Vinalia Priora 2026 e la Malvasia Puntinata: il vitigno che racconta il Lazio.

Vinalia Priora 2026 e la Malvasia Puntinata: il vitigno che racconta il Lazio.

Vinalia Priora, manifestazione arrivata alla quinta edizione rappresenta ormai un appuntamento imperdibile per appassionati ed esperti del settore. Ai banchi d’assaggio nomi storici della viticoltura laziale come: Fontana Candida, Casale del Giglio, Omina Romana, Merumalia, Poggio le Volpi, Pileum. E poi giovani cantine emergenti: Torre dei falchi, Gabriele Iacopini ed il progetto Vignaioli del Vulcano Laziale.  Una panoramica vigile ed attenta sulle produzioni vitivinicole del Lazio ed in particolare dei Castelli Romani e sui vitigni che lo identificano nel panorama nazionale.

Uno di essi, la Malvasia Puntinata è stata al centro di una masterclass pensata non solo come degustazione. Ma come racconto di territorio, memoria, geologia, viticoltura e identità.

La masterclass

Presentata da Jacopo Manni, curatore scientifico della manifestazione e con relatori d’eccezione Francesco Radiciotti ed Ilaria Giardini. Coadiuvati dai sommelier della delegazione di Roma e dei Castelli Romani della Fisar di cui Radiciotti è un esponente di rilievo oltre che docente.

I relatori Ilaria Giardini e Francesco Radiciotti
I relatori Ilaria Giardini e Francesco Radiciotti

Jacopo Manni ha introdotto i partecipanti al senso di Vinalia Priora. Manni spiega come l’evento, nato come festa del vino nuovo di Frascati, abbia progressivamente allargato lo sguardo all’intero Lazio. Trasformando Frascati in centro fisico, politico e comunicativo di una riflessione più ampia sui vini regionali. Quest’anno il focus è sui vitigni del Lazio, in collaborazione con Arsial e con una forte identità di ricerca e sviluppo.

Il vino, viene ricordato, non vive mai nell’individualismo. Vive di relazioni, movimento, comunità. Da qui la scelta di dedicare le masterclass non solo a singole denominazioni, ma ai vitigni del Lazio. Con un’identità di ricerca e sviluppo costruita insieme alla Regione Lazio e agli enti coinvolti.

Fin dall’apertura, il messaggio è netto: la Malvasia Puntinata è il vitigno che più rappresenta il Lazio. Si può produrre in poche regioni dell’Italia centrale, ma la sua presenza è soprattutto laziale, e proprio nel Lazio trova la sua espressione più riconoscibile.

È uno dei pilastri del Frascati, vino che prende il nome dalla città e che nel disciplinare ha una base importante di Malvasia. Il ritorno alla Puntinata viene indicato come una delle ragioni dei risultati positivi ottenuti oggi dai vini di Frascati. Dopo anni in cui era stata in parte sacrificata a favore di varietà più produttive e facili.

Mappa della Malvasia sul territorio
Mappa della Malvasia sul territorio

Dalla storia della Malvasia alla Puntinata

Prima di arrivare alla Malvasia Puntinata, Radiciotti ricostruisce il percorso più ampio della Malvasia. L’origine viene fatta risalire al Medio Oriente e poi alla zona di Monemvasia, nel Peloponneso, un borgo accessibile attraverso un unico passaggio. Da quel nome deriverebbe “Malvasia”. Il legame con Creta spiega invece la denominazione di Malvasia di Candia, essendo Candia l’antico nome dell’isola.

Il successo commerciale della Malvasia viene collegato anche alla mini era glaciale intorno al Seicento. Con il calo delle temperature in Europa, la produzione vitivinicola subì una forte contrazione. I mercanti, soprattutto veneziani, andarono a cercare vino in aree più calde, come la Grecia. A Venezia la Malvasia divenne talmente importante da lasciare tracce anche nella toponomastica.

