykreme.com©

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Mi chiamo Angela D'Esposito, meglio conosciuta come "Chef Angelina" e ribattezzata “larockchef” dai miei ragazzi di brigata visto che senza rock and roll la mia linea non sarebbe la stessa cosa. Classe 1968, napoletana doc, a 20 anni, con una valigia piena di sogni e tanta curiosità, decisi di varcare il confine per scoprire le bellezze del mondo. Nel 1990, fui una delle prime donne ad integrare una brigata di cucina (prevalentemente maschile) in quel di Parigi, indossando una giacca corazzata di coraggio e perseveranza. Sono fiera di poter dire che ho alle spalle una brillante carriera, completamente costruita da autodidatta, con passione e sacrificio. Ho portato in giro per il mondo la cucina napoletana e le bellezze enogastronomiche del nostro bel paese. Per questi moviti, amo talmente il mio lavoro e rispetto talmente chi come me esercita la professione di cuoco che non amo quelli che considero gli “usurpatori del food”. Essere cuoco è una missione; regaliamo momenti di benessere a tutti coloro che si siedono alla nostra tavola ai quali dobbiamo rispetto, professionalità e sincerità, aspetti sempre più rari in una società dove la visibilità e i falsi riconoscimenti per carriere inesistenti, hanno preso il posto delle competenze e dell’onestà verso il pubblico. Da qualche anno ho scoperto la passione per la scrittura ed il giornalismo che ho affiancato, con successo, alle mie attività professionali di Personal Chef, Consulente f&b ed Event Planner. Le scoperte di Chef Angelina hanno avuto un impatto notevole tra i lettori che, attraverso i miei racconti, hanno potuto scoprire nuove realtà fin'ora rimaste nell’ombra. Oggi approdo con orgoglio a “Di testa e di gola” con la ferma intenzione di continuare sulla stessa scia delle mie passate esperienze giornalistiche e continuare a regalare, ai nostri lettori, nuove ed interessanti scoperte, tante buone ricette, sempre con buon umore, sincerità ed integrità.
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