La Malvasia entra poi nella storia e nella letteratura. Viene citato Giorgio, duca di Clarence, condannato a morte e, secondo il racconto, affogato in una botte di Malvasia. Shakespeare riprende la figura nel Riccardo III, trasformandola in un’immagine potente: il vino come simbolo culturale, non solo agricolo.

Altro passaggio storico importante riguarda Bettino Ricasoli e la formula del Chianti. Nella decodifica ottocentesca, accanto a Sangiovese e Canaiolo, la Malvasia aveva il compito di rendere il vino più elegante, più leggero, più armonico. Un dettaglio significativo: un vitigno bianco aromatico entrava nella costruzione di un grande rosso italiano.

Perché la Puntinata è stata dimenticata

La parte più territoriale della masterclass spiega perché la Malvasia Puntinata, pur essendo così importante, sia stata a lungo meno valorizzata. Ilaria Giardini la descrive come un’uva difficile: tende ad ammalarsi più facilmente, richiede attenzione, è meno generosa della Malvasia di Candia.

Nel Lazio dei Castelli Romani, soprattutto tra anni Cinquanta e Ottanta, molte famiglie vivevano di conferimento alle cantine sociali. L’uva veniva pagata a peso, quindi l’obiettivo era produrre quantità. In quel contesto la Candia, con grappoli grandi e maggiore facilità di coltivazione, risultava più conveniente. La Puntinata, invece, era più complicata da allevare. E qui viene sottolineato un punto lessicale: la vite non si “coltiva”, si “alleva”, perché richiede cura continua.

Negli ultimi vent’anni, però, lo sguardo è cambiato. La Puntinata è tornata al centro perché capace di dare eleganza e complessità. I produttori la descrivono quasi come una persona: pigra, testarda, fragile, difficile, ma preziosa. Ilaria cita un racconto di Antonio Cosmi di Casale Certosa. Durante le vendemmie familiari, quando nei filari misti si incontrava una pianta di Puntinata, ci si fermava: già allora se ne riconosceva il valore.

Il vulcano come matrice comune

La masterclass insiste molto sul terreno: i Castelli Romani sono il prodotto del grande vulcano laziale. Il paesaggio apparentemente collinare è in realtà un complesso vulcanico nato centinaia di migliaia di anni fa. Fasi eruttive, collassi, nuovi coni, contatto con falde acquifere e formazione di laghi vulcanici. Restano oggi il lago di Castel Gandolfo e il lago di Nemi.

Il territorio non è uniforme. Le colate, le stratificazioni, le esposizioni, la vicinanza o lontananza dal mare. I venti freddi interni e quelli più caldi marini determinano maturazioni diverse e quindi vini diversi. Per questo le Malvasie Puntinate possono avere una matrice comune ma risultare molto differenti.

Le linee guida sensoriali indicano: lieve aromaticità, struttura, sapidità, freschezza, equilibrio, buona alcolicità, finale fruttato e nota amaricante o ammandorlata. La mineralità viene spiegata non come profumo astratto, ma come sensazione gustativa: sapore, asciugatura, struttura, persistenza.

Le fasi che hanno costituito la morfologia vulcanica laziale
Le fasi che hanno costituito la morfologia vulcanica laziale

I Vignaioli del Vulcano Laziale

Dentro questo racconto rientra il progetto dei Vignaioli del Vulcano Laziale, che riunisce undici produttori. Accomunati dall’attenzione al suolo vulcanico, all’artigianalità, alle fermentazioni spontanee e alla salubrità del terreno. L’obiettivo è superare i confini politici dei singoli comuni dei Castelli Romani e ragionare su una geografia più ampia. Se il sottosuolo è vulcanico, il territorio viticolo dialoga oltre le denominazioni e oltre le mappe amministrative.

La degustazione diventa quindi il modo per “cercare il vulcano” nel bicchiere.

I vini in degustazione
I vini in degustazione

Il primo vino: Frascati DOCG di De Sanctis

Il percorso si apre con Abelos Frascati DOCG 2025 dell’azienda De Sanctis, con una percentuale alta di Malvasia Puntinata. Francesco De Sanctis racconta la difficoltà di lavorare quest’uva e ricorda i discorsi del nonno. La definiva più complicata rispetto alla Candia, molto più produttiva e adatta al modello quantitativo del passato.

Oggi l’azienda ha scelto una direzione diversa: circa dieci ettari acquistati, sette dei quali impiantati a Malvasia Puntinata. Il blend indicato è Malvasia Puntinata e Bombino Bianco. De Sanctis parla anche del Movimento Turismo del Vino, rilanciato con una ventina di aziende iscritte. Sottolinea quanto l’enoturismo sia fondamentale per far conoscere non solo il vino, ma le persone, le famiglie e i territori dietro ogni bottiglia.

Nel calice il Frascati mostra frutta matura, fiori gialli, una lieve aromaticità e una giovinezza ancora citrina, limonosa, di scorza. In bocca emerge la freschezza, la sapidità, l’asciugatura centrale della lingua, quella sensazione indicata come traccia della vulcanicità. È un vino giovane, ma viene ricordato che questi vini possono evolvere: con il tempo sviluppano note di pietra focaia, anice stellato e maggiore complessità.

Da qui in avanti, si entra nelle Malvasie Puntinate in purezza.

Mezzopieno Mezzo Vuoto 2024 di Farina

Il secondo vino è Mezzopieno Mezzo Vuoto 2024 dell’azienda agricola Farina, di Lanuvio. Una Malvasia Puntinata stile naturale. Qui cambia il versante: siamo più vicini al mare, con un’influenza marina più marcata. L’azienda è piccolissima, circa mezzo ettaro vinificato e circa tremila bottiglie prodotte. La fermentazione è spontanea in acciaio.

Nel bicchiere il colore è più carico. Al naso emergono agrume candito, albicocca disidratata, una sapidità quasi iodata. Il vino è più rotondo e calorico, coerente con la maggiore vicinanza al mare: più caldo significa più zucchero, quindi maggiore alcolicità e più consistenza. In bocca lascia buccia d’arancia, frutta matura e una mandorla dolce, piacevole, con un finale gastronomico che richiama il cibo.

Il Roma Doc di Tenuta Iacoangeli

Il terzo vino porta la testimonianza di Matteo Iacoangeli, e la sua azienda familiare di Genzano di Roma. La storia parte dalle vigne del nonno e del trisavolo e da una famiglia che vendeva vino nei propri locali a Roma. Nel 2020 i fratelli Matteo e Paolo hanno deciso di riprendere questo lavoro.

La Malvasia Puntinata è stata il primo vino imbottigliato, il primo a dare soddisfazioni e riconoscimenti. L’azienda si trova sul versante sud del vulcano laziale, esposta verso il mare, sulle ultime colline derivate dalle colate laviche dell’ultima fase eruttiva.

Rispetto al vino precedente, questo viene descritto come meno potente al naso, più elegante e fine. In bocca mostra freschezza, nota ammandorlata leggermente amaricante, sapidità e una sfumatura balsamica in retro-olfazione. È un vino che punta più sulla finezza che sulla potenza.

Il quarto vino: Delìca di Marco Colicchio

Il quarto vino è di Marco Colicchio, azienda della parte bassa di Marino, con vigne in parte nel comune di Roma e in parte nel comune di Marino. Si parla di quattro ettari, vigne vecchie oltre quarant’anni, vinificazione semplice in acciaio, fermentazione spontanea, nessuna chiarifica e nessuna filtrazione.

Il vino presenta una leggera velatura e una possibile sensazione iniziale di ridotto, tipica di alcune vinificazioni artigianali senza controllo spinto della temperatura. Essa tende ad andare via con l’ossigenazione. Il colore torna su sfumature più intense. Al naso prevale il fiore, in particolare una nota di ippocastano, fiore molto presente nel territorio verso Rocca di Papa. In bocca il finale è più amaricante, con una mandorla più amara, quasi buccia di mandorla.

Questo passaggio serve a ribadire che la Puntinata non dà sempre lo stesso profilo, ma mantiene alcune costanti. Sapidità, struttura, nota ammandorlata, capacità di interpretare il suolo.

Zia Malba 2023 de La Torretta

Il quinto vino è Zia Malba 2023, dell’azienda agricola La Torretta di Riccardo Magno, a Grottaferrata, nella valle di Valle Marciana. È presentato in anteprima: uscirà più avanti, probabilmente verso fine estate o fine anno.

Qui torna il tema dell’empatia tra vignaiolo e vitigno. Riccardo racconta di aver iniziato a “prendere confidenza” con la Malvasia Puntinata, come se il rapporto con quest’uva richiedesse tempo, ascolto e adattamento.

Valle Marciana è legata alla terza fase del vulcano laziale, con sottosuolo ricco di peperino. Sotto il casale ci sono grotte in peperino, usate in passato anche come rifugio durante la guerra. Riccardo ha scelto di riutilizzarle con anfore di terracotta interrate. La vinificazione avviene con diraspatura e contatto con le bucce, quindi “in rosso”, per circa sei mesi. Poi un anno in anfora e un altro anno in bottiglia.

Il colore cambia radicalmente: ambra, arancio, tramonto. Al naso il vino è ancora timido, ma si apre con l’ossigenazione. La sensazione richiama il tè alla pesca, con tannino dato dalla buccia, asciugatura, pesca, propoli, mandorla ed erbe aromatiche. È un vino più di bocca, intenso, persistente, capace di cambiare nel calice.

Indigo di Liane

Il sesto vino è Indigo, di Gabriele Iacobini, progetto Liane. Anche qui siamo in una microazienda, circa due ettari, all’interno del gruppo dei Vignaioli del Vulcano Laziale.

Gabriele racconta un percorso personale e culturale: la sua tesi di laurea in antropologia culturale era dedicata ai Castelli Romani e alla viticoltura. Il vino, per lui, è legato al paesaggio e alle relazioni che il territorio ha costruito nel tempo. Lavora a Valle Marciana dal 2020, partendo da una vigna di quattromila metri in comodato, poi con affitti più lunghi. Fino alla costruzione di un progetto più stabile e a una piccola cantina nel centro storico di Marino, condivisa con un altro vignaiolo.

Il progetto Liane

La Puntinata, spiega, è difficile ma ha anche punti di forza. Grappolo più spargolo, migliore aerazione, maggiore capacità di difendersi da alcune problematiche rispetto alla Candia. È pigra, germoglia tardi e matura tardi, ma proprio questo può diventare un vantaggio in annate segnate da gelate o grandinate.

Il vino nasce da una piccola particella di circa duemila metri a via di Campovecchio, esposta a sud-ovest, con vista verso il mare. Le uve sono raccolte in cassette, poi fanno quattro-cinque giorni di macerazione sulle bucce. Viene usato solo il mosto separato dalle bucce, senza torchiatura per questo vino. La torchiatura finisce in un vino domestico. Anche qui si sottolinea che la Puntinata è difficile non solo in vigna, ma anche in cantina.

Nel bicchiere tornano colore brillante, contatto breve con le bucce, note di tè. Un tè al limone, agrume, erbe aromatiche, miele di castagno e una leggera astringenza. Rispetto ai vini vinificati in bianco, dove il fiore era più evidente, qui il fiore si trasforma in miele, più scuro e amaricante.

Villa Chigi di Cantina Villafranca

L’ultimo vino è una vendemmia tardiva, Villa Chigi, una malvasia dolce.

La famiglia produce vino da oltre cento anni con circa cinquanta ettari nelle zone vocate dei Castelli Romani: Frascati DOCG, Castelli Romani e Marino.

Il nome Villa Chigi deriva da una proprietà acquistata da Salvatore Gasperini nei primi anni del ‘900 dalla principessa Chigi. Gli ultimi venti ettari del possedimento familiare, con casale, grotta e antica cantina scavata nel tufo nell’Ottocento. La Malvasia Puntinata è piantata a Cecchina, su un colle che guarda il mare, con forte influenza della brezza marina. È la base dei vini dell’azienda: Frascati DOCG, del Roma DOC e dei Castelli Romani Doc.

La vendemmia tardiva viene prodotta scegliendo i grappoli migliori, con criomacerazione a dieci gradi per ventiquattro ore. In questo modo sie riescono ad estrarre aromi primari dalla buccia senza prendere tannicità. Il risultato è un vino morbido, dolce, adatto alla pasticceria secca e alle ciambelline al vino.

In degustazione, però, non viene letto come semplice vino dolce. Pur avendo dolcezza, conserva nel finale le caratteristiche della Puntinata: nota amaricante, vegetale, mandorla, erbe aromatiche, freschezza e leggerezza. La dolcezza non cancella l’identità del vitigno.

La conclusione: raccontare la Puntinata

La masterclass si chiude con un invito preciso: la Malvasia Puntinata ha bisogno di essere raccontata e divulgata. C’è un tempo da recuperare, perché negli anni passati non le è stato dato abbastanza spazio. Oggi il compito spetta ai produttori, ai comunicatori e anche ai consumatori, chiamati a conoscerla, sceglierla e raccontarla.

Dietro ogni bottiglia c’è un’interpretazione, un pensiero, una fatica. La degustazione lo dimostra: la stessa uva, nello stesso grande territorio vulcanico, può dare vini diversissimi. Frascati, Anzio, Genzano, Marino, Grottaferrata, Valle Marciana, Cecchina: ogni luogo aggiunge una sfumatura.

La Malvasia Puntinata emerge così come qualcosa di più di un vitigno. È identità del luogo, è il luogo stesso che si esprime nel bicchiere. È memoria agricola, paesaggio vulcanico, artigianalità, comunità, racconto. Ed è uno dei modi più autentici con cui il Lazio può presentarsi, qui e nel mondo.

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Napoletana di nascita e romana d’adozione, dal 2010 vivo nella Capitale, dove lavoro come IT Manager. Da buona donna del Sud, amo la cucina tradizionale, i sapori autentici e le tavole conviviali, anche se preferisco più stare davanti ad una tavola imbandita che dietro ai fornelli. Le contaminazioni moderne? Le accetto, ma con moderazione. Diciamo che, se volete conquistarmi, una buona pizza batte sempre il sushi! Ho molte passioni: il cinema anni ’50 e ’60, il teatro, i romanzi gialli, la musica, l’opera lirica, la disco music rigorosamente anni ‘70 e ’80 e sono una grande tifosa del Napoli. Quando posso mi piace viaggiare tra borghi e luoghi poco battuti, od andare alla ricerca di ristoranti e realtà che coniugano semplicità e raffinatezza, dove poter vivere quelle esperienze “per molti, ma non per tutti”. Nel 2022 mi sono avvicinata per curiosità al mondo del vino. E pensare che credevo di essere astemia! È stato amore a prima vista. Da allora ho iniziato a studiare, a degustare e a partecipare a corsi e masterclass, fino a diplomarmi Assaggiatore ONAV e certificarmi Wine Ambassador. E non mi fermo qui, perché la mia sete di sapere (e di vino) continua a spingermi verso nuove avventure Nel 2025 ho creato un mio blog, Un bicchiere alla volta per condividere, con curiosità e leggerezza, le emozioni che nascono da un calice di vino e da un buon piatto. Con molta umiltà, cerco di non parlare di tecnicismi, ma di raccontare le emozioni che il vino sa suscitare. Come diceva Socrate, “so di non sapere”, e ogni calice resta per me un piccolo mondo da scoprire.
